1. Dal 3,1 al 2,9 per cento nel 2026: il deficit scende sotto la soglia europea e apre l'uscita dalla procedura.
2. Ventotto miliardi in due anni per difesa ed energia, fuori dal conteggio delle regole europee: il deficit risale al 3,4 per cento.
3. Il debito tocca il picco al 138,5 per cento nel 2027, poi scende lentamente al 136,6 nel 2029, senza aiuto dallo snow-ball
Introduzione
Il governo ha approvato il Documento programmatico di finanza pubblica
(DPFP), deliberato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2026 .
Il documento non contiene le misure puntuali, quelle arriveranno con la legge
di bilancio, ma fissa il perimetro dentro cui la manovra dovrà stare, le
previsioni di crescita, i principali saldi di finanza pubblica e la traiettoria
del debito per il quinquennio 2025-2029. È, in altre parole, il quadro
macroeconomico che rende possibili alcune scelte e ne preclude altre. Il numero
su cui si concentra l'attenzione è il rapporto tra indebitamento netto e PIL,
che il governo prevede in discesa al 2,9 per cento nel 2026 dal 3,1 del 2025,sotto la soglia del 3 per cento, apre la strada all'uscita dalla procedura per
deficit eccessivo e, con essa, all'attivazione della clausola di salvaguardia
per gli investimenti in difesa ed energia.
Il quadro d'insieme in quattro numeri
Questi quattro numeri raccontano una storia che a prima vista sembra
contraddittoria ovvero il deficit scende nel 2026, poi risale nel 2027, e il debito
continua a salire per due anni prima di imboccare la discesa. La spiegazione
sta nella clausola di salvaguardia, che sposta deficit e spesa in avanti nel
tempo. Il 2,9 per cento del 2026 è il numero politicamente decisivo; il 3,4 per
cento del 2027 è il prezzo che il governo sceglie di pagare per finanziare
difesa ed energia fuori dai vincoli ordinari.
Il deficit e l'uscita dalla procedura europea
Il rapporto tra indebitamento netto, la differenza tra entrate e spese delle amministrazioni pubbliche e PIL è la variabile che condiziona l'intera architettura del documento. Il governo prevede che scenda al 2,9 per cento nel 2026, dal 3,1 del 2025, portandosi sotto la soglia massima del 3 per cento prevista dalle regole europee. Il passaggio sotto quella linea non è solo un dato contabile ma è la condizione perché l'Italia possa uscire nel 2027 dalla procedura per deficit eccessivo in cui si trova dal 2023. Il DPFP è esplicito sulle condizioni. L'uscita dalla procedura resta subordinata a due requisiti anzitutto il rispetto del percorso di crescita della spesa netta raccomandato dal Consiglio e il ritorno del deficit a un valore di consuntivo inferiore al 3 per cento, che rimanga stabilmente sotto quella soglia nelle previsioni della Commissione per i due anni successivi. Il documento osserva che, nello scenario programmatico e al netto dell'impatto della clausola, il rapporto deficit/PIL si manterrebbe su un profilo decrescente, stabilmente sotto il 3 per cento lungo tutto l'orizzonte. Se tali andamenti fossero confermati anche nelle previsioni di primavera del 2027 della Commissione, il documento ritiene che possano sussistere le condizioni perché il Consiglio deliberi l'abrogazione della procedura sulla base dei dati di consuntivo del 2026. Il meccanismo in sintesi è il seguente ovvero il 2,9% del 2026 non è un obiettivo fine a se stesso, ma la chiave che apre la clausola di salvaguardia e con essa i 28 miliardi di deficit aggiuntivo nel biennio 2027-2028.
La clausola di salvaguardia: come funziona e quanto vale
La clausola nazionale di salvaguardia è lo strumento che consente, in presenza di circostanze eccezionali, una deviazione temporanea dal percorso della spesa netta. Il quadro di governance economica dell'Unione la prevede all'articolo 26 del regolamento (UE) 2024/1263. Con la Comunicazione del 19 marzo 2025, la Commissione europea ha ritenuto che la guerra di aggressione della Russia nei confronti dell'Ucraina e la conseguente minaccia alla sicurezza europea costituissero circostanze eccezionali, proponendo l'attivazione coordinata della clausola per sostenere l'incremento della spesa per la difesa, con un margine di deviazione autorizzabile non superiore, nel periodo 2025-2028, all'1,5 per cento del PIL annuo. Con la successiva Comunicazione del 3 giugno 2026, nell'ambito del pacchetto di primavera del Semestre europeo, la Commissione ha esteso l'ambito delle misure ammissibili anche agli interventi diretti a rafforzare la resilienza del sistema energetico e la sicurezza dell'approvvigionamento. In attuazione degli atti di indirizzo approvati il 5 agosto dal Senato (risoluzione 6-00233) e dalla Camera (risoluzione 6/00287), il Governo ha presentato alla Commissione, in data 10 settembre 2026, la richiesta di attivazione della clausola in relazione alle maggiori spese per la difesa e per la sicurezza energetica. L'effetto pratico è che il governo può richiedere 28 miliardi di euro di deficit in più nel biennio 2027-2028, pari allo 0,6 per cento del PIL all'anno, senza che questo sia conteggiato ai fini del rispetto delle regole europee. Lo scostamento è già incorporato nelle stime e comporta un rialzo al 3,4 per cento nel 2027 (2,8 senza il deficit aggiuntivo) e al 3,2 nel 2028 (2,6), per poi abbassarsi al 2,3 per cento nel 2029. La Relazione al Parlamento presentata il 2 ottobre dettaglia la richiesta e il Governo chiede l'autorizzazione a incrementare l'aggregato di spesa per un importo pari, in termini percentuali di PIL, a 0,6 per ciascuno degli anni 2027 e 2028.
Il percorso della spesa netta
La tabella mostra la logica dello strumento ovvero al netto degli impieghi
derivanti dalla clausola, il tasso di crescita annuo della spesa netta resta
all'1,9 per cento nel 2027, all'1,7 nel 2028 e all'1,5 nel 2029, rispettando i
limiti della raccomandazione del Consiglio. È la deviazione autorizzata non
una deriva strutturale dei conti a spingere l'indicatore al 3,3 per cento nel
2027.
Dove vanno le risorse: energia e difesa
Il DPFP e la Relazione al Parlamento dettagliano la destinazione dello spazio di bilancio. Gli interventi in materia di energia valgono complessivamente fino a circa 14,4 miliardi nel biennio 2027-2028, pari a circa lo 0,3 per cento del PIL per ciascuno dei due anni. Le misure sono rivolte a famiglie, studenti, imprese, pubbliche amministrazioni e al settore delle infrastrutture. L'incremento delle risorse destinate alla difesa è previsto fino a un massimo dello 0,3 per cento del PIL per ciascuno degli anni 2027 e 2028. Secondo la Relazione, l'intervento potrà contribuire al progressivo rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche, in coerenza con gli obiettivi assunti in ambito NATO, e riguarderà sia la componente corrente con riferimento in particolare al personale, all'esercizio e alle esigenze operative sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali. Una condizione sospensiva va tenuta presente e cioè la concreta definizione e la disciplina degli interventi dovranno avvenire in coerenza con l'esito della procedura europea e in seguito all'autorizzazione da parte del Consiglio dell'Unione europea. I 28 miliardi, allo stato, sono uno spazio autorizzato nei conti, non una somma già spendibile e il DPFP stesso ricorda che il giudizio della Commissione sarà basato sulle proprie previsioni e avrà natura preliminare.
L'avanzo primario: il vero termometro della sostenibilità
L'avanzo primario, la differenza tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi, è la grandezza che indica la capacità di un paese di ridurre il proprio debito pubblico. Il governo prevede nel 2027 un peggioramento dal 1,2 per cento del PIL nel 2026 allo 0,9. L'avanzo dovrebbe tornare a crescere dal 2028, risalendo all'1,4 e poi al 2,4 per cento nel 2029. È il riflesso speculare dell'attivazione della clausola infatti le maggiori spese del biennio 2027-2028 comprimono il saldo primario, e solo il venir meno dello scostamento consente al saldo di rafforzarsi di nuovo. Il DPFP affianca al saldo nominale quello strutturale, depurato dagli effetti del ciclo. È il numero che conta davvero per la valutazione europea, perché il saldo nominale può beneficiare di una congiuntura favorevole mentre quello strutturale no. Il documento indica un avanzo primario strutturale allo 0,3 per cento nel 2025, 1,0 nel 2026, 0,8 nel 2027, 1,3 nel 2028 e 2,2 per cento nel 2029 quest'ultimo su un livello lievemente superiore al 2,1 per cento previsto in aprile.
Il profilo dell'aggiustamento merita attenzione. Nel 2027 la variazione del saldo primario strutturale sarebbe pari a -0,2 punti percentuali, un lieve deterioramento rispetto all'anno in corso; nei due anni successivi la correzione riprenderebbe, risalendo a 0,5 punti nel 2028 e a 0,7 punti nel 2029. Sull'intero orizzonte 2026-2029, la correzione media annua del saldo primario strutturale sarebbe pari a 0,5 punti percentuali, allineata a quanto previsto nel Piano strutturale di bilancio. La correzione del saldo strutturale complessivo risulterebbe invece inferiore, attestandosi in media a 0,3 punti, per effetto dell'aumento atteso della spesa per interessi in rapporto al PIL. Il peggioramento del 2027 è temporaneo e interamente attribuibile a una scelta di politica fiscale dichiarata, non a un disallineamento dei conti. La correzione strutturale media resta allineata al Piano, e su questo il DPFP è esplicito ovvero le nuove regole europee non richiedono la verifica ex post delle correzioni strutturali programmate, ma solo il rispetto dei limiti massimi di crescita per la spesa netta.
Il debito pubblico: due anni di salita prima della discesa
Secondo le previsioni del governo, il rapporto tra debito pubblico e PIL sarà al 138,1 per cento nel 2026 e nel 2027 aumenterà di 0,4 punti percentuali, portandosi al 138,5. Dal 2028 il documento prevede un lento riassorbimento: 137,9 per cento nel 2028 e 136,6 nel 2029. Il picco è quindi nel 2027, e la discesa che segue è modesta circa 1,9 punti in due anni.
Il DPFP scompone la variazione del debito nei suoi contributi, e la lettura è istruttiva. Nel 2026 il rapporto cresce di 1,4 punti percentuali, nel 2027 di 0,3, per poi ridursi di 0,6 punti nel 2028 e di 1,3 nel 2029. Il saldo primario contribuisce negativamente cioè riduce il debito per 1,2 punti nel 2026, 0,9 nel 2027, 1,4 nel 2028 e 2,4 nel 2029. L'effetto snow-ball, che combina la dinamica di interessi e crescita nominale, resta positivo nel 2026 (0,6 punti), si annulla nel 2027 e torna positivo nel 2028-2029. È questo il punto ovvero la discesa del debito non nasce da un effetto snow-ball favorevole, ma dalla sola forza dell'avanzo primario. Un fattore tecnico ha migliorato i numeri rispetto alle stime precedenti , il DPFP segnala che le stime più recenti beneficiano della revisione al rialzo del livello del PIL nominale disposta dall'Istat, che ha ridotto il rapporto debito/PIL stimato in aprile sia per il 2024 (dal 134,7 al 134,2 per cento) sia per il 2025 (dal 137,1 a un valore inferiore). Il livello assoluto del debito, in miliardi, non cambia: cambia il denominatore, e con esso il rapporto. È un effetto contabile, ma reale nella contabilità che conta per Bruxelles.
La crescita: il denominatore che decide tutto
Su entrambi gli indicatori influisce inevitabilmente l'andamento del PIL, che sta al denominatore dei due rapporti. Il governo ha migliorato le stime e prevede che l'economia italiana crescerà all'1 per cento nel 2026 e allo 0,8 per cento nel 2027, con una risalita allo 0,9 nel 2028 e un ritorno allo 0,8 nel 2029. L'effetto è contabile e un denominatore più grande riduce meccanicamente i rapporti ma anche concreto perchè se l'economia cresce è più agevole tenere sotto controllo i saldi di finanza pubblica, perché aumentano le entrate senza che serva alzare le aliquote.
Il DPFP motiva la revisione al rialzo con i dati del primo semestre e con il quadro europeo. La crescita acquisita per il 2026, secondo i dati aggiustati per i giorni lavorati, si colloca allo 0,8 per cento, al di sopra dello 0,6 per cento annuale previsto nel DFP di aprile. Il mercato del lavoro ha mostrato una dinamica favorevole e gli occupati hanno raggiunto il massimo storico di 24,4 milioni con il tasso di occupazione 15-64 anni che è salito al 63,1 per cento, mentre il tasso di disoccupazione si è attestato sui minimi storici intorno al 5,5-5,6 per cento. Il quadro non è però privo di ombre, e il documento le documenta. Il settore terziario ha continuato a trainare l'attività, ma l'industria in senso stretto ha registrato nel secondo trimestre una contrazione del valore aggiunto (-1,0 per cento), ampliando la divergenza rispetto ai servizi. La produzione dei comparti ad alta tecnologia continua a crescere (+5,3 per cento tendenziale), sostenuta da aerospazio e farmaceutica, mentre la media manifatturiera si ferma a +0,6. Lo shock energetico ha spinto l'inflazione al consumo al 4,1 per cento a settembre su base annua, con un impatto asimmetrico, per le famiglie con minore capacità di spesa l'inflazione è passata dall'1,0 al 3,7 per cento, contro il 2,6 delle famiglie con maggiore capacità di spesa. L'inflazione di fondo resta però moderata (1,6 per cento) e la dinamica salariale non mostra per ora effetti di secondo impatto. L'espansione della spesa finanziata dalla clausola produce effetti positivi sull'attività economica, incorporati nel quadro programmatico e il livello del PIL reale risulterebbe più elevato di circa 0,2 punti percentuali nel 2027 e di 0,1 punti nel 2028 rispetto allo scenario tendenziale. La maggiore crescita amplia la base imponibile e aumenta il denominatore, attenuando l'impatto dell'intervento sui saldi e sul rapporto debito/PIL.
Programmatico e tendenziale: cosa cambia
Il DPFP presenta due scenari, e distinguerli è essenziale per non leggere i numeri in modo sbagliato. Il quadro tendenziale, o a legislazione vigente, descrive dove andrebbero i conti senza nuove decisioni di politica fiscale; quello programmatico incorpora le misure che il governo intende adottare, compresa la clausola di salvaguardia. Confrontare i due è il modo più onesto di misurare l'effetto delle scelte annunciate.
La tabella chiarisce il punto politicamente rilevante: nel 2027 il quadro programmatico presenta un deficit del 3,4 per cento contro il 2,8 del tendenziale. La differenza di 0,6 punti di PIL è esattamente la clausola. Senza di essa, la traiettoria programmatica coinciderebbe con quella tendenziale e il deficit scenderebbe regolarmente anno dopo anno. Il governo ha quindi scelto di rinunciare a un miglioramento già acquisito per finanziare due priorità strategiche, difesa ed energia, e ha iscritto questa scelta nei conti. Si noti anche il diverso profilo della crescita: nel 2026 il quadro programmatico dà un PIL reale all'1,0 per cento contro lo 0,6 del tendenziale. Non è un caso, ed è il motivo per cui il documento insiste sull'effetto macroeconomico dell'intervento per cui la spesa aggiuntiva sostiene la domanda aggregata nel breve termine, e questo migliora il denominatore proprio mentre il numeratore peggiora.
Gli scenari di rischio: quanto è fragile il quadro
Il DPFP accompagna le previsioni con un'analisi di sensitività su due scenari sfavorevoli. Il primo, di rischio prezzi energetici, ipotizza quotazioni medie annue di petrolio e gas più elevate in coerenza con un ulteriore intensificarsi dei conflitti in corso, con ritorno in linea allo scenario di base solo nel 2029. Il secondo, di rischio finanziario, prevede due shock distinti ovvero un aumento temporaneo del tasso euribor nel 2027 e nel 2028, e un rendimento del BTP a dieci anni maggiore di 50 punti base in ciascun anno dal 2027 al 2029 uno shock che, a differenza del primo, non viene riassorbito nel tempo.
La conclusione del documento è che l'impatto sulla dinamica del rapporto debito/PIL risulta contenuto in entrambi gli scenari, confermando la sostenibilità del debito nel breve termine. Nel caso dello shock energetico lo scostamento dalla baseline sarebbe dovuto unicamente alla minore crescita economica; nello scenario finanziario lo shock sui rendimenti ha un effetto diretto sul tasso di interesse implicito e quindi sulla spesa per interessi, per cui il calo del rapporto nel 2028-2029 è meno marcato. Va letta con attenzione, però, la portata dello scenario finanziario perchè uno shock permanente di 50 punti base non riassorbito è precisamente il tipo di ipotesi che, protratta oltre il 2029, cambierebbe il giudizio sulla sostenibilità di medio periodo ed è la ragione per cui il documento limita l'analisi al breve termine.
L'eredità del Piano strutturale di bilancio
Il DPFP 2026 non nasce nel vuoto ma si inserisce nel solco del Piano strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029, presentato nell'ottobre 2024, che ha fissato il percorso di aggiustamento su cui il documento attuale rendiconta. Il Piano individuava nel saldo primario strutturale la variabile chiave della sostenibilità e prevedeva un front-loading della correzione nei primi due anni, con un lieve avanzo primario di circa lo 0,6 per cento del PIL nel 2025 e un deficit primario strutturale nullo nello stesso anno. Il DPFP segnala che i risultati hanno superato quelle previsioni e le stime di consuntivo pubblicate dall'Istat il 22 settembre confermano per il 2025 un avanzo primario di circa lo 0,8 per cento del PIL, in linea con le stime preliminari di aprile, e un avanzo primario strutturale dello 0,3 per cento, dove il Piano prevedeva un deficit primario strutturale nullo. Il miglioramento strutturale rispetto al 2024 è pari a circa 0,5 punti percentuali, solo marginalmente inferiore ai 0,55 previsti nel Piano. Anche la differenza tra i due documenti va letta con precisione. Confrontare il PIL reale previsto per il 2026 1,0 per cento nel quadro programmatico del DPFP, 0,6 nel tendenziale con il 0,6 del Documento di finanza pubblica di aprile non rivela una contraddizione ma indica scenari diversi, e il DFP di aprile rendiconta ex post l'anno precedente secondo le nuove regole europee, mentre il DPFP proietta in avanti il quadro programmatico. Il DPFP è il documento di riferimento per i numeri della prossima manovra; il DFP è il documento di rendicontazione.
Le implicazioni per la legge di bilancio
Il DPFP non contiene le misure puntuali perchè quelle arriveranno con la legge di bilancio. Ma fissa i vincoli entro cui le misure dovranno stare, e questi vincoli sono stringenti. La riduzione del deficit al 2,9 per cento nel 2026 e la conferma del rispetto del limite di crescita della spesa netta dell'1,6 per cento raccomandato dal Consiglio ai fini della procedura lasciano margini limitati per espansioni non coperte. Il rispetto del percorso di spesa netta è la variabile su cui la Commissione valuterà le azioni efficaci per la correzione del disavanzo eccessivo. Il DPFP è esplicito anche sul conto di controllo. Con riferimento al biennio 2024-2025, la crescita della spesa netta risulta lievemente superiore ai limiti annuali raccomandati in entrambi gli anni, determinando saldi a debito di entità limitata, ampiamente inferiori sia alla soglia annua dello 0,3 per cento del PIL sia alla soglia cumulata dello 0,6. Per il 2026 il quadro aggiornato conferma il rispetto del limite annuale dell'1,6 per cento, pur in presenza di un tasso cumulato per il biennio 2025-2026 leggermente superiore al valore raccomandato. Il disallineamento relativo al 2027 sarebbe interamente riassorbito dall'attivazione della clausola, con una deviazione residua inferiore alla soglia cumulata consentita. C'è poi una questione di credibilità che il documento affronta di sfuggita ma che merita di essere isolata. Il DPFP ricorda che il giudizio della Commissione sarà basato sulle proprie previsioni e valutazioni e avrà natura preliminare. E la Commissione, nell'ambito della valutazione delle effective actions pubblicata a giugno 2026, ha effettuato la prima registrazione nel conto di controllo correttivo sulla base delle proprie stime della crescita della spesa netta per il 2025 e del relativo andamento cumulato, da quella registrazione è emerso per il 2025 un saldo a debito di circa 0,1 punti percentuali del PIL su base annua e un saldo sostanzialmente nullo su base cumulata. Il margine di tolleranza, in altre parole, esiste ma è sottile, e viene calcolato da Bruxelles con criteri propri.
Conclusioni
Il DPFP 2026 disegna un quadro di finanza pubblica che si muove su due tempi. Nel primo, il 2026, i conti migliorano e il deficit scende al 2,9 per cento sotto la soglia europea, il saldo primario sale all'1,2, l'economia cresce all'1 per cento. Nel secondo, dal 2027, il governo sceglie di spendere quel margine: il deficit risale al 3,4 per cento, il debito tocca il picco al 138,5, l'avanzo primario si comprime. Non è un peggioramento dei conti, ma una decisione dichiarata di destinare 28 miliardi di spazio di bilancio a difesa ed energia, fuori dal conteggio delle regole europee. La discesa del debito che segue è lenta e affidata quasi interamente all'avanzo primario e l'effetto snow-ball non aiuta, e la riduzione di 1,9 punti tra 2028 e 2029 dipende dalla capacità dell'economia di sostenere saldi primari crescenti. La correzione strutturale media resta allineata al Piano, e questo è il dato più solido del documento; ma il picco di debito nel 2027 e l'incertezza sul giudizio della Commissione sono i punti in cui il quadro può scostarsi dalle attese. La prossima legge di bilancio dovrà dare sostanza a questi numeri, e la sua coerenza con il percorso di spesa netta è ciò che determinerà se l'uscita dalla procedura sarà confermata.
FONTI
https://www.mef.gov.it/export/sites/MEF/inevidenza/2026/article_00390/DPFP26.pdf
https://www.mef.gov.it/export/sites/MEF/inevidenza/2026/article_00390/Relazione-al-Parlamento_2026_fin.pdf
https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/psb_2024/Piano-strutturale-di-bilancio-e-di-medio-termine-Italia-2025-2029.pdf
https://www.mef.gov.it/focus/Documento-di-finanza-pubblica-2026
Angelo Capriati CEO Finanza&Servizi











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