Passa ai contenuti principali

NEET in Italia: il fenomeno che invecchia

 

• In Italia 1,874 milioni di giovani 15-34 anni restano fuori da studio, formazione e lavoro.

• Le donne sono il 59% dei NEET: nella fascia 30-34 anni il tasso raggiunge 30,3%.

• Il divario territoriale resta enorme: Sicilia al 27,5%, Trentino Alto Adige fermo appena al 7,7%.





Introduzione

 Il fenomeno NEET, l'acronimo britannico che indica i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione, ha cambiato scala in Italia negli ultimi sette anni. Dai oltre tre milioni del 2018 si è scesi a 1,874 milioni nel 2025 nella fascia 15-34 anni: una riduzione di oltre un terzo, ottenuta grazie al calo della dispersione scolastica, ai fondi europei, al Pnrr e ai programmi di politica attiva. Il risultato, però, non chiude la partita. L'incidenza italiana resta la seconda più alta dell'Unione europea, il divario di genere si allarga con l'età fino a superare i sedici punti percentuali, la maternità continua a spingere fuori dal mercato del lavoro una madre su due e il Mezzogiorno registra tassi tripli rispetto alle regioni alpine. Questo report ricostruisce i numeri, ne analizza le cause strutturali, misura l'efficacia delle politiche adottate e indica le priorità chiave per i prossimi anni. 1.

 Il quadro 2025: quanti sono, dove sono, chi sono

Il punto di partenza è un numero che va letto con attenzione, perché cambia molto a seconda della fascia di età considerata. Nella definizione più ampia, quella 15-34 anni adottata dal Laboratorio Dedalo di Fondazione Gi Group e ormai prevalente nel dibattito italiano, i giovani che non studiano e non lavorano sono 1,874 milioni nel 2025, pari al 15,6% della popolazione di riferimento. Nella definizione internazionale utilizzata da Eurostat per il target europeo, quella 15-29 anni, la platea si riduce a 1,178 milioni, con un'incidenza del 13,3%. La differenza fra i due perimetri, quasi settecentomila persone, non è un dettaglio statistico: è esattamente il segmento su cui l'Italia mostra la sua anomalia più grave, quello dei giovani-adulti fra i 30 e i 34 anni, che fatica a raggiungere l'autonomia economica e la possibilità di costruirsi una famiglia e una casa proprie. Il dato aggregato nasconde composizioni molto diverse. La distribuzione per genere è la prima frattura: le donne rappresentano il 59% dei NEET fra 15 e 34 anni, con un tasso del 19,1% contro il 12,3% degli uomini. Nella fascia più giovane, 15-29 anni, la quota femminile scende al 53,9%, segno che il divario non nasce all'uscita dalla scuola ma si costruisce progressivamente negli anni successivi. La seconda frattura è territoriale: l'incidenza supera la media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno e raggiunge il 27,5% in Sicilia, mentre si ferma al 7,7% in Trentino Alto Adige, un rapporto di oltre tre a uno fra le due estremità del Paese. La terza riguarda la cittadinanza: fra i 15-29enni l'incidenza è del 12,2% per gli italiani e del 23,8% per i coetanei con cittadinanza straniera, quasi il doppio. Anche la condizione dei NEET, dentro la categoria, è tutt'altro che omogenea. La classificazione elaborata dal Laboratorio Dedalo a partire dallo schema Eurofound distingue i disoccupati di breve e di lungo periodo, i rientranti nel sistema formativo, chi non lavora per responsabilità familiari, chi ha problemi di salute o disabilità, chi è in attesa di esiti di ricerche passate e chi si è ritirato per ragioni personali. Fra i giovanissimi 15-19 anni prevalgono i rientranti, oltre un quinto del totale, e i disoccupati di breve periodo: si tratta in larga parte di condizioni transitorie, che il sistema scolastico e formativo può riassorbire. Fra i 25-34enni cresce invece il peso delle responsabilità familiari e della disoccupazione di lungo periodo, cioè delle situazioni che tendono a stabilizzarsi e che richiedono interventi molto più costosi e più lunghi. Nel 2026 l'Advisory Board di Dedalo ha aggiunto a questa lettura uno strumento ulteriore, la Scala di Gravità: un indice costruito su quattro variabili oggettive rilevate dall'indagine Istat sulle Forze di Lavoro, cioè la ricerca attiva di lavoro, la disponibilità immediata a lavorare, le motivazioni della non disponibilità e la durata della condizione. La scala ordina le situazioni su otto livelli, da zero a sette, secondo la prospettiva del labour market attachment, ovvero la distanza effettiva dal mercato del lavoro. È un cambio di paradigma rilevante per le politiche: significa passare da una misura di quanti sono i NEET a una misura di quanto lontani siano, e quindi calibrare l'intensità del sostegno sul rischio di esclusione persistente anziché su una soglia di età. 




Il confronto fra le fasce di età mostra con chiarezza dove il progresso si è fermato. Fra il 2020, anno del picco pandemico, e il 2025 l'incidenza dei 15-19enni è crollata dall'11% al 4,5%, quella dei 20-24enni dal 27,2% al 15,2% e quella dei 25-29enni dal 32,3% al 20%. Nella fascia 30-34, invece, la discesa è stata più modesta, dal 30,3% al 21,9%: oggi quella è la classe di età con il tasso più alto in assoluto, un'inversione rispetto alla percezione comune del NEET come adolescente disorientato.

 

 

 

Questa ricomposizione per età è il fatto più importante degli ultimi cinque anni. Il fenomeno non è semplicemente diminuito: si è spostato in avanti nel ciclo di vita, concentrandosi nella fase in cui l'esclusione costa di più, sia al singolo sia al sistema. Un diciassettenne fuori dalla scuola può rientrare in un percorso formativo con un intervento relativamente leggero; un trentaduenne senza esperienza continuativa di lavoro, spesso con carichi di cura, ha bisogno di formazione, servizi, conciliazione e talvolta sostegno al reddito contemporaneamente.

La discesa dal 2018: che cosa ha funzionato

 Nel 2018 i NEET italiani fino a 34 anni superavano i tre milioni: 3,011 milioni, per la precisione. Sette anni dopo sono 1,874 milioni. Sono oltre un milione e centomila giovani in meno, il calo più ampio registrato in Europa nello stesso periodo. Eurostat, misurando la fascia 15-29, quantifica la riduzione italiana in 12,4 punti percentuali fra il 2015 e il 2025, dal 25,7% al 13,3%: nessun altro Paese dell'Unione si è mosso così rapidamente, con la Grecia seconda a 10,5 punti e la Croazia terza a 9. Le ragioni di questo movimento sono almeno quattro, e vale la pena distinguerle perché hanno implicazioni diverse per il futuro. La prima è demografica: le coorti giovanili si stanno assottigliando, quindi una parte della riduzione in valore assoluto riflette semplicemente il fatto che i giovani sono meno numerosi. Questa componente non è un successo di politica pubblica, ed è anzi il segnale di un problema più grande, perché riduce la base su cui il Paese può contare per rinnovare il proprio capitale umano. In Italia il numero degli over 65 ha già superato quello dei giovani sotto i 25 anni, e gli occupati over 50 hanno sfiorato a luglio i 10,5 milioni, praticamente il doppio degli under 35, fermi a 5,3 milioni. La seconda ragione è il recupero del mercato del lavoro dopo lo shock pandemico. Il picco del 2020-2021 è stato eccezionale e il rientro dai valori di crisi ha meccanicamente ridotto l'incidenza. Anche qui, tuttavia, i dati mostrano che il 2025 non è un semplice ritorno al pre-Covid: i tassi sono inferiori a quelli del 2019 in tutte le fasce di età, quindi una parte del miglioramento è strutturale e non congiunturale. La terza ragione, la più solida, è la riduzione della dispersione scolastica. L'abbandono precoce degli studi fra i 18 e i 24 anni, che nel 2025 era all'8,2%, dovrebbe scendere al 7,3% nel 2026: l'Italia ha raggiunto in anticipo tutti i target europei. Dal 2019 al 2026 la quota di giovani che arrivano al diploma di maturità o alla qualifica professionale è salita dall'86,5% al 92,7%, l'equivalente di circa 520mila ragazzi recuperati a scuola, grossomodo la popolazione di Genova. Ogni giovane che completa un ciclo di studi è con alta probabilità un NEET in meno, e questo spiega gran parte del crollo dell'incidenza nelle fasce più giovani. La quarta ragione è l'insieme dei programmi di politica attiva finanziati con risorse europee: la Garanzia Giovani nella programmazione 2014-2020, i fondi del Pnrr, il programma Gol e le iniziative di formazione digitale come Edo. Sono interventi di natura molto diversa fra loro, con risultati misurabili in modo disomogeneo, ma il loro effetto cumulato ha spostato l'attenzione dei servizi per il lavoro su una platea che prima non veniva praticamente presa in carico.

 

 



Il confronto con la media europea aiuta a dimensionare sia il risultato sia il ritardo residuo. Nel 2015 l'Italia aveva un'incidenza di dieci punti superiore alla media dell'Unione; nel 2025 il divario si è ridotto a poco più di due punti nella fascia 15-29. È un avvicinamento notevole, ottenuto peraltro mentre l'Unione stessa migliorava. Ma il punto di arrivo resta la penultima posizione fra i ventisette, e la distanza dal target europeo del 9% entro il 2030, fissato dal Pilastro europeo dei diritti sociali, è ancora di oltre quattro punti percentuali. Per raggiungerlo l'Italia dovrebbe ridurre il numero dei NEET 15-29 di circa un terzo in cinque anni, in un contesto in cui i margini più facili, quelli legati alla dispersione scolastica, sono in larga parte già stati sfruttati. C'è infine un aspetto che i numeri sulla quantità non catturano. Come osserva Alessandro Rosina, la riduzione della dispersione esplicita non ha eliminato la dispersione implicita, cioè la quota di chi termina formalmente gli studi senza aver raggiunto competenze adeguate ad affrontare il mercato del lavoro. Un diploma che non trasferisce competenze utilizzabili sposta il problema di qualche anno anziché risolverlo, e contribuisce a spiegare perché il tasso di NEET italiano resti elevato proprio nelle fasce in cui il titolo di studio dovrebbe essere già stato messo a frutto.

 

L'Italia nel confronto europeo

Nel 2025 l'incidenza dei NEET fra 15 e 34 anni nell'Unione europea è pari al 12%, in discesa dal 15,2% del 2020. L'Italia si attesta al 15,6% e occupa la penultima posizione: solo la Romania, con il 20,3%, presenta un valore peggiore. Sopra la media europea, insieme all'Italia, si collocano la Grecia (15,4%), la Bulgaria (14,6%), la Francia (13,3%), la Spagna e la Slovacchia (12,3% entrambe). All'estremo opposto, la Svezia (6,1%) e i Paesi Bassi (6,3%) mostrano tassi inferiori alla metà di quello italiano, seguiti da Malta (7,8%), Slovenia (8,2%) e Portogallo (8,3%).

 


La lettura per fasce di età mostra che la posizione italiana peggiora man mano che l'età aumenta, e questo è il tratto distintivo del caso nazionale. Nella fascia 15-19 anni il 4,5% italiano non è lontano dal 5,3% medio europeo: la scuola, in altre parole, trattiene i ragazzi in modo confrontabile con il resto dell'Unione. Nella fascia 25-29 il 20% italiano si scontra con un 14,7% medio europeo, mentre nella fascia 30-34 il 21,9% italiano è quasi il doppio dei valori registrati nei Paesi scandinavi. Il problema, quindi, non è l'ingresso nel sistema formativo ma l'uscita da esso: è la transizione scuola-lavoro, non la scolarizzazione, il punto debole.

 

 


 

Il confronto europeo smentisce anche una spiegazione consolatoria molto diffusa, quella secondo cui il fenomeno dipenderebbe soprattutto dal basso livello di istruzione. In tutta Europa il titolo di studio protegge: nel 2025 il tasso di NEET fra i 15-29enni dell'Unione è del 12,8% per chi ha un basso livello di istruzione, dell'11% per il livello medio e dell'8% per chi ha una laurea. In Italia la protezione esiste ma è meno efficace: fra chi ha un titolo basso il tasso supera il 40% nella fascia 15-34, quasi quattro volte quello dei laureati, ma anche fra i laureati il Paese registra uno dei valori più elevati d'Europa. Formarsi conviene, in altre parole, ma in Italia conviene meno che altrove, perché il sistema economico assorbe con difficoltà competenze elevate. Un'ulteriore dimensione utile è quella della densità abitativa. A livello europeo l'incidenza dei NEET 15-29 è del 10,3% nelle città, dell'11% nei centri minori e dei sobborghi e del 12,2% nelle aree rurali. Il gradiente urbano-rurale esiste dunque anche in Europa, ma è di circa due punti, mentre in Italia il differenziale fra la regione migliore e quella peggiore supera i diciannove punti. Il problema italiano non è la ruralità: è la struttura produttiva di interi macro-territori, che non genera domanda di lavoro sufficiente ad assorbire i giovani residenti.

 

 La geografia della disuguaglianza

La distribuzione regionale dei NEET replica quasi perfettamente quella della disoccupazione, con un'ampiezza che non ha equivalenti fra i grandi Paesi europei. Tutte le regioni del Mezzogiorno superano la media nazionale del 15,6%: la Sicilia è al 27,5%, la Campania al 26,1%, la Calabria al 24,3%, la Puglia al 22,8%, la Basilicata al 19% e la Sardegna al 18,5%. All'estremo opposto, il Trentino Alto Adige si ferma al 7,7%, un valore migliore della media dell'Unione europea e comparabile a quello dei Paesi Bassi, seguito dalla Valle d'Aosta al 9%, dal Veneto al 9,4%, dall'Emilia Romagna al 9,6% e dalla Lombardia al 9,9%.

 

 


La tabella permette di osservare un fatto che le medie nascondono: il divario di genere non è uniforme nel Paese, e in alcune regioni assume dimensioni straordinarie. In Veneto un uomo giovane ha una probabilità di essere NEET pari al 5,5%, meno di un giovane olandese, mentre una donna veneta si colloca al 13,7%, oltre due volte tanto. In Calabria il divario fra uomini (19%) e donne (29,9%) sfiora gli undici punti. Il caso opposto è la Sardegna, dove uomini (18,3%) e donne (18,7%) sono praticamente allineati: qui il problema non è di genere ma di domanda di lavoro complessiva, che manca per tutti.

 


Il quadro territoriale peggiora ulteriormente se si incrocia la geografia con la cittadinanza. I dati del Laboratorio Dedalo relativi al 2024 mostrano che il tasso di NEET dei giovani italiani è pari al 9,1% nel Nord-ovest, al 7,8% nel Nord-est e al 12,5% nel Centro, mentre fra gli stranieri residenti nelle stesse aree sale rispettivamente al 24,6%, al 25,5% e al 25,4%: uno scarto che oscilla fra i dodici e i diciassette punti percentuali. Le regioni in cui gli stranieri registrano i tassi più alti sono la Campania (45,4%), la Puglia (42,8%) e l'Abruzzo (40,9%); guardando ai soli cittadini italiani emergono invece la Sicilia (29,9%), la Calabria (29,8%) e la Campania (28,2%). Vale la pena notare, infine, che le regioni migliori italiane non hanno nulla da invidiare alle aree più avanzate d'Europa. In Lombardia l'incidenza dei NEET 15-29 è scesa dal picco del 18,4% nel 2021 all'8,5% nel 2025, sotto il target europeo del 9% fissato per il 2030; nell'area metropolitana milanese e nelle province circostanti l'incidenza stimata è del 10,4%, contro il 14,7% del 2018, il che equivale comunque a circa 77.500 giovani inattivi. Il Paese, insomma, contiene già dentro di sé i modelli che funzionano: il problema è la loro mancata diffusione.

 

Il cuore del problema: genere, cura, maternità

Il secondo rapporto annuale del Laboratorio Dedalo, presentato alla Camera dei Deputati il 9 luglio 2026 con il titolo «NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno», sposta l'analisi su quello che oggi è il principale motore del fenomeno in Italia. Nonostante l'aumento del tasso di occupazione femminile registrato negli ultimi anni, le donne rappresentano il 59% dei NEET fra 15 e 34 anni, con un tasso del 19,1% contro il 12,3% degli uomini. Il divario cresce drasticamente con l'età: nella fascia 30-34 anni raggiunge i 16,5 punti percentuali, con un tasso del 30,3% per le donne e del 13,8% per gli uomini. Poco meno di una donna su tre, in quella fascia, è fuori sia dal lavoro sia dalla formazione. Il fattore che pesa di più è la maternità. Fra i 15 e i 34 anni, le madri che vivono in coppia hanno un tasso di NEET del 49,4%, contro l'8,3% dei padri nella stessa condizione: quasi una madre su due e meno di un padre su dodici. Non esiste, nei dati italiani sul mercato del lavoro, un altro differenziale di questa ampiezza legato a una singola condizione di vita. Il rischio, come segnala il rapporto, è che la scelta o la necessità di far fronte ai carichi di cura familiari si traduca in un'esclusione strutturale dal mondo del lavoro, cioè in una condizione che non si riassorbe quando i figli crescono, perché nel frattempo si sono perse competenze, reti professionali e anzianità contributiva.

 

 


 

A questo si aggiunge il fattore cittadinanza, che agisce in modo cumulativo con il genere. Il tasso di NEET raggiunge il 50% fra le donne straniere di prima generazione nella fascia 15-34 anni. I dati Dedalo relativi al 2024 chiariscono il meccanismo: fra i giovani stranieri la quota maggioritaria di NEET è rappresentata da chi dichiara di non lavorare per responsabilità familiari, il 49,3%, contro il 19,6% fra i NEET italiani. Non è, dunque, un problema di scoraggiamento o di scarsa ricerca di lavoro, ma di modelli familiari e di totale assenza di servizi di conciliazione accessibili a redditi bassi. Il rapporto individua anche un meccanismo di trasmissione intergenerazionale che merita attenzione, perché mostra come il divario si riproduca. Il divario di genere fra i NEET è fortemente influenzato dal capitale educativo della madre: il 67,1% delle figlie di madri con licenza elementare raggiunge al massimo lo stesso livello di istruzione, mentre solo il 3,3% arriva alla laurea. Più alto è il livello di istruzione materno, meno i motivi familiari pesano nella condizione di NEET femminile. Ciò significa che l'investimento in istruzione femminile produce effetti su due generazioni: sulla donna che studia e sulle figlie che, statisticamente, studieranno a loro volta e resteranno nel mercato del lavoro dopo la nascita dei figli. La lettura europea conferma che il differenziale di genere non è un'anomalia solo italiana, ma che in Italia assume un'intensità particolare. Nel 2025 il 12% delle giovani donne europee fra 15 e 29 anni era NEET, contro il 9,9% dei coetanei uomini: 2,1 punti di distanza, contro i circa tre punti italiani nella stessa fascia (14,9% contro 11,8%) e i 6,8 punti nella fascia 15-34. Soprattutto, cambia la natura della condizione: fra i NEET europei la quota di chi è fuori dalla forza di lavoro, cioè non cerca attivamente un impiego, è dell'8,3% fra le donne contro il 5,2% fra gli uomini. La componente di inattività pura, quella più difficile da raggiungere con le politiche tradizionali, è dunque prevalentemente femminile in tutta Europa e in Italia in misura maggiore. Rossella Riccò, responsabile del Centro studi di Fondazione Gi Group, indica una direzione che va oltre le politiche del lavoro in senso stretto: in Italia il mondo dello studio e quello del lavoro restano profondamente distanti e l'orientamento non funziona in maniera abbastanza efficace, ma oltre alle politiche attive serve un intervento di sistema, per promuovere già nelle scuole la consapevolezza dell'importanza di un lavoro in regola e di una maggiore suddivisione dei carichi di cura familiari. Per favorire il lavoro delle donne, aggiunge, sarebbe necessario rivedere gli orari e i calendari scolastici e prevedere fondi stabili dedicati ai NEET, anziché finestre di finanziamento che si aprono e si chiudono con i cicli di programmazione europea.

 

Istruzione, competenze e dispersione implicita

Il titolo di studio resta la variabile individuale più protettiva, ma in Italia protegge meno che nel resto d'Europa e protegge in modo molto diverso a seconda del territorio. I dati del Laboratorio Dedalo indicano che il tasso di giovani fuori da percorsi di studio e lavoro fra chi ha un basso titolo di studio supera il 40%, risultando quasi quattro volte più alto rispetto a quello dei laureati. Tuttavia, se si guarda al contesto europeo, l'Italia resta pericolosamente indietro, registrando uno dei tassi di NEET più elevati anche tra chi ha terminato un percorso accademico. Page 12 of 20 Un elemento apparentemente controintuitivo aiuta a capire il meccanismo. Nella fascia 15-29 anni la quota di NEET fra i laureati e i titolari di un titolo post-laurea è pari all'11,1%, un valore inferiore a quello registrato fra i diplomati (15%) ma superiore a quello di chi ha al massimo la licenza media (12%). La spiegazione è duplice: da un lato la fascia più giovane include molti quindicenni e sedicenni ancora dentro l'obbligo scolastico, che abbassano artificialmente il tasso dei titoli bassi; dall'altro il diploma tecnico e professionale, nella forma in cui viene erogato oggi in molte aree del Paese, non garantisce un accesso rapido all'occupazione. Sono i mesi immediatamente successivi al diploma il punto più fragile della biografia formativa italiana. È qui che entra in gioco la dispersione implicita, il concetto su cui insiste l'analisi di Alessandro Rosina. La dispersione esplicita, cioè l'abbandono formale degli studi, è scesa in modo netto e ha ormai raggiunto i target europei. Ma la quota di studenti che completano il ciclo senza aver acquisito le competenze di base attese dai livelli di riferimento resta elevata, e in alcune regioni meridionali interessa una porzione molto ampia dei diplomati. Il titolo, in quei casi, certifica una frequenza e non una competenza: il giovane esce dal conteggio della dispersione ma entra, qualche mese dopo, in quello dei NEET. Il secondo nodo è l'orientamento. In Italia il passaggio dalla scuola al lavoro non è accompagnato da un'infrastruttura stabile di orientamento e placement come quella che esiste nei sistemi duali tedesco o austriaco. La conseguenza è visibile nella struttura della domanda: le imprese segnalano difficoltà di reperimento in settori come la meccanica di precisione, l'high-tech, le energie rinnovabili, la ristorazione e l'ospitalità, mentre migliaia di giovani nelle stesse province restano inattivi. Non è un disallineamento di quantità ma di informazione e di percorsi: nessuno collega, in modo sistematico, i due lati del mercato.

 


 Il confronto della tabella è il modo più diretto per vedere l'anomalia italiana. Il livello basso in Italia è persino leggermente migliore della media europea, per gli effetti di composizione già descritti; il livello medio è quattro punti peggiore; il livello alto è tre punti peggiore. In un mercato del lavoro efficiente il differenziale fra livello medio e livello alto dovrebbe essere ampio e a vantaggio dei laureati: in Italia è compresso, e ciò segnala che il sistema produttivo domanda relativamente poche competenze elevate, spingendo una parte dei laureati verso l'inattività o verso l'emigrazione. Quest'ultimo punto merita di essere sottolineato, perché sottrae al conteggio dei NEET proprio i giovani più formati. Come rileva il Rapporto Cnel sull'attrattività del sistema Paese, l'intenzione di trasferirsi all'estero matura soprattutto attorno ai trent'anni e riguarda sempre più le donne. Un laureato che emigra non è un NEET, ma è comunque una perdita di capitale umano: il tasso nazionale migliora e il Paese si impoverisce. Le due statistiche vanno quindi lette insieme, perché una politica che riducesse i NEET spingendo i giovani più qualificati fuori dai confini non risolverebbe alcun problema.

 

 I giovani-adulti: perché la fascia 30-34 è decisiva

Quasi settecentomila dei 1,874 milioni di NEET italiani hanno fra i 30 e i 34 anni. Uno su cinque dei giovani italiani in quella fascia, il 21,9%, non studia e non lavora. È la classe di età in cui l'incidenza è più alta ed è quella in cui la riduzione degli ultimi anni è stata meno marcata: mentre le fasce centrali, fra i 20 e i 29 anni, hanno beneficiato in modo significativo delle politiche attive e del recupero occupazionale, i giovani-adulti sono rimasti in larga parte fuori dal raggio degli interventi, spesso perché i programmi rivolti ai giovani hanno soglie di età fissate a 29 o a 35 anni con criteri che escludono chi ha già avuto brevi esperienze di lavoro. La fase della vita fra i 25 e i 34 anni rappresenta, secondo l'analisi di Rosina, una sorta di ponte fra la giovinezza e l'età adulta. È l'età in cui si dovrebbe consolidare il passaggio dalla formazione al lavoro e dalla condizione di figlio o figlia all'avvio solido dei propri progetti familiari e di vita. È anche l'età nella quale le conseguenze delle difficoltà accumulate diventano più visibili: le rinunce e le disuguaglianze subite in questa fase rischiano di trasformarsi in svantaggi persistenti in età adulta e anziana, sotto forma di carriere discontinue, redditi bassi e contributi previdenziali insufficienti. I dati del Rapporto giovani dell'Istituto Toniolo evidenziano come, rispetto agli altri Paesi europei, la revisione al ribasso degli obiettivi professionali e personali dipenda in Italia in misura sproporzionata dalla condizione in cui ci si trova attorno ai trent'anni. È il momento in cui si misura la distanza fra ciò che si vorrebbe fare e ciò che le condizioni sociali ed economiche consentono di fare, e in cui matura più spesso l'intenzione di trasferirsi altrove. Le conseguenze macroeconomiche di questa concentrazione non sono astratte. Ridurre il numero dei NEET è uno degli interventi necessari per rilanciare la natalità, dato che scarse possibilità di crescita individuale si traducono in scarse possibilità di avere figli: un ragionamento che si applica quasi esclusivamente alla fascia 30-34, cioè all'età in cui le decisioni di fecondità si prendono effettivamente. Sul piano previdenziale, un giovane-adulto fuori dal mercato del lavoro non versa contributi in un sistema a ripartizione che deve sostenere una popolazione anziana crescente. L'Italia è entrata in una fase in cui le coorti che entrano in età lavorativa si riducono progressivamente: la questione non è più creare posti di lavoro in sé, ma utilizzare e valorizzare pienamente il capitale umano disponibile. Page 14 of 20 Da questo punto di vista la bassa partecipazione femminile rappresenta la maggiore riserva sottoutilizzata del Paese. A parità di formazione e competenze pesano le carenze della conciliazione, e i dati sui NEET nelle età 25-34 rendono visibile questa criticità: la condizione di non partecipazione al lavoro e alla formazione diventa molto più frequente per le donne esattamente quando entrano in gioco le responsabilità familiari. È il punto in cui la questione dei NEET, la questione demografica e la questione di genere diventano un unico problema di policy.

 

Le politiche pubbliche: bilancio e prospettive 2028-2034

Il bilancio degli interventi degli ultimi anni è nel complesso positivo, ma con un'efficacia molto diseguale fra strumenti. La Garanzia Giovani, avviata nella programmazione dei fondi europei 2014-2020, ha costruito per la prima volta un'infrastruttura di presa in carico dedicata; i fondi del Pnrr e il programma Gol ne hanno esteso la portata e imposto target quantitativi verificabili; le iniziative di formazione digitale come Edo hanno aggiunto un canale a distanza a basso costo unitario. I numeri di Gol, il programma di politica attiva finanziato dal Pnrr, danno la misura dello sforzo. Al 30 giugno sono stati presi in carico complessivamente 4,3 milioni di persone, con il superamento di tutti i target assegnati, compresa la formazione di 1.056.403 persone rispetto alle 800mila previste. Secondo l'ultima nota dell'Inapp disponibile, ad aprile i presi in carico under 29 erano il 31,2% del totale, quindi circa 1,5 milioni di persone. Su una platea di occupati di poco più di due milioni, il 42,1% sono under 29: si tratta di oltre 850mila giovani che hanno trovato un'occupazione di almeno sei mesi dopo la presa in carico del programma. Il progetto di e-learning Edo, dedicato alle competenze digitali e realizzato dal ministero del Lavoro con le Regioni e il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, ha formato secondo i primi dati oltre 41mila under 29.

 


Il secondo pilastro è quello degli incentivi all'occupazione. Il ministero del Lavoro, in vista della prossima legge di Bilancio, lavora a un rafforzamento del pacchetto rivolto agli under 35 e alla stabilizzazione dei rapporti a termine. Gli strumenti principali oggi in vigore sono due: uno sgravio contributivo totale per 24 mesi, fino a un massimo di 500 euro al mese e di 650 euro nelle regioni meridionali, per le assunzioni di under 35 disoccupati effettuate entro il 31 dicembre 2026; e un esonero, anch'esso totale e fino a 24 mesi entro il limite di 500 euro mensili, per i datori di lavoro che convertono a tempo indeterminato contratti a termine inferiori a dodici mesi di giovani under 35 mai occupati in precedenza a tempo indeterminato. Quest'ultimo si applica alle trasformazioni effettuate dal primo agosto 2026 al 31 dicembre 2026, senza soluzione di continuità dei rapporti a termine instaurati entro il 30 aprile 2026, con l'obiettivo dichiarato di prorogarli nel 2027 se le risorse lo consentiranno.

 

 


 

Secondo le stime del governo, i quattro sgravi insieme porteranno quest'anno a incentivare 110.700 contratti stabili, per una spesa intorno al miliardo di euro. È una cifra significativa, ma va rapportata alla dimensione del fenomeno: 110.700 contratti su una platea di 1,874 milioni di NEET corrispondono a meno del 6% del totale, e gli incentivi per definizione raggiungono chi è già abbastanza vicino al mercato del lavoro da essere assumibile. Per i livelli più alti della scala di gravità elaborata da Dedalo, gli sgravi contributivi sono uno strumento inefficace: manca l'incontro fra domanda e offerta a monte, non la convenienza economica dell'assunzione. La scadenza rilevante nei prossimi mesi è la fine del Pnrr. Lo sguardo si sposta sulla nuova programmazione comunitaria 2028-2034, che si baserà su un modello simile a quello del Pnrr, quindi di collaborazione pubblico-privato, con 27 piani di partenariato nazionali e regionali e con l'introduzione del nuovo fondo competitività. Le risorse a disposizione dei piani di partenariato e del fondo competitività ammontano rispettivamente a 865 e 509 miliardi, e in entrambi i contenitori troveranno spazio le attività formative e i servizi al lavoro. La transizione fra i due cicli è il rischio principale: se fra la chiusura del Pnrr e l'avvio della nuova programmazione si aprisse un vuoto di finanziamento, l'infrastruttura di presa in carico costruita negli ultimi anni si smobiliterebbe, e con essa il personale specializzato dei servizi territoriali. È esattamente il motivo per cui il rapporto Dedalo chiede fondi stabili e non ciclici dedicati ai NEET. Sul piano del disegno delle politiche, il rapporto di Fondazione Lottomatica curato da Percorsi di Secondo Welfare, intitolato «Ripartenze possibili: NEET e transizioni interrotte tra i giovani adulti», propone un cambio di approccio. Secondo Franca Maino, direttrice scientifica di Percorsi di Secondo Welfare e professoressa associata all'Università di Milano, per affrontare il problema dei NEET è necessario promuovere un welfare di iniziativa: non aspettare che siano i giovani svantaggiati ad attivarsi e ad autocandidarsi al lavoro, ma promuovere progetti che arrivino il più vicino possibile a queste persone. La coprogrammazione e la coprogettazione degli interventi con gli enti del Terzo settore, aggiunge, possono dare risultati importanti e in tempi più rapidi. Questo punto è il ribaltamento logico più importante dell'intero dibattito. Per anni l'elevato tasso di NEET è stato trattato soprattutto come un problema di inattività giovanile da ridurre attraverso l'offerta di misure di attivazione, e i risultati dimostrano che qualcosa ha funzionato. La questione vera, però, è come evitare che un giovane arrivi a oltre trent'anni senza una base solida per entrare nell'età adulta: con un'istruzione adeguata, un lavoro coerente con le proprie competenze, la possibilità di accedere a un'abitazione e, se lo desidera, di avere figli senza dover scegliere fra realizzazione professionale e vita familiare.

 

 Che cosa funziona sul territorio: quattro esperienze

Accanto alle politiche nazionali, l'esperienza più informativa viene dai progetti territoriali promossi da fondazioni, enti locali e Terzo settore. Sono interventi di scala ridotta, ma con dati di esito puntuali e verificabili, e permettono di capire quali leve producono effetti su quali segmenti della platea NEET. Quattro casi recenti coprono geografie e target differenti. Il progetto «Articolo +1», concluso nel 2026 e sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo in collaborazione con i Comuni coinvolti e i servizi per il lavoro, ha raggiunto 6.500 giovani NEET fra 15 e 34 anni nella città metropolitana di Torino, 670 a Genova e 164 nella provincia del Verbano Cusio Ossola. L'elemento più interessante è il modello di finanziamento: la remunerazione dei partner è stata basata sul risultato dei percorsi di formazione e orientamento, cioè sul contratto di lavoro effettivamente ottenuto. Anche i giovani che non hanno raggiunto un contratto nei diciotto mesi di presa in carico hanno beneficiato di un aumento delle competenze attraverso tirocini brevi e attività formative, uscendo dalla situazione di isolamento in cui si trovavano. Il pagamento a risultato allinea gli incentivi degli operatori all'esito occupazionale, ma richiede una definizione attenta degli obiettivi intermedi per non escludere i profili più distanti dal mercato. Il programma «Giovani e Lavoro», realizzato da Intesa Sanpaolo con la Fondazione Generation Italy, iniziativa non profit creata da McKinsey & Company, adotta la logica opposta: parte dalle esigenze delle imprese. Si tratta di corsi di formazione gratuiti per i partecipanti, di sei-otto settimane, destinati a giovani dai 18 ai 29 anni. Dal 2019 hanno partecipato 6mila ragazzi e sono state coinvolte 2.500 imprese in 15 Regioni. Il tasso di assunzione, per i corsi con attività di placement, è stato dell'80%. I settori sono quelli a maggiore domanda inevasa: high-tech, meccanica di precisione, vendite, alberghiero e ristorazione, con nuovi corsi in partenza per disegnatore Cad/Cam e tecnico commerciale per le energie rinnovabili. La lezione è che un percorso breve, progettato con le aziende che assumeranno, produce tassi di inserimento che nessuna misura generalista raggiunge. Il progetto «Oltre la pandemia», sostenuto dal Fondo di beneficenza di Intesa Sanpaolo e da Fondazione Con il Sud e implementato dalla Fondazione Avsi, ha lavorato sul segmento più difficile: 175 giovani NEET fra 16 e 34 anni nei Quartieri spagnoli di Napoli, nel centro di Catania e nel quartiere Albergheria-Ballarò di Palermo, giovani vulnerabili con bassa scolarizzazione e situazioni di svantaggio socio-economico. Concluso a maggio 2026, ha coinvolto i partecipanti in percorsi di socializzazione, formazione e lavoro in collaborazione con le organizzazioni del territorio. Gli esiti: il 70% dei giovani ha interrotto la condizione di inattività riprendendo gli studi e il 30% ha ottenuto un contratto di lavoro. Su questa platea, il ritorno alla formazione è già di per sé un risultato: la sequenza corretta non è formazione-lavoro, ma relazione-formazione-lavoro. Il progetto «Level up!», nato a Ravenna dalla partecipazione del Comune a un avviso pubblico dell'Anci e del Dipartimento per le Politiche giovanili della Presidenza del Consiglio, ha puntato sul linguaggio del gioco e su un approccio meno burocratico. Ha coinvolto 170 giovani, metà dei quali fra i 24 e i 35 anni: under 18 in situazione di dispersione scolastica precoce, giovani madri, specialmente straniere, con elevati carichi di cura, over 30 con esperienze complesse alle spalle. Il primo obiettivo dei laboratori e dei percorsi formativi è stato contrastare l'isolamento e orientare i giovani fra le possibilità offerte dal territorio. Il 98% dei NEET ha completato il percorso e sono stati avviati tirocini, inserimenti lavorativi stagionali ed esperienze di servizio civile.

 

 


 

Messi in fila, i quattro casi restituiscono un principio comune che la statistica aggregata non può esprimere: l'efficacia dipende dalla distanza del destinatario dal mercato del lavoro. Per chi è vicino, funzionano i corsi brevi disegnati con le imprese e gli incentivi all'assunzione. Per chi è lontano, funziona solo l'ingaggio relazionale di prossimità, con orizzonti temporali lunghi e indicatori di esito intermedi. Applicare la prima logica alla seconda platea produce abbandoni; applicare la seconda alla prima produce spreco di risorse. È esattamente il ragionamento che la Scala di Gravità di Dedalo intende rendere sistematico, sostituendo alla domanda «quanti sono» la domanda «quanto sono lontani».

 

 

 Conclusione

La storia dei NEET italiani negli ultimi sette anni è la storia di un successo parziale che ha cambiato la natura del problema. Il numero si è ridotto di oltre un milione di unità, il calo più rapido d'Europa, e la scuola trattiene oggi i ragazzi quasi come nel resto dell'Unione. Ma il fenomeno si è ricomposto: è diventato più adulto, più femminile e più concentrato territorialmente. I 700mila giovani-adulti fra 30 e 34 anni fuori da studio e lavoro, il 30,3% delle donne nella stessa fascia, il 49,4% delle madri in coppia e il 27,5% dei giovani siciliani non sono un residuo del vecchio problema in via di esaurimento: sono un problema diverso, che gli strumenti costruiti per contrastare la dispersione scolastica e l'inattività adolescenziale non sono progettati per risolvere. Da questa diagnosi derivano quattro priorità. La prima è la conciliazione: senza servizi per l'infanzia accessibili, orari e calendari scolastici compatibili con il lavoro e una redistribuzione dei carichi di cura fra i genitori, il tasso di NEET femminile nella fascia 30-34 non scenderà, perché non dipende dalla disponibilità a lavorare. La seconda è la qualità della transizione scuola-lavoro: ridurre la dispersione implicita e costruire un'infrastruttura stabile di orientamento e placement, sul modello dei corsi progettati con le imprese che oggi raggiungono l'80% di inserimento. La terza è la stabilità del finanziamento: la fine del Pnrr e l'avvio della programmazione 2028-2034 aprono una finestra in cui l'infrastruttura di presa in carico rischia di smobilitarsi, e servono fondi dedicati e continuativi anziché cicli discontinui. La quarta è il welfare di iniziativa: raggiungere i giovani più distanti attraverso la coprogettazione con il Terzo settore, invece di attendere che si autocandidino a misure che non conoscono. Il contesto demografico rende queste scelte urgenti in un modo che non era vero dieci anni fa. Con gli over 65 già più numerosi dei giovani sotto i 25 anni e con 10,5 milioni di occupati over 50 contro 5,3 milioni di under 35, l'Italia non ha più il margine di poter lasciare inutilizzata una quota di capitale umano pari al 15,6% della sua popolazione giovanile. La questione non è più creare posti di lavoro in sé, ma valorizzare pienamente le persone disponibili. E in un Paese demograficamente sempre più fragile, come osserva Rosina, ridurre gli squilibri generazionali, di genere, sociali e territoriali non è più soltanto una questione di equità: è una questione di sostenibilità del futuro.

 

Nota sulle fonti

Il report elabora dati e analisi tratti dai servizi di Il Sole 24 Ore del 7 settembre 2026 (Valentina Melis, Claudio Tucci e l'analisi di Alessandro Rosina), dal secondo rapporto annuale del Laboratorio Dedalo di Fondazione Gi Group «NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno» presentato alla Camera dei Deputati il 9 luglio 2026, dalle elaborazioni ODM Consulting su microdati Rfl Istat, dalle statistiche Eurostat sui NEET 2025, dai dati Istat su livelli di istruzione e forze di lavoro, dalla nota del Centro Studi Assolombarda dell'aprile 2026, dal rapporto di Fondazione Lottomatica curato da Percorsi di Secondo Welfare «Ripartenze possibili: NEET e transizioni interrotte tra i giovani adulti», dal Rapporto giovani dell'Istituto Toniolo e dal Rapporto Cnel sull'attrattività del sistema Paese. Le differenze fra i valori citati dipendono in parte dalla fascia di età considerata: 15-29 anni nelle statistiche Eurostat e Istat per il target europeo, 15-34 anni nelle elaborazioni del Laboratorio Dedalo.




Angelo Capriati CEO Finanza&Servizi s.r.l.s.

Commenti

Post popolari in questo blog

Keynes nel XXI secolo: il PNRR dimostra come gli investimenti pubblici possano ridurre i divari territoriali

  La Spagna guida la crescita europea, superando nettamente Italia, Germania e principali economie dell’Unione. L’occupazione aumenta, ma l’invecchiamento della forza lavoro riduce dinamismo e produttività potenziale. Gli investimenti pubblici trainano crescita, occupazione e convergenza territoriale, soprattutto nel Mezzogiorno italiano.                                                                                                                                                            Il 2025 segna un passaggio particolarmente rilevante per l’economia italiana. In un contesto europeo caratteri...

Povertà educativa in Italia: l'Indice Composito delle Risorse.

  -           La povertà educativa nasce dall'interazione tra famiglia, scuola e contesto territoriale di appartenenza. -           Oltre sessanta indicatori misurano opportunità educative, servizi disponibili e condizioni di sviluppo minorile. -           I dati mostrano forti divari territoriali che influenzano concretamente percorsi formativi e sociali. La povertà educativa è oggi riconosciuta come uno dei principali fattori che contribuiscono alla riproduzione delle disuguaglianze sociali. Non riguarda esclusivamente la disponibilità di risorse economiche, ma investe l'insieme delle opportunità che consentono ai bambini e agli adolescenti di sviluppare competenze, capacità relazionali, strumenti culturali e partecipazione sociale. Negli ultimi anni l'ISTAT, attraverso il lavoro della Commissione scientifica interistituzionale sulla povertà...

Capitale umano in uscita: come il Mezzogiorno perde ogni anno 6,8 miliardi di euro

 • Dal 2002 oltre mezzo milione di giovani qualificati ha lasciato stabilmente il Mezzogiorno italiano. • La fuga dei laureati costa al Sud circa 6,8 miliardi annui d'investimenti formativi pubblici. • Salari, opportunità e servizi alimentano un circolo vizioso che accelera lo spopolamento meridionale. 1.Introduzione Le migrazioni interne ed estere rappresentano oggi uno dei principali fattori di trasformazione dell'economia italiana. Il fenomeno non riguarda soltanto gli spostamenti geografici delle persone, ma coinvolge direttamente la distribuzione del capitale umano, della capacità innovativa e delle opportunità di crescita tra le diverse aree del Paese. Negli ultimi vent'anni il Mezzogiorno ha assistito a una progressiva perdita di giovani, laureati e competenze altamente qualificate, mentre il Centro-Nord ha consolidato il proprio ruolo di polo attrattivo. Tuttavia, anche il Nord sperimenta una crescente fuga di talenti verso l'estero. Il quadro che emerge d...