Le migrazioni interne ed estere rappresentano oggi uno dei principali fattori di trasformazione dell'economia italiana. Il fenomeno non riguarda soltanto gli spostamenti geografici delle persone, ma coinvolge direttamente la distribuzione del capitale umano, della capacità innovativa e delle opportunità di crescita tra le diverse aree del Paese. Negli ultimi vent'anni il Mezzogiorno ha assistito a una progressiva perdita di giovani, laureati e competenze altamente qualificate, mentre il Centro-Nord ha consolidato il proprio ruolo di polo attrattivo. Tuttavia, anche il Nord sperimenta una crescente fuga di talenti verso l'estero. Il quadro che emerge dagli studi SVIMEZ, ISTAT, AlmaLaurea, Eurostat e dalle recenti analisi pubblicate da Il Sole 24 Ore è quello di un sistema territoriale caratterizzato da profondi squilibri strutturali che rischiano di compromettere la competitività dell'intero Paese nei prossimi decenni.
2.La nuova geografia delle migrazioni giovanili
Il rapporto SVIMEZ "Un Paese, Due Emigrazioni" descrive con estrema chiarezza la trasformazione dei flussi migratori italiani. Tra il 2002 e il 2024 quasi un milione di giovani under 35 ha lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi nel Centro-Nord. Al netto dei rientri, il saldo negativo supera le 500 mila unità, di cui circa 270 mila laureati. Si tratta di una mobilità profondamente diversa rispetto a quella osservata negli anni Sessanta e Settanta. Oggi non si spostano prevalentemente lavoratori poco qualificati, ma individui dotati di elevato capitale umano. La tabella che segue riporta l’evoluzione della migrazione qualificata dal Mezzogiorno nel 2002 e nel 2024 in cui è evidente come la quota di laureati tra i giovani che lasciano il Sud è passata da meno del 20% nel 2002 a quasi il 60% nel 2024.
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Indicatore
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2002
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2024
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Quota laureati tra i migranti
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<20%
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~60%
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Giovani laureati partiti
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8.039
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22.920
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Saldo netto laureati
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-4.315
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-17.212
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Fonte: elaborazioni SVIMEZ su dati ISTAT.
3.La fuga delle donne laureate
Uno degli aspetti più interessanti emersi dall'indagine riguarda la crescente selettività della mobilità femminile. Tra il 2002 e il 2024 oltre 195 mila giovani laureate hanno lasciato il Mezzogiorno, contro circa 153 mila uomini laureati. La quota di donne laureate tra le migranti meridionali è cresciuta dal 22% a quasi il 70%. Questo dato suggerisce che le giovani donne percepiscono con maggiore intensità la scarsità di opportunità professionali presenti nei territori d'origine. La letteratura economica internazionale offre una chiave interpretativa interessante. Secondo gli studi di Claudia Goldin sull'evoluzione della partecipazione femminile al mercato del lavoro, le donne con elevata istruzione tendono a migrare verso territori caratterizzati da maggiore densità occupazionale, servizi avanzati e migliori prospettive di carriera. Il Mezzogiorno, caratterizzato da tassi di occupazione femminile significativamente inferiori rispetto alla media europea, finisce così per perdere proprio la componente più qualificata della propria popolazione femminile.
4.La doppia emigrazione: dal Sud al Nord e dal Sud all'estero
Alla migrazione interna si aggiunge quella internazionale. Tra il 2002 e il 2024 oltre 210 mila giovani meridionali hanno lasciato l'Italia, un terzo dei quali laureati. Il saldo netto negativo è pari a circa 142 mila giovani. Nel solo 2024 oltre 20 mila giovani under 35 del Sud hanno trasferito la residenza all'estero, il valore più elevato dell'intera serie storica. Il fenomeno assume una dimensione particolarmente critica se si considera che il Mezzogiorno perde contemporaneamente capitale umano verso il Nord e verso l'estero come si rileva dalla seguente tabella in cui si riporta il saldo netto dei laureati in uscita dal Mezzogiorno verso le suddette direttrici .
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Destinazione
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Saldo netto laureati
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Centro-Nord
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-269.475
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Estero
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-45.254
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Totale
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-314.729
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Fonte: elaborazioni SVIMEZ su dati ISTAT.
5.Il Nord attrae il Sud ma perde l'Europa
L'analisi SVIMEZ mostra un fenomeno apparentemente paradossale. Come si rileva dalla tabella seguente il Centro-Nord registra un saldo positivo di circa 270 mila laureati provenienti dal Mezzogiorno ma perde oltre 95 mila laureati verso l'estero. In altri termini, il Nord riesce a compensare la propria emorragia di capitale umano grazie ai flussi provenienti dal Sud.
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Area
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Saldo interno
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Saldo estero
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Mezzogiorno
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-269.475
|
-45.254
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Centro-Nord
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269.475
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-95.630
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Italia
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-140.884
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Fonte: SVIMEZ.
5.1La fuga dei talenti dal Mezzogiorno alla luce della New Economic Geography di Paul Krugman
L'intensificazione delle migrazioni giovanili e qualificate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord e verso l'estero può essere interpretata efficacemente attraverso la lente teorica della New Economic Geography (NEG) sviluppata da Paul Krugman a partire dagli anni Novanta. Tale approccio, che valse all'economista statunitense il Premio Nobel per l'Economia nel 2008, ha rivoluzionato il modo di interpretare la distribuzione spaziale delle attività economiche, spiegando perché alcune aree tendano a concentrare imprese, innovazione e capitale umano mentre altre entrino in una spirale di declino relativo. Secondo Krugman, i territori non crescono in modo uniforme. Al contrario, l'economia tende spontaneamente a generare processi di concentrazione geografica delle attività produttive. Quando un territorio raggiunge una massa critica di imprese, occupazione qualificata, infrastrutture, università, servizi avanzati e capacità innovativa, si attivano meccanismi di causazione cumulativa che ne rafforzano ulteriormente l'attrattività. In questo quadro, le imprese innovative preferiscono localizzarsi nei territori dove è già disponibile lavoro qualificato; allo stesso tempo, i lavoratori qualificati tendono a trasferirsi dove sono presenti più opportunità professionali, salari più elevati e migliori prospettive di carriera. Si genera così un circolo virtuoso per le aree forti e un circolo vizioso per quelle deboli.
La situazione italiana descritta dal rapporto SVIMEZ rappresenta quasi un caso di studio empirico delle intuizioni di Krugman. Il Centro-Nord, e in particolare regioni come Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e parte del Lazio, hanno progressivamente consolidato ecosistemi economici caratterizzati da: elevata densità industriale, presenza di università e centri di ricerca, mercati del lavoro dinamici, concentrazione di servizi avanzati, maggiore disponibilità di capitale privato, reti innovative territoriali più sviluppate. Krugman definisce questo fenomeno come effetto delle economie di agglomerazione. La concentrazione territoriale di attività economiche genera vantaggi che aumentano all'aumentare della concentrazione stessa. Un'impresa innovativa che si insedia a Milano o Bologna beneficia immediatamente di fornitori specializzati, università, infrastrutture, servizi finanziari e disponibilità di personale qualificato. Al contrario, un'impresa localizzata in un territorio caratterizzato da ridotta densità economica incontra maggiori costi di coordinamento e minori opportunità di collaborazione.
In tale prospettiva, l'emigrazione dei giovani laureati non rappresenta semplicemente una risposta individuale alla ricerca di un lavoro migliore, ma il risultato di un processo sistemico di polarizzazione territoriale. Le regioni meridionali formano capitale umano che successivamente viene assorbito dalle aree già più sviluppate del Paese, contribuendo ad ampliare ulteriormente il divario esistente. Un elemento particolarmente interessante della teoria di Krugman riguarda il ruolo delle aspettative. Quando un territorio acquisisce la reputazione di essere un luogo in cui si concentrano opportunità e innovazione, tale percezione diventa essa stessa un fattore attrattivo. La scelta di molti diplomati meridionali di iscriversi direttamente a università del Centro-Nord può essere interpretata proprio come il risultato di aspettative razionali circa le maggiori probabilità di inserimento professionale offerte da quei territori. I circa 70 mila diplomati del Sud che ogni anno si immatricolano in atenei del Centro-Nord rappresentano il primo stadio di questo processo di polarizzazione. La NEG aiuta inoltre a comprendere perché il fenomeno sia particolarmente intenso nei settori STEM. Le industrie ad alta tecnologia e ad alta intensità di conoscenza presentano forti rendimenti crescenti e necessitano di ecosistemi territoriali complessi. Per questo motivo i laureati in ingegneria, informatica e discipline scientifiche mostrano livelli di mobilità significativamente superiori rispetto ad altri percorsi formativi.
Tuttavia, l'analisi di Krugman suggerisce anche un'importante implicazione di politica economica. Se il mercato tende spontaneamente a rafforzare le aree già forti, il riequilibrio territoriale non può essere affidato esclusivamente alle forze spontanee dell'economia. Diventa necessario l'intervento delle politiche pubbliche per creare nuovi poli di sviluppo capaci di generare economie di agglomerazione anche nelle aree più deboli. In altri termini, il problema del Mezzogiorno non consiste tanto nella carenza di capitale umano — che continua a essere prodotto dalle università meridionali — quanto nella mancanza di un ecosistema economico sufficientemente attrattivo da trattenerlo. Le evidenze riportate da SVIMEZ mostrano infatti che il Sud continua a formare laureati, ma non riesce a offrire un numero adeguato di posti di lavoro qualificati, salari competitivi, opportunità di carriera e servizi avanzati comparabili a quelli presenti nel Centro-Nord. La lettura krugmaniana conduce dunque a una conclusione fondamentale e cioè che la fuga dei talenti dal Mezzogiorno non è soltanto una conseguenza del divario economico, ma è anche uno dei principali meccanismi che contribuiscono a riprodurlo nel tempo. Ogni laureato che lascia il Sud riduce il potenziale innovativo del territorio di origine e aumenta quello del territorio di destinazione. Questo trasferimento continuo di capitale umano alimenta un processo di divergenza cumulativa che rischia di rendere sempre più difficile il recupero del ritardo meridionale. Per interrompere questa dinamica occorre costruire nel Mezzogiorno quelle condizioni che, secondo Krugman, generano attrattività territoriale parliamo cioè d investimenti in innovazione, università, ricerca, infrastrutture materiali e digitali, servizi pubblici di qualità, ecosistemi imprenditoriali avanzati e politiche industriali orientate alla creazione di occupazione qualificata. Solo in questo modo sarà possibile trasformare il Mezzogiorno da area di esportazione di capitale umano a territorio capace di attrarre, trattenere e valorizzare i propri talenti.
6.L'emigrazione anticipata: la scelta parte dall'università
Uno dei contributi più innovativi dello studio Svimez riguarda il concetto di "emigrazione anticipata".
Come risulta evidente dalla tabella seguente, che riporta la relazione fra migrazione e scelta dell'area disciplinare di studio, la migrazione non avviene più soltanto dopo la laurea ma sempre più giovani decidono di trasferirsi già al momento dell'iscrizione universitaria. Nell'anno accademico 2024-2025 circa 70 mila diplomati meridionali hanno scelto un ateneo del Centro-Nord. I valori più elevati si registrano nei corsi STEM.
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Area disciplinare
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Incidenza
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Ingegneria industriale e informazione
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20,80%
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Politico-sociale
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17,80%
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Economia
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16,40%
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Giurisprudenza
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15,20%
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Medicina
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11,60%
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Fonte: MUR-SVIMEZ.
La letteratura internazionale conferma infatti che la mobilità universitaria costituisce uno dei principali predittori della successiva mobilità professionale. Gli studi di Ciriaci e Muscio, Tosi e Rettaroli e Vecchione mostrano come il trasferimento per motivi di studio aumenti significativamente la probabilità di non rientrare nel territorio d'origine.
7.Quanto costa perdere un laureato?
L'emigrazione qualificata non rappresenta soltanto una perdita demografica. Essa implica anche la dispersione dell'investimento pubblico sostenuto per formare quel capitale umano. Secondo SVIMEZ, il costo annuale dell'investimento formativo disperso a causa della mobilità interna dei laureati è pari a circa 6,8 miliardi di euro per il Mezzogiorno. Come risulta dalla tabella dal punto di vista economico il fenomeno può essere interpretato come un trasferimento implicito di ricchezza pubblica. Le regioni meridionali finanziano l'istruzione mentre i benefici produttivi vengono spesso raccolti altrove.
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Area
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Costo annuo (mld €)
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Mezzogiorno verso Centro-Nord
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6,8
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Centro-Nord verso estero
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3,1
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Mezzogiorno verso estero
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1,1
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Fonte: SVIMEZ.
7.1La fuga dei laureati come trasferimento implicito di ricchezza pubblica: una lettura economica
Uno degli aspetti meno discussi ma economicamente più rilevanti dell'emigrazione qualificata dal Mezzogiorno riguarda il fatto che essa rappresenta un vero e proprio trasferimento implicito di ricchezza pubblica da un territorio a un altro. Non si tratta soltanto di una perdita di popolazione o di competenze, ma della cessione gratuita di un investimento collettivo che è stato finanziato attraverso la fiscalità generale e che produce benefici economici altrove. La teoria del capitale umano sviluppata da Theodore Schultz e Gary Becker considera l'istruzione una forma di investimento produttivo analoga agli investimenti in macchinari, infrastrutture o tecnologie. Lo Stato sostiene costi significativi per formare un individuo lungo tutto il suo percorso educativo ovvero costi per scuola dell'infanzia, scuola primaria, scuola secondaria, università, servizi di supporto alla formazione, infrastrutture scolastiche e universitarie, borse di studio e diritto allo studio. Quando un giovane consegue una laurea, il suo valore economico non deriva soltanto dalle competenze personali acquisite, ma anche dall'insieme delle risorse pubbliche impiegate per generarle. La perdita annuale di laureati che dal Mezzogiorno si trasferiscono nel Centro-Nord equivale a circa 6,8 miliardi di euro annui di investimento formativo pubblico disperso. Questa cifra può essere interpretata come il valore monetario del capitale umano trasferito ogni anno dalle regioni meridionali alle regioni centro-settentrionali.
7.2 Un paragone con gli investimenti materiali
Per comprendere meglio il fenomeno possiamo immaginare che una regione meridionale costruisca ogni anno una grande infrastruttura industriale del valore di 6,8 miliardi di euro e che tale infrastruttura venga successivamente trasferita gratuitamente in Lombardia, Emilia-Romagna o Veneto.
Una situazione del genere verrebbe immediatamente percepita come un enorme squilibrio economico.
Eppure è esattamente ciò che accade con il capitale umano. La differenza è che il trasferimento non riguarda impianti o macchinari ma persone altamente qualificate che incorporano conoscenza, competenze tecniche, capacità innovative e produttività futura.
7.3 Il concetto di "sussidio territoriale invisibile"
Dal punto di vista dell'economia regionale, la migrazione qualificata genera una sorta di sussidio territoriale invisibile. Il Mezzogiorno sostiene i costi della formazione. Il Centro-Nord raccoglie i benefici economici. I vantaggi per il territorio di destinazione sono molteplici e vanno dalla maggiore produttività delle imprese all'aumento del gettito fiscale insieme a crescita della domanda interna incremento dell'innovazione e maggiore competitività internazionale.
Tutti questi effetti vengono acquisiti senza che le regioni beneficiarie abbiano sostenuto integralmente i costi formativi corrispondenti. In termini economici si verifica una dissociazione tra il soggetto che sostiene l'investimento e il soggetto che ne raccoglie i rendimenti.
7.4 Il problema del rendimento fiscale
La perdita più significativa riguarda probabilmente il ritorno fiscale dell'investimento pubblico.
Ogni laureato produce lungo la propria vita lavorativa imposte sul reddito,contributi previdenziali, imposte indirette sui consumi, tributi locali oltre che domanda di servizi.
Quando il laureato si trasferisce, tali flussi vengono generati nella regione di destinazione e non in quella di origine. Il territorio che ha finanziato l'investimento educativo perde quindi la possibilità di recuperare, attraverso il sistema fiscale, una parte delle risorse impiegate. Si tratta di un meccanismo particolarmente critico nel Mezzogiorno, dove la già limitata base imponibile viene ulteriormente ridotta dalla perdita delle fasce più produttive della popolazione.
7.5 L'effetto moltiplicatore perduto
La perdita economica non coincide con il solo costo della formazione. In realtà esiste un effetto molto più ampio.Quando un laureato rimane nel territorio genera reddito , consuma beni e servizi, acquista una casa, crea relazioni economiche, può fondare imprese ,contribuisce alla crescita della produttività.
Secondo le teorie della crescita endogena di Romer e Lucas, il capitale umano produce esternalità positive che aumentano la produttività anche degli altri lavoratori. Pertanto la perdita di un laureato non implica soltanto la perdita del suo reddito individuale, ma anche la rinuncia agli effetti moltiplicativi che la sua presenza avrebbe generato sull'intero sistema economico locale.
7.6 Dal dualismo economico al dualismo cognitivo
Storicamente il divario Nord-Sud è stato interpretato soprattutto come differenza di capitale fisico, infrastrutture e occupazione industriale. Oggi emerge invece una nuova forma di dualismo. Non si trasferiscono più soltanto lavoratori. Si trasferiscono soprattutto competenze, conoscenza, innovazione,
creatività, capacità imprenditoriali. Si potrebbe parlare di dualismo cognitivo, cioè di una crescente concentrazione del capitale umano nelle aree economicamente più forti. Le evidenze SVIMEZ mostrano che il fenomeno è diventato sempre più selettivo: se all'inizio degli anni Duemila meno del 20% dei giovani migranti era laureato, oggi la quota sfiora il 60%. Questo significa che il Mezzogiorno non sta perdendo semplicemente popolazione, ma la componente mediamente più istruita e produttiva della propria forza lavoro.
7.7 Una lettura keynesiana del fenomeno
Anche in una prospettiva keynesiana il fenomeno assume particolare rilevanza.
Quando un territorio perde giovani qualificati diminuiscono consumi,investimenti,domanda aggregata,
gettito fiscale e capacità di attrazione degli investimenti privati. Si genera quindi un processo cumulativo di riduzione della domanda interna che può scoraggiare ulteriormente l'insediamento di nuove imprese.L'emigrazione dei laureati diventa così non soltanto una conseguenza del sottosviluppo, ma anche una delle sue cause.
8.La questione salariale
Il tema salariale costituisce una delle principali spiegazioni della mobilità. Secondo AlmaLaurea i laureati italiani occupati all'estero percepiscono mediamente tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto ai colleghi occupati in Italia. Anche all'interno del Paese emergono differenze significative come visibile nella seguente tabella
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Area
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Retribuzione (€)
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Nord-Ovest
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1.735
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Nord-Est
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1.690
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Centro
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1.620
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Mezzogiorno
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1.579
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Italia
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1.654
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Fonte : AlmaLaurea
Il differenziale retributivo si accompagna inoltre a un forte gender pay gap. Nel Mezzogiorno il divario salariale tra uomini e donne laureate raggiunge il 15,5%, il valore più elevato tra le macroaree italiane.
9.I giovani continuano a scomparire dal Sud
I dati più recenti elaborati da Il Sole 24 Ore confermano che il fenomeno non sta rallentando.
Tra il 2019 e il 2026 il Mezzogiorno ha perso oltre 313 mila residenti tra 18 e 35 anni, con una riduzione del 7,6%. Nello stesso periodo il Nord ha guadagnato quasi 240 mila giovani (+4,8%).
Le province che registrano le perdite più elevate sono Sud Sardegna, Isernia, Oristano, Crotone, Potenza e Reggio Calabria. Al contrario, territori come Bologna, Milano, Bergamo, Modena e Reggio Emilia continuano ad attrarre popolazione giovanile.
9.2 Le conseguenze demografiche al 2050
Le proiezioni demografiche elaborate da SVIMEZ delineano uno scenario particolarmente preoccupante. Entro il 2050 l'Italia perderà circa 4,6 milioni di abitanti. Il 77% di questa riduzione interesserà il Mezzogiorno, che potrebbe perdere circa 3,5 milioni di residenti.
Nel Sud gli under 15 diminuiranno del 31,1%,la popolazione in età lavorativa calerà del 31,8%,gli over 65 aumenteranno del 27,4%. Si tratta di una trasformazione che rischia di compromettere la sostenibilità dei sistemi produttivi locali, dei servizi pubblici e dello stesso welfare territoriale.
Conclusioni
L'emigrazione dei giovani dal Mezzogiorno non può più essere interpretata come un semplice fenomeno migratorio. Essa rappresenta una questione strutturale di sviluppo economico, competitività territoriale e sostenibilità demografica. I dati mostrano che il Sud continua a perdere la parte più qualificata della propria popolazione, mentre il Centro-Nord ne beneficia almeno parzialmente. Tuttavia, anche il Nord è coinvolto in una crescente competizione internazionale per trattenere talenti e competenze.
La dinamica descritta da SVIMEZ evidenzia un meccanismo cumulativo in cui minori opportunità producono emigrazione, l'emigrazione riduce ulteriormente la capacità innovativa e produttiva dei territori, alimentando nuove partenze. Il risultato è un circolo vizioso che impoverisce progressivamente il capitale umano disponibile e riduce le prospettive di crescita futura. Le evidenze suggeriscono che il problema non riguarda tanto la capacità del Mezzogiorno di formare giovani qualificati, quanto la sua capacità di offrire opportunità professionali adeguate. Università, centri di ricerca e scuole continuano infatti a generare capitale umano di qualità, ma il sistema economico locale non riesce ad assorbirlo in misura sufficiente. La risposta non può limitarsi agli incentivi al rientro o alle agevolazioni fiscali. Occorre una strategia di lungo periodo fondata su investimenti produttivi, innovazione, rafforzamento dei servizi pubblici, qualità delle istituzioni, sviluppo delle filiere tecnologiche e valorizzazione delle competenze. In questa prospettiva assume particolare rilevanza il concetto richiamato da SVIMEZ del "diritto a restare" non come alternativa alla libertà di muoversi, ma come possibilità concreta per i giovani di costruire il proprio futuro nel territorio in cui sono nati e si sono formati. In assenza di interventi strutturali, le proiezioni demografiche indicano che il Mezzogiorno potrebbe perdere nei prossimi venticinque anni una quota significativa della propria popolazione attiva, con effetti negativi sulla crescita economica, sulla sostenibilità fiscale e sulla coesione sociale. Il rischio non è soltanto quello di un Sud più piccolo, ma di un'Italia complessivamente meno competitiva, meno innovativa e meno capace di affrontare le sfide della transizione tecnologica e demografica del XXI secolo. Le migrazioni giovanili non sono dunque soltanto una questione meridionale ma rappresentano una delle grandi questioni nazionali su cui si giocherà il futuro del Paese.
Angelo Capriati CEO Finanza&Servizi
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