Occupazione record, divario intatto: l'Italia supera i 24 milioni di occupati ma resta 9 punti sotto la media europea.
Salari fermi da un
trentennio: i salari reali valgono l'8% in meno del 2019, contro aumenti in
Germania e Francia.
Politiche attive e sommerso:
GOL ha preso in carico 3,58 milioni di persone; gli ISAC presidiano il lavoro
irregolare.
Introduzione
Il capitolo sul lavoro del Rapporto ANCI
«Le leve per la crescita» è il più severo dell'intero documento e, insieme, il
più preciso nel separare ciò che è migliorato da ciò che non si è mosso. Negli
ultimi anni l'Italia ha raggiunto il livello occupazionale più alto della sua
storia, oltre 24 milioni di occupati, un tasso 15-64 anni al 62,3%, una
disoccupazione al 6% come nel 2007. Ma la crescita è venuta dalla quantità di
lavoro, non dalla sua produttività, e i salari reali restano fermi da un
trentennio, ancora l'8% sotto il 2019 mentre Germania e Francia hanno
recuperato. Questo report ricostruisce il quadro su cinque assi ovvero occupazione e
suoi divari, retribuzioni e produttività, politiche attive, lavoro irregolare,
transizioni in corso.
1. L'occupazione: un
record con tre crepe
Il punto di partenza del Rapporto è un
dato che merita di essere letto senza sconti in nessuna delle due direzioni.
Dal 2024 il numero degli occupati supera stabilmente i 24 milioni, con un
incremento di oltre un milione rispetto al 2019, l'ultimo anno pre-pandemico.
Il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni ha raggiunto il 62,3%, il
valore più elevato mai registrato in Italia, e il tasso di disoccupazione è
sceso al 6% nel 2025, su livelli simili a quelli del 2007, prima della crisi
finanziaria globale. Gli assicurati INPS superano i 27 milioni, con un milione
e mezzo in più sul 2019. I dati dell'Istituto confermano l'intensità del ciclo e cioè rispetto a giugno 2019 si registrano 947.000 occupati in più a fronte di una
popolazione in età lavorativa inferiore di 816.000 unità. È una dinamica che il
Rapporto attribuisce a politiche espansive nel periodo post-pandemico, forte
domanda di lavoro nei servizi, ripresa del turismo, e a un ruolo non
trascurabile della ripresa delle assunzioni nella pubblica amministrazione e
degli investimenti legati al PNRR. Non un rimbalzo puramente ciclico, dunque,
ma una combinazione di fattori in parte strutturali. Le crepe, però, sono tre e
il Rapporto le mette in fila senza attenuarle. La prima è il divario europeo, il tasso di occupazione resta tra i più bassi d'Europa, poco sopra il 62% nel
2025 e 9 punti in meno della media dell'Unione. La seconda è la composizione e il ritardo è determinato soprattutto dalla componente femminile, che si colloca
13 punti al di sotto della media europea. La terza riguarda la qualità
dell'occupazione creata, con una quota di lavoro a intensità ridotta che
coinvolge circa il 10% degli occupati, quasi il doppio rispetto al
pre-pandemia. Su quest'ultimo punto vale una precisazione che il Rapporto fa
esplicitamente, la trasformazione organizzativa innescata dalla pandemia ha
lasciato un segno durevole anche sul lavoro da remoto, che con diversa
intensità coinvolge circa il 10% degli occupati, quasi il doppio rispetto al
periodo precedente. Secondo i dati Eurostat, tuttavia, la quota di occupati da
remoto in Italia rimane oltre 10 punti inferiore alla media europea, e anche
questo concorre a spiegare la distanza del Paese dai modelli produttivi più
avanzati perchè incide su una composizione settoriale più sbilanciata verso la
manifattura e i servizi a basso valore aggiunto, meno compatibili con la
prestazione lavorativa a distanza.
2. Giovani e anziani:
due Italie nel mercato del lavoro
Il Rapporto dedica un'analisi specifica
alla dinamica per età, e il risultato è un mercato del lavoro che invecchia più
in fretta di quanto si rinnovi. Dopo anni di stagnazione, il tasso di
occupazione dei 15-29enni è tornato a crescere, nel 2024 ha superato il 33%,
con un incremento di circa quattro punti percentuali rispetto al 2019.
L'aumento si è però concentrato soprattutto nei servizi a bassa e media
qualificazione, turismo, ristorazione, logistica, commercio e in parte nella
pubblica amministrazione, attraverso concorsi e contratti a tempo determinato. La
conseguenza è diretta sulle retribuzioni perchè nel 2023 la retribuzione annua lorda
mediana dei lavoratori sotto i 30 anni era inferiore di circa il 35% rispetto a
quella dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni. Il Rapporto collega questo dato
all'ingresso tardivo nel mercato del lavoro e alla forte incidenza di contratti
temporanei, che ritardano l'autonomia economica e la costruzione di carriere.
Sul lungo periodo il quadro demografico è ancora più severo, la quota di
giovani nella fascia 15-34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 e si
stima in riduzione al 18,6% nel 2070, con una perdita complessiva stimata in
oltre tre milioni di unità. Il rovescio della medaglia è la crescita
dell'occupazione anziana, che il Rapporto quantifica con precisione circa
900.000 unità in più, rappresentando più della metà della crescita complessiva
dell'occupazione, con il tasso di occupazione nella fascia 55-64 anni che ha
superato il 58% nel 2025, un valore mai raggiunto prima in Italia. Il risultato
è il prodotto dell'innalzamento dell'età pensionabile, delle riforme
previdenziali degli ultimi quindici anni, del miglioramento delle condizioni di
salute e del maggior grado di istruzione della popolazione, che favorisce
l'impiego in occupazioni meno gravose sul piano fisico. Ma il Rapporto segnala
anche il costo di questa dinamica, in un passaggio che vale la pena riportare
per intero perchè la forte crescita dell'occupazione anziana presenta un rovescio, ovvero contribuisce a rallentare il turnover generazionale e accentua la segmentazione
del mercato del lavoro. In molte imprese, soprattutto medio-piccole, la
permanenza prolungata dei lavoratori più anziani si accompagna a un ingresso
più lento dei giovani e a carriere iniziali frammentate. È un meccanismo che si
auto-alimenta infatti la quota di NEET resta oltre il 15%, una soglia superata da soli
nove Paesi nell'Unione, e l'Italia è tra questi. Il Rapporto colloca il dato
nazionale in una cornice internazionale che ne accentua la gravità. L'OCSE
avverte che senza interventi strutturali la crescita del PIL pro capite
nell'area rallenterebbe di circa il 40% nel periodo 2024-2060, scendendo dall'1%
allo 0,6% annuo, per effetto congiunto di invecchiamento, bassa occupazione
femminile e diffusione dei NEET. Sono esattamente i tre fattori su cui il caso
italiano presenta i ritardi più pronunciati, e la loro combinazione spiega
perché il Rapporto consideri la transizione demografica la più vincolante delle
tre in corso.
3. I divari
territoriali e di genere
Il Rapporto legge i divari
dell'occupazione come squilibri sedimentati, non congiunturali. L'occupazione
femminile si attesta al 53%, a fronte del 71,4% registrato tra gli uomini, con
un aumento di circa quattro punti percentuali rispetto al 2019 si tratta di un miglioramento
reale, ma che lascia il divario rispetto ai principali Paesi europei
sostanzialmente immutato, perché l'occupazione femminile è cresciuta in tutta
Europa nello stesso periodo. L'incremento italiano è stato particolarmente
marcato tra le donne over 50 e nel Mezzogiorno, dove però i livelli restano
molto distanti da quelli del Centro-Nord. Sul piano territoriale il capitolo
rinvia esplicitamente all'analisi della Parte prima, che misura il divario con
il tasso di occupazione femminile al 50,2% nel Mezzogiorno contro il 69,9% nel
Nord e il 67,3% nel Centro. Il Rapporto insiste su un punto di metodo e cioè i divari
territoriali, di genere e generazionali nei livelli di occupazione e di reddito
non sono fenomeni isolati né congiunturali, ma espressione di squilibri
sedimentati che attraversano l'intera struttura produttiva e istituzionale del
Paese, e la loro attenuazione richiede linee di intervento specifiche e
coordinate, non un unico programma indistinto. La connessione tra lavoro e
territorio passa anche per la demografia. Il Rapporto ricorda che il declino
demografico incide in modo diseguale infatti la natalità dei primogeniti nel 2024 è
diminuita del 4,3% nel Mezzogiorno, contro l'1,8% del Nord e il 2,0% del
Centro, e il divario si manifesta in misura ancora maggiore per i figli di
ordine successivo al primo. La struttura produttiva e fiscale del Paese risente
della concentrazione della popolazione anziana nelle regioni meridionali, dove
minore è la base occupazionale e più elevata la dipendenza dal welfare
pubblico. Ne deriva che le politiche per il lavoro, nel Mezzogiorno, non
possono essere separate dalle politiche per i servizi e per la natalità. Un
altro passaggio riguarda la qualità dell'occupazione femminile, che il Rapporto
non separa dalla quantità perchè la crescita della partecipazione si concentra in
segmenti caratterizzati da contratti più brevi e retribuzioni inferiori, e la
difficoltà di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro resta uno dei vincoli
principali, con un'offerta di servizi per l'infanzia che nelle regioni
meridionali è più carente proprio dove la partecipazione è più bassa.
4. Salari e
produttività: la stagnazione strutturale
È il capitolo più duro del Rapporto. I
salari reali italiani sono rimasti pressoché fermi lungo tutto il trentennio
considerato, a fronte di un incremento del 21% in Germania e del 14% in
Francia, e restano circa l'8% al di sotto del livello del 2019 quindi l'Italia è
l'unico grande Paese europeo ad aver subito sia una stagnazione di lungo
periodo sia un crollo aggiuntivo negli ultimi cinque anni. L'OCSE conferma il
quadro, collocando l'Italia tra le grandi economie avanzate con salari reali
ancora inferiori al livello pre-inflazione del 2021, in controtendenza rispetto
alla maggioranza dei Paesi OCSE che hanno già recuperato il potere d'acquisto
perduto. Il Rapporto spiega la stagnazione come effetto combinato di bassa
produttività, scarsa crescita della dimensione media d'impresa, investimenti
insufficienti in innovazione e capitale umano, specializzazione in settori a
medio-basso valore aggiunto e persistenti divari territoriali. Il punto
centrale è che l'aumento dell'occupazione degli ultimi anni non è stato
accompagnato da un analogo incremento della produttività per ora lavorata e il
principale contributo alla crescita del PIL è derivato dalla maggiore quantità
di lavoro, non dal miglioramento dell'efficienza. È il fenomeno che spiega
perché i salari non possano aumentare nel lungo periodo e perché il Paese resti
intrappolato in una dinamica di bassa crescita. Sul versante fiscale, il cuneo
ha parzialmente attenuato la perdita grazie agli interventi di decontribuzione,
alla rimodulazione delle aliquote IRPEF e alle detrazioni per lavoro
dipendente, con benefici concentrati sui redditi medio-bassi. Per un lavoratore
dipendente con reddito lordo annuo sotto la mediana, circa 30.000 euro, il
salario netto nel 2024 resta inferiore in termini reali a quello del 2019 di
circa tre punti percentuali; per i redditi sopra la mediana la perdita è stata
più consistente, mentre per quelli vicini alla mediana il netto è tornato ai
livelli pre-pandemia. Il Rapporto richiama su questo il drenaggio fiscale, il
meccanismo per cui in periodi di alta inflazione l'aumento dei salari nominali
accresce la pressione IRPEF anche in assenza di un incremento reale del potere
d'acquisto e le stime sull'entità del fiscal drag lo collocano tra i 12 e i 25
miliardi annui.
5. La trappola della
piccola scala
Tra gli snodi strutturali della
stagnazione produttiva la struttura dimensionale del sistema produttivo è un
fattore determinante. L'Italia continua a distinguersi nel confronto europeo
per la fortissima presenza di micro e piccole imprese , nel 2024 si contano 1,67
milioni di imprese private, in calo rispetto a 1,73 milioni del 2008, di cui il
98% con meno di 50 dipendenti. La produttività del lavoro aumenta
sistematicamente al crescere della dimensione aziendale, e il divario non è
episodico né settoriale ma strutturale e riflette differenze nella capacità di
investire in capitale fisico e intangibile, nella qualità della governance,
nell'organizzazione del lavoro e nella penetrazione dei mercati esteri. I
divari territoriali, dimensionali e settoriali si sommano, e il Rapporto legge
in chiave unitaria questi tre assi perché è la loro sovrapposizione a spiegare
la persistenza del ritardo salariale italiano più di ciascuno di essi preso
singolarmente per cui le regioni del Mezzogiorno, le imprese di piccola dimensione e i
settori tradizionali presentano livelli di produttività molto inferiori
rispetto al Centro-Nord e ai settori avanzati. La conseguenza politica è che
nessun intervento su uno solo dei tre assi può bastare, e che le politiche
attive, da sole, non possono alzare il livello al quale l'incontro tra domanda
e offerta di lavoro avviene.
6. Le politiche attive:
il programma GOL
Il PNRR non ha previsto una missione
specifica sul lavoro, ma ha concentrato misure significative nella Missione 5,
Componente 1 «Politiche attive del lavoro», e nella Componente 2
«Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore». Il perno è il
programma Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, articolato in cinque
percorsi intesi come ambiti standardizzati di intervento con livelli crescenti
di intensità. Il primo, di reinserimento lavorativo, è rivolto a persone vicine
al mercato del lavoro e prevede orientamento di base, supporto alla ricerca
attiva e incrocio domanda-offerta; il secondo, di aggiornamento, combina
orientamento più strutturato e moduli formativi brevi; il terzo, di
riqualificazione, è destinato a chi presenta una distanza maggiore dal mercato
e richiede un ri-orientamento professionale marcato, con la formazione al
centro. Il quarto percorso, «lavoro e inclusione», esplicita l'integrazione tra
politiche del lavoro e politiche sociali e riguarda persone con fragilità
complesse, in raccordo con i servizi sociali e sociosanitari. Il quinto, di
ricollocazione collettiva, affronta crisi aziendali o territoriali con misure
coordinate che possono includere formazione, accompagnamento intensivo e
strumenti di reimpiego. Il funzionamento si fonda su una sequenza operativa
comune ovvero accesso, presa in carico, profilazione, definizione del patto di
servizio personalizzato, erogazione delle misure e monitoraggio degli esiti con i Centri per l'Impiego in ruolo centrale, sia come punto di accesso sia
come coordinamento della rete.
7. Che cosa ha prodotto,
in cifre
Al 31 gennaio 2025 il Programma GOL ha
raggiunto 3.582.308 prese in carico, a fronte di un obiettivo PNRR di almeno 3
milioni di persone entro il 2025 tra disoccupati, beneficiari di ammortizzatori
sociali e altre categorie con difficoltà di inserimento o reinserimento. Circa
800.000 beneficiari sono stati destinati ad attività formative, con particolare
attenzione alla riqualificazione e all'aggiornamento delle competenze; di
questi, circa 300.000 percorsi erano esplicitamente orientati allo sviluppo delle
competenze digitali. Il rafforzamento della condizionalità ha ribadito gli
obblighi di attivazione per i percettori di ammortizzatori sociali e di misure
di sostegno al reddito. La distribuzione effettiva delle prese in carico
conferma però una concentrazione del Programma sui profili più vicini al
mercato del lavoro: il 50% è indirizzato al percorso di reinserimento, il 24,8%
all'aggiornamento e il 20,7% alla riqualificazione; il percorso dedicato alle
fragilità complesse raccoglie il 3,8% delle prese in carico, mentre la
ricollocazione collettiva resta marginale, con 4.085 unità pari allo 0,1%. Sono
numeri che il Rapporto legge come un segnale di come il sistema dei servizi continui
a lavorare meglio sui casi meno difficili, quelli in cui il risultato è più
probabile e più rapido. La composizione interna del percorso dedicato alle
fragilità è particolarmente significativa e merita di essere riportata: il
64,7% è costituito da adulti tra 30 e 54 anni e il 74,4% da persone in possesso
al più della licenza media, configurando un target ad elevato rischio di
esclusione che richiede misure di accompagnamento integrato di natura
socio-lavorativa. È il segmento in cui la politica attiva si misura con il
proprio limite strutturale, perché nessun percorso formativo breve colma il
divario di istruzione e di condizioni sociali che sta a monte.
8. Gli esiti occupazionali
e le disparità regionali
Gli
esiti mostrano 1.175.463 occupati, pari al 35,8% dei presi in carico, di cui
1.042.421 con un rapporto di lavoro avviato dopo l’ingresso nel programma GOL,
corrispondenti al 31,8%. La composizione contrattuale dei rapporti avviati
resta caratterizzata da una significativa presenza del lavoro a termine: il
44,2% è costituito da contratti a tempo determinato, contro il 37,9% a tempo
indeterminato, mentre l’apprendistato rappresenta il 7,6% e il lavoro domestico
il 7%. Ne emerge una struttura dell’inserimento occupazionale nella quale la
componente stabile non è prevalente, elemento che può incidere sulla capacità
della politica attiva di consolidare nel medio periodo la posizione lavorativa
dei beneficiari. Particolarmente rilevanti sono le differenze territoriali. I
dati sul tasso di nuova occupazione dopo GOL al 30 giugno 2025 mostrano
un divario di 22,8 punti percentuali tra il valore più elevato e quello
più basso. La Provincia autonoma di Bolzano raggiunge il 53,3%, seguita
dalla Provincia autonoma di Trento con il 49,9% e dalla Toscana con
il 49,4%. Seguono Sardegna (47,4%), Umbria (47,1%), Veneto (46,8%), Valle
d’Aosta (46,2%), Liguria (45,8%), Marche (44,5%), Abruzzo (44,3%) ed
Emilia-Romagna (43,4%). Nella fascia immediatamente successiva si collocano
Lombardia (40,0%), Lazio (39,7%), Puglia (39,0%) e Piemonte (38,7%). Più
contenuti risultano invece i tassi registrati in una parte del Mezzogiorno:
Basilicata e Molise si attestano rispettivamente al 34,6% e al 34,5%, la
Sicilia al 33,2%, la Calabria al 31,7% e la Campania chiude la graduatoria
con il 30,5%. Il quadro conferma quindi una marcata eterogeneità
territoriale, ma non una contrapposizione perfettamente sovrapponibile alla
tradizionale distinzione Nord-Sud: la Sardegna, con il 47,4%, si colloca
infatti al quarto posto, mentre la Puglia, con il 39%, presenta un
risultato superiore a Piemonte, Basilicata, Molise, Sicilia, Calabria e
Campania. Anche l’attuazione dei bandi evidenzia forti differenze territoriali:
rispetto a una media nazionale del 61,8%, il dato riportato passa dal 99,6%
del Veneto al 23,4% della Sicilia, al 23% della Basilicata e al 17,3% del
Molise. I due indicatori – avanzamento dei bandi e nuova occupazione – misurano
aspetti differenti del programma, ma nel loro insieme mostrano quanto
l’efficacia concreta di una politica nazionale possa dipendere dalla capacità
amministrativa, dalla struttura dei servizi per il lavoro e dalle
caratteristiche dei mercati occupazionali regionali. Il Rapporto collega parte
delle difficoltà alla rigidità dei bandi e, soprattutto nel Mezzogiorno, alla
minore disponibilità di infrastrutture pregresse di politica attiva. I dati
aggiornati al 30 giugno 2025 rafforzano quindi la necessità di leggere GOL non
soltanto attraverso il numero complessivo dei beneficiari occupati, ma anche
attraverso la capacità dei singoli territori di trasformare la presa in
carico in un nuovo rapporto di lavoro. Nel complesso, le azioni sviluppate
nel periodo 2022-2025 rappresentano un tentativo di avvicinare il sistema
italiano dei servizi per il lavoro ai modelli prevalenti nei principali Paesi
europei, caratterizzati da maggiore continuità e capacità di presa in carico.
Rimane tuttavia il limite strutturale degli strumenti del PNRR: le politiche
attive possono favorire l’incontro tra domanda e offerta e migliorare
l’occupabilità, ma non esauriscono questioni di più lungo periodo quali
produttività, qualità dell’occupazione e dinamica salariale.
9. Il lavoro sommerso e
gli strumenti di presidio
Sul lavoro sommerso il Rapporto
ricostruisce gli strumenti messi in campo e il loro stato di attuazione. Il
principale è rappresentato dagli ISAC, indicatori di affidabilità contributiva
che, con una logica analoga agli ISA fiscali, valutano la coerenza tra
manodopera dichiarata, volume d'affari e contributi versati. L'obiettivo è
classificare le imprese secondo un livello di affidabilità contributiva e
inserire quelle in regola in una «lista di conformità» che consente l'esenzione
dai controlli ispettivi per un periodo determinato, spostando l'attività
ispettiva dove il rischio è effettivo invece di distribuirla uniformemente. Sul
piano operativo l'INPS incrocia le dichiarazioni ISA con le denunce
contributive mensili delle imprese, dalle quali risultano il numero di
lavoratori, i giorni lavorati e le retribuzioni dichiarate. Attraverso modelli
econometrici l'Istituto stima il livello di occupazione atteso per ciascuna
impresa sulla base delle medie di settore relative a imprese con
caratteristiche e modelli di business comparabili. Le imprese il cui profilo
occupazionale risulta coerente vengono inserite nella lista di conformità;
quelle che presentano scostamenti significativi ricevono una comunicazione nel
cassetto bidirezionale INPS, accessibile sia all'impresa sia al consulente del
lavoro, con la possibilità di fornire giustificazioni. Gli ISAC sono entrati in
vigore nei primi mesi del 2026 per due settori pilota, alberghi e grande
distribuzione, con estensione ad almeno altri sei entro agosto del medesimo
anno. Nella prima fase il meccanismo è dialogico e non produce conseguenze
sanzionatorie automatiche; in una fase successiva, oltre il 2026, gli
scostamenti non giustificati potrebbero orientare la selezione dei target
ispettivi. Il Rapporto segnala anche una campagna informativa avviata
dall'Istituto presso le associazioni datoriali, i consulenti del lavoro e le
organizzazioni sindacali.
10. Il sommerso come questione
di concorrenza
Il lavoro irregolare non è
solo una questione di tutela: comprime i margini delle imprese che operano
regolarmente e riduce la base fiscale su cui si finanziano i servizi. È la
ragione per cui il Rapporto tratta il presidio del sommerso come leva di competitività
e non solo di legalità, e collega il fenomeno alla sicurezza sul lavoro e alla
qualità dell'occupazione.
Un dato di processo che il Rapporto registra senza commentarlo esplicitamente
ma che vale la pena isolare: lo strumento era stato proposto dall'Istituto al
Ministero del Lavoro già tre anni prima della sua attuazione. È un'indicazione
del tempo che separa, in Italia, la disponibilità tecnica di uno strumento
dalla sua messa in opera, e appartiene alla stessa famiglia di osservazioni che
il Rapporto sviluppa nei capitoli sulla capacità amministrativa.
11. Lavoro su
piattaforma e la questione del salario minimo
Il Rapporto affronta con attenzione il
lavoro organizzato tramite piattaforme digitali, dove il confine tra autonomia
e subordinazione risulta meno nitido di quanto suggerisca l'inquadramento
formale. Le indagini hanno evidenziato la presenza di lavoratori formalmente
autonomi, titolari di partita IVA, inseriti tuttavia in un sistema
organizzativo nel quale compensi, assegnazione delle consegne, priorità e
continuità dell'attività sono determinati unilateralmente dalla piattaforma
attraverso algoritmi. In questo contesto il confine tra lavoro autonomo e
lavoro subordinato risulta meno nitido di quanto suggerisca l'inquadramento
formale, con conseguenze rilevanti su minimi contrattuali, contribuzione,
coperture assicurative e stabilità del rapporto. I provvedimenti giudiziari
hanno reso evidente, secondo il Rapporto, l'insufficienza dell'attuale assetto
regolatorio: in assenza di una cornice chiara, l'onere di definire gli standard
economici viene di fatto trasferito alla magistratura, mentre i lavoratori
restano esposti a condizioni retributive potenzialmente inadeguate.
Un'eventuale introduzione del salario minimo legale potrebbe costituire una
soglia universale di tutela nei segmenti in cui la copertura contrattuale è
incerta e il potere negoziale individuale è debole, ma rischierebbe di essere
aggirata in assenza di una chiara definizione dei tempi qualificabili come
lavoro effettivo nelle attività organizzate a cottimo e su piattaforma. Il
Rapporto colloca il dibattito italiano in un contesto internazionale di
profondo ripensamento. L'OCSE rileva una progressiva convergenza dei sistemi
nazionali verso meccanismi di salario minimo legale e di tutela contrattuale
dei lavoratori delle piattaforme digitali, in particolare a seguito della
direttiva (UE) 2024/2831, che introduce una presunzione legale di
subordinazione superabile solo dalle imprese e impone il rispetto di standard
minimi di trasparenza algoritmica, salute e sicurezza, contrattazione
collettiva. Sul piano globale, l'ILO osserva come l'espansione delle
piattaforme digitali abbia ricondotto quote crescenti di lavoro nel perimetro
dell'informalità, anche in economie avanzate. La conclusione del capitolo su
questo punto è articolata e vale la pena riportarla nella sua logica, perché è
una delle poche volte in cui il Rapporto entra nel merito di una scelta di
policy dibattuta: la questione non può essere ridotta all'alternativa secca tra
salario minimo sì o no. Occorre intervenire in via normativa sui criteri di
qualificazione del lavoro nelle piattaforme digitali, rafforzare il sistema di
rappresentanza e la validità erga omnes della contrattazione collettiva, e
concepire l'eventuale salario minimo legale come strumento di garanzia
residuale, destinato a coprire le aree non adeguatamente presidiate dalla
contrattazione, e non come sostitutivo generalizzato del sistema contrattuale.
La sequenza conta: prima la qualificazione, poi la rappresentanza, e il salario
minimo come rete di sicurezza per ciò che resta scoperto.
12. Le tre transizioni e
il fabbisogno di competenze
Il Rapporto chiude il capitolo con
l'analisi delle tre grandi transizioni verde, digitale e demografica che
modificano in profondità i lavori e le competenze richieste. Il quadro
internazionale ne conferma la portata: secondo il Future of Jobs Report 2025
del World Economic Forum, entro il 2030 il 39% delle competenze attualmente in
uso sarà trasformato o reso obsoleto, ancorché in calo rispetto al 44% del 2023
e al picco del 57% del 2020, segno che la fase di shock pandemico si va
assestando pur lasciando un fabbisogno strutturale di adeguamento. Tra i
principali fattori di trasformazione al 2030 figurano l'applicazione
dell'intelligenza artificiale, l'espansione dell'accesso alle tecnologie
digitali e la transizione climatica. L'osservatorio del World Economic Forum
richiama un effetto rilevante per il disegno delle politiche: a fronte di
un'accelerazione delle competenze digitali e analitiche, le competenze
socio-emotive resilienza, flessibilità, apprendimento continuo, creatività crescono di pari passo, configurando un fabbisogno formativo ibrido che le
politiche attive tradizionali rischiano di non saper intercettare, perché
richiede percorsi più lunghi e meno standardizzabili di un modulo di formazione
breve.
13. Il mismatch visto dalle
imprese
Il Rapporto riporta i dati sul
disallineamento tra domanda e offerta di competenze così come lo percepiscono
le imprese. Il primo ostacolo all'adozione dell'intelligenza artificiale è la
presenza di competenze adeguate, segnalata dal 58,6% delle imprese; il secondo
è l'incertezza sul quadro normativo applicabile (47,3%), che riguarda
responsabilità per le decisioni automatizzate, obblighi in materia di
protezione dei dati e adempimenti derivanti dal regolamento europeo
sull'intelligenza artificiale, e che scoraggia in particolare le imprese di
minore dimensione, prive di strutture giuridiche interne capaci di orientarsi
in un contesto regolatorio in rapida evoluzione; il terzo è la carenza di dati
disponibili (45,2%), condizione tecnica di base per l'addestramento e il
funzionamento dei sistemi. Il passaggio più interessante è la conclusione che
il Rapporto ne trae, e vale la pena riportarla perché sposta il perimetro
abituale del discorso sulle politiche attive: il deficit di competenze non
riguarda soltanto i lavoratori in cerca di occupazione, che sono i principali
destinatari delle politiche attive, ma investe le imprese stesse, configurando
un fabbisogno formativo che le sole politiche del lavoro non possono soddisfare
senza un intervento parallelo sulla capacità delle imprese di accedere alla
formazione e all'innovazione tecnologica. È il punto in cui il capitolo sul
lavoro si salda con quelli sulla capacità amministrativa e sulla politica
industriale, e in cui la formazione smette di essere una leva rivolta solo
all'offerta di lavoro. Sul versante della transizione verde il Rapporto segnala
rischi di riconversione per i lavoratori dei settori a maggiore intensità di
emissioni e una domanda crescente di competenze tecniche specifiche, mentre la
transizione digitale concentra il fabbisogno su profili sovrapponibili a quelli
richiesti dalle imprese per l'adozione dell'intelligenza artificiale. È una
sovrapposizione che offre l'occasione di una politica formativa unitaria,
invece di tante iniziative separate quante sono le fonti di finanziamento.
14. La transizione
demografica e il lavoro di cura
La terza transizione è quella
demografica, e il Rapporto la considera la più vincolante per il mercato del
lavoro italiano. L'Italia è al centro di una crisi demografica che implica una
contrazione della forza lavoro netta, un aumento del tasso di dipendenza e una
pressione crescente sui servizi — sanità, assistenza, pensioni — e sulla
sostenibilità del welfare. Gli effetti sul mercato del lavoro sono molteplici:
la riduzione della forza lavoro potenziale, determinata dal minor ingresso di
giovani e dalle uscite per pensionamento, incrementa il tasso di dipendenza,
mentre la struttura della domanda di lavoro si sposta verso i servizi di cura. Questo
spostamento ha una conseguenza diretta sulle politiche attive, perché i servizi
di cura sono lavoro ad alta intensità di personale, a prevalenza femminile,
spesso a bassa retribuzione e con difficoltà di reperimento. Il Rapporto
collega il tema a quello, trattato nella Parte quarta, dell'assistenza
territoriale e dei fabbisogni di personale sanitario e socio-sanitario: la
domanda di lavoro che cresce è quella che il Paese fa più fatica a soddisfare,
e che richiede formazione professionale specifica, percorsi di qualificazione
riconosciuti e condizioni di lavoro capaci di attrarre. C'è una simmetria, in
questo passaggio, che attraversa tutto il Rapporto e che merita di essere messa
in evidenza: la domanda di lavoro che aumenta è concentrata nei servizi alla
persona e di cura, cioè negli ambiti in cui il Paese sconta i divari territoriali
più ampi e le carenze di personale più gravi, dal personale educativo dei nidi
a quello sanitario e socio-assistenziale. Le politiche attive possono orientare
verso questi settori, ma non possono renderli attrattivi se le condizioni
retributive e organizzative restano quelle attuali.
15. Il bilancio del
capitolo
Il capitolo conclude che le azioni
intraprese nel periodo 2022-2025 rappresentano un tentativo di avvicinare il
modello italiano a quello prevalente nei principali Paesi europei, dove il
sistema dei servizi per il lavoro opera con maggiore continuità e capacità di
presa in carico. Il limite riconosciuto è di perimetro: gli strumenti del PNRR
non coprono i nodi strutturali della produttività e dei salari, che richiedono
politiche di più lungo periodo e un intervento sulla dimensione delle imprese,
sulla concorrenza e sulla capacità di innovazione. È una distinzione importante
e il Rapporto la formula con chiarezza: le politiche attive possono migliorare
il funzionamento dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro, riducendo i
tempi e i disallineamenti, ma non possono, da sole, alzare il livello al quale
quell'incontro avviene. Il valore dei posti di lavoro che si creano dipende
dalla produttività delle imprese che li offrono, e quella dipende da fattori —
scala, innovazione, capitale umano, infrastrutture, energia — che appartengono
ad altre politiche e ad altri capitoli del Rapporto.
Conclusione
Il Rapporto consegna un quadro del
lavoro italiano che non consente letture comode in nessuna direzione.
L'occupazione ha raggiunto il massimo storico, con oltre 24 milioni di occupati
e un tasso del 62,3%, ma il record convive con nove punti di ritardo rispetto
alla media europea, tredici sul fronte femminile e una quota crescente di
lavoro a intensità ridotta: la quantità è aumentata, la qualità no. I salari
reali restano fermi da un trentennio e ancora l'8% sotto il 2019, unico caso
tra i grandi Paesi europei, perché la crescita del PIL è venuta dal lavoro
impiegato e non dall'efficienza. Le politiche attive hanno funzionato sul piano
dei volumi — 3,58 milioni di prese in carico, 1,17 milioni di occupati — ma con
un'attuazione che va dal 99,6% del Veneto al 17,3% del Molise, e con esiti
occupazionali che in Campania si fermano al 24%. Il presidio del sommerso passa
ora dagli ISAC, in fase pilota. La conclusione del Rapporto è che nessuna di
queste leve, da sola, chiude il divario: senza produttività e senza dimensione
d'impresa, le politiche attive migliorano la distribuzione delle occasioni, non
il loro valore.
Fonte LE-LEVE-PER-LA-CRESCITA-RAPPORTO-ANCI.pdf
Angelo Capriati CEO Finanza&Servizi
Commenti
Posta un commento