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Italia, il paradosso del lavoro: occupazione record, salari fermi e divari ancora aperti

Occupazione record, divario intatto: l'Italia supera i 24 milioni di occupati ma resta 9 punti sotto la media europea.

Salari fermi da un trentennio: i salari reali valgono l'8% in meno del 2019, contro aumenti in Germania e Francia.

Politiche attive e sommerso: GOL ha preso in carico 3,58 milioni di persone; gli ISAC presidiano il lavoro irregolare.





Introduzione

Il capitolo sul lavoro del Rapporto ANCI «Le leve per la crescita» è il più severo dell'intero documento e, insieme, il più preciso nel separare ciò che è migliorato da ciò che non si è mosso. Negli ultimi anni l'Italia ha raggiunto il livello occupazionale più alto della sua storia, oltre 24 milioni di occupati, un tasso 15-64 anni al 62,3%, una disoccupazione al 6% come nel 2007. Ma la crescita è venuta dalla quantità di lavoro, non dalla sua produttività, e i salari reali restano fermi da un trentennio, ancora l'8% sotto il 2019 mentre Germania e Francia hanno recuperato. Questo report ricostruisce il quadro su cinque assi ovvero occupazione e suoi divari, retribuzioni e produttività, politiche attive, lavoro irregolare, transizioni in corso.

1. L'occupazione: un record con tre crepe

Il punto di partenza del Rapporto è un dato che merita di essere letto senza sconti in nessuna delle due direzioni. Dal 2024 il numero degli occupati supera stabilmente i 24 milioni, con un incremento di oltre un milione rispetto al 2019, l'ultimo anno pre-pandemico. Il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni ha raggiunto il 62,3%, il valore più elevato mai registrato in Italia, e il tasso di disoccupazione è sceso al 6% nel 2025, su livelli simili a quelli del 2007, prima della crisi finanziaria globale. Gli assicurati INPS superano i 27 milioni, con un milione e mezzo in più sul 2019. I dati dell'Istituto confermano l'intensità del ciclo e cioè rispetto a giugno 2019 si registrano 947.000 occupati in più a fronte di una popolazione in età lavorativa inferiore di 816.000 unità. È una dinamica che il Rapporto attribuisce a politiche espansive nel periodo post-pandemico, forte domanda di lavoro nei servizi, ripresa del turismo, e a un ruolo non trascurabile della ripresa delle assunzioni nella pubblica amministrazione e degli investimenti legati al PNRR. Non un rimbalzo puramente ciclico, dunque, ma una combinazione di fattori in parte strutturali. Le crepe, però, sono tre e il Rapporto le mette in fila senza attenuarle. La prima è il divario europeo, il tasso di occupazione resta tra i più bassi d'Europa, poco sopra il 62% nel 2025 e 9 punti in meno della media dell'Unione. La seconda è la composizione e il ritardo è determinato soprattutto dalla componente femminile, che si colloca 13 punti al di sotto della media europea. La terza riguarda la qualità dell'occupazione creata, con una quota di lavoro a intensità ridotta che coinvolge circa il 10% degli occupati, quasi il doppio rispetto al pre-pandemia. Su quest'ultimo punto vale una precisazione che il Rapporto fa esplicitamente, la trasformazione organizzativa innescata dalla pandemia ha lasciato un segno durevole anche sul lavoro da remoto, che con diversa intensità coinvolge circa il 10% degli occupati, quasi il doppio rispetto al periodo precedente. Secondo i dati Eurostat, tuttavia, la quota di occupati da remoto in Italia rimane oltre 10 punti inferiore alla media europea, e anche questo concorre a spiegare la distanza del Paese dai modelli produttivi più avanzati perchè incide su una composizione settoriale più sbilanciata verso la manifattura e i servizi a basso valore aggiunto, meno compatibili con la prestazione lavorativa a distanza.




2. Giovani e anziani: due Italie nel mercato del lavoro

Il Rapporto dedica un'analisi specifica alla dinamica per età, e il risultato è un mercato del lavoro che invecchia più in fretta di quanto si rinnovi. Dopo anni di stagnazione, il tasso di occupazione dei 15-29enni è tornato a crescere, nel 2024 ha superato il 33%, con un incremento di circa quattro punti percentuali rispetto al 2019. L'aumento si è però concentrato soprattutto nei servizi a bassa e media qualificazione, turismo, ristorazione, logistica, commercio e in parte nella pubblica amministrazione, attraverso concorsi e contratti a tempo determinato. La conseguenza è diretta sulle retribuzioni perchè nel 2023 la retribuzione annua lorda mediana dei lavoratori sotto i 30 anni era inferiore di circa il 35% rispetto a quella dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni. Il Rapporto collega questo dato all'ingresso tardivo nel mercato del lavoro e alla forte incidenza di contratti temporanei, che ritardano l'autonomia economica e la costruzione di carriere. Sul lungo periodo il quadro demografico è ancora più severo, la quota di giovani nella fascia 15-34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 e si stima in riduzione al 18,6% nel 2070, con una perdita complessiva stimata in oltre tre milioni di unità. Il rovescio della medaglia è la crescita dell'occupazione anziana, che il Rapporto quantifica con precisione circa 900.000 unità in più, rappresentando più della metà della crescita complessiva dell'occupazione, con il tasso di occupazione nella fascia 55-64 anni che ha superato il 58% nel 2025, un valore mai raggiunto prima in Italia. Il risultato è il prodotto dell'innalzamento dell'età pensionabile, delle riforme previdenziali degli ultimi quindici anni, del miglioramento delle condizioni di salute e del maggior grado di istruzione della popolazione, che favorisce l'impiego in occupazioni meno gravose sul piano fisico. Ma il Rapporto segnala anche il costo di questa dinamica, in un passaggio che vale la pena riportare per intero perchè la forte crescita dell'occupazione anziana presenta un rovescio, ovvero contribuisce a rallentare il turnover generazionale e accentua la segmentazione del mercato del lavoro. In molte imprese, soprattutto medio-piccole, la permanenza prolungata dei lavoratori più anziani si accompagna a un ingresso più lento dei giovani e a carriere iniziali frammentate. È un meccanismo che si auto-alimenta infatti la quota di NEET resta oltre il 15%, una soglia superata da soli nove Paesi nell'Unione, e l'Italia è tra questi. Il Rapporto colloca il dato nazionale in una cornice internazionale che ne accentua la gravità. L'OCSE avverte che senza interventi strutturali la crescita del PIL pro capite nell'area rallenterebbe di circa il 40% nel periodo 2024-2060, scendendo dall'1% allo 0,6% annuo, per effetto congiunto di invecchiamento, bassa occupazione femminile e diffusione dei NEET. Sono esattamente i tre fattori su cui il caso italiano presenta i ritardi più pronunciati, e la loro combinazione spiega perché il Rapporto consideri la transizione demografica la più vincolante delle tre in corso.


3. I divari territoriali e di genere

Il Rapporto legge i divari dell'occupazione come squilibri sedimentati, non congiunturali. L'occupazione femminile si attesta al 53%, a fronte del 71,4% registrato tra gli uomini, con un aumento di circa quattro punti percentuali rispetto al 2019 si tratta di un miglioramento reale, ma che lascia il divario rispetto ai principali Paesi europei sostanzialmente immutato, perché l'occupazione femminile è cresciuta in tutta Europa nello stesso periodo. L'incremento italiano è stato particolarmente marcato tra le donne over 50 e nel Mezzogiorno, dove però i livelli restano molto distanti da quelli del Centro-Nord. Sul piano territoriale il capitolo rinvia esplicitamente all'analisi della Parte prima, che misura il divario con il tasso di occupazione femminile al 50,2% nel Mezzogiorno contro il 69,9% nel Nord e il 67,3% nel Centro. Il Rapporto insiste su un punto di metodo e cioè i divari territoriali, di genere e generazionali nei livelli di occupazione e di reddito non sono fenomeni isolati né congiunturali, ma espressione di squilibri sedimentati che attraversano l'intera struttura produttiva e istituzionale del Paese, e la loro attenuazione richiede linee di intervento specifiche e coordinate, non un unico programma indistinto. La connessione tra lavoro e territorio passa anche per la demografia. Il Rapporto ricorda che il declino demografico incide in modo diseguale infatti la natalità dei primogeniti nel 2024 è diminuita del 4,3% nel Mezzogiorno, contro l'1,8% del Nord e il 2,0% del Centro, e il divario si manifesta in misura ancora maggiore per i figli di ordine successivo al primo. La struttura produttiva e fiscale del Paese risente della concentrazione della popolazione anziana nelle regioni meridionali, dove minore è la base occupazionale e più elevata la dipendenza dal welfare pubblico. Ne deriva che le politiche per il lavoro, nel Mezzogiorno, non possono essere separate dalle politiche per i servizi e per la natalità. Un altro passaggio riguarda la qualità dell'occupazione femminile, che il Rapporto non separa dalla quantità perchè la crescita della partecipazione si concentra in segmenti caratterizzati da contratti più brevi e retribuzioni inferiori, e la difficoltà di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro resta uno dei vincoli principali, con un'offerta di servizi per l'infanzia che nelle regioni meridionali è più carente proprio dove la partecipazione è più bassa.


4. Salari e produttività: la stagnazione strutturale

È il capitolo più duro del Rapporto. I salari reali italiani sono rimasti pressoché fermi lungo tutto il trentennio considerato, a fronte di un incremento del 21% in Germania e del 14% in Francia, e restano circa l'8% al di sotto del livello del 2019 quindi l'Italia è l'unico grande Paese europeo ad aver subito sia una stagnazione di lungo periodo sia un crollo aggiuntivo negli ultimi cinque anni. L'OCSE conferma il quadro, collocando l'Italia tra le grandi economie avanzate con salari reali ancora inferiori al livello pre-inflazione del 2021, in controtendenza rispetto alla maggioranza dei Paesi OCSE che hanno già recuperato il potere d'acquisto perduto. Il Rapporto spiega la stagnazione come effetto combinato di bassa produttività, scarsa crescita della dimensione media d'impresa, investimenti insufficienti in innovazione e capitale umano, specializzazione in settori a medio-basso valore aggiunto e persistenti divari territoriali. Il punto centrale è che l'aumento dell'occupazione degli ultimi anni non è stato accompagnato da un analogo incremento della produttività per ora lavorata e il principale contributo alla crescita del PIL è derivato dalla maggiore quantità di lavoro, non dal miglioramento dell'efficienza. È il fenomeno che spiega perché i salari non possano aumentare nel lungo periodo e perché il Paese resti intrappolato in una dinamica di bassa crescita. Sul versante fiscale, il cuneo ha parzialmente attenuato la perdita grazie agli interventi di decontribuzione, alla rimodulazione delle aliquote IRPEF e alle detrazioni per lavoro dipendente, con benefici concentrati sui redditi medio-bassi. Per un lavoratore dipendente con reddito lordo annuo sotto la mediana, circa 30.000 euro, il salario netto nel 2024 resta inferiore in termini reali a quello del 2019 di circa tre punti percentuali; per i redditi sopra la mediana la perdita è stata più consistente, mentre per quelli vicini alla mediana il netto è tornato ai livelli pre-pandemia. Il Rapporto richiama su questo il drenaggio fiscale, il meccanismo per cui in periodi di alta inflazione l'aumento dei salari nominali accresce la pressione IRPEF anche in assenza di un incremento reale del potere d'acquisto e le stime sull'entità del fiscal drag lo collocano tra i 12 e i 25 miliardi annui.


5. La trappola della piccola scala

Tra gli snodi strutturali della stagnazione produttiva la struttura dimensionale del sistema produttivo è un fattore determinante. L'Italia continua a distinguersi nel confronto europeo per la fortissima presenza di micro e piccole imprese , nel 2024 si contano 1,67 milioni di imprese private, in calo rispetto a 1,73 milioni del 2008, di cui il 98% con meno di 50 dipendenti. La produttività del lavoro aumenta sistematicamente al crescere della dimensione aziendale, e il divario non è episodico né settoriale ma strutturale e riflette differenze nella capacità di investire in capitale fisico e intangibile, nella qualità della governance, nell'organizzazione del lavoro e nella penetrazione dei mercati esteri. I divari territoriali, dimensionali e settoriali si sommano, e il Rapporto legge in chiave unitaria questi tre assi perché è la loro sovrapposizione a spiegare la persistenza del ritardo salariale italiano più di ciascuno di essi preso singolarmente per cui le regioni del Mezzogiorno, le imprese di piccola dimensione e i settori tradizionali presentano livelli di produttività molto inferiori rispetto al Centro-Nord e ai settori avanzati. La conseguenza politica è che nessun intervento su uno solo dei tre assi può bastare, e che le politiche attive, da sole, non possono alzare il livello al quale l'incontro tra domanda e offerta di lavoro avviene.

6. Le politiche attive: il programma GOL

Il PNRR non ha previsto una missione specifica sul lavoro, ma ha concentrato misure significative nella Missione 5, Componente 1 «Politiche attive del lavoro», e nella Componente 2 «Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore». Il perno è il programma Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, articolato in cinque percorsi intesi come ambiti standardizzati di intervento con livelli crescenti di intensità. Il primo, di reinserimento lavorativo, è rivolto a persone vicine al mercato del lavoro e prevede orientamento di base, supporto alla ricerca attiva e incrocio domanda-offerta; il secondo, di aggiornamento, combina orientamento più strutturato e moduli formativi brevi; il terzo, di riqualificazione, è destinato a chi presenta una distanza maggiore dal mercato e richiede un ri-orientamento professionale marcato, con la formazione al centro. Il quarto percorso, «lavoro e inclusione», esplicita l'integrazione tra politiche del lavoro e politiche sociali e riguarda persone con fragilità complesse, in raccordo con i servizi sociali e sociosanitari. Il quinto, di ricollocazione collettiva, affronta crisi aziendali o territoriali con misure coordinate che possono includere formazione, accompagnamento intensivo e strumenti di reimpiego. Il funzionamento si fonda su una sequenza operativa comune ovvero accesso, presa in carico, profilazione, definizione del patto di servizio personalizzato, erogazione delle misure e monitoraggio degli esiti con i Centri per l'Impiego in ruolo centrale, sia come punto di accesso sia come coordinamento della rete.

7. Che cosa ha prodotto, in cifre

Al 31 gennaio 2025 il Programma GOL ha raggiunto 3.582.308 prese in carico, a fronte di un obiettivo PNRR di almeno 3 milioni di persone entro il 2025 tra disoccupati, beneficiari di ammortizzatori sociali e altre categorie con difficoltà di inserimento o reinserimento. Circa 800.000 beneficiari sono stati destinati ad attività formative, con particolare attenzione alla riqualificazione e all'aggiornamento delle competenze; di questi, circa 300.000 percorsi erano esplicitamente orientati allo sviluppo delle competenze digitali. Il rafforzamento della condizionalità ha ribadito gli obblighi di attivazione per i percettori di ammortizzatori sociali e di misure di sostegno al reddito. La distribuzione effettiva delle prese in carico conferma però una concentrazione del Programma sui profili più vicini al mercato del lavoro: il 50% è indirizzato al percorso di reinserimento, il 24,8% all'aggiornamento e il 20,7% alla riqualificazione; il percorso dedicato alle fragilità complesse raccoglie il 3,8% delle prese in carico, mentre la ricollocazione collettiva resta marginale, con 4.085 unità pari allo 0,1%. Sono numeri che il Rapporto legge come un segnale di come il sistema dei servizi continui a lavorare meglio sui casi meno difficili, quelli in cui il risultato è più probabile e più rapido. La composizione interna del percorso dedicato alle fragilità è particolarmente significativa e merita di essere riportata: il 64,7% è costituito da adulti tra 30 e 54 anni e il 74,4% da persone in possesso al più della licenza media, configurando un target ad elevato rischio di esclusione che richiede misure di accompagnamento integrato di natura socio-lavorativa. È il segmento in cui la politica attiva si misura con il proprio limite strutturale, perché nessun percorso formativo breve colma il divario di istruzione e di condizioni sociali che sta a monte.


8. Gli esiti occupazionali e le disparità regionali

Gli esiti mostrano 1.175.463 occupati, pari al 35,8% dei presi in carico, di cui 1.042.421 con un rapporto di lavoro avviato dopo l’ingresso nel programma GOL, corrispondenti al 31,8%. La composizione contrattuale dei rapporti avviati resta caratterizzata da una significativa presenza del lavoro a termine: il 44,2% è costituito da contratti a tempo determinato, contro il 37,9% a tempo indeterminato, mentre l’apprendistato rappresenta il 7,6% e il lavoro domestico il 7%. Ne emerge una struttura dell’inserimento occupazionale nella quale la componente stabile non è prevalente, elemento che può incidere sulla capacità della politica attiva di consolidare nel medio periodo la posizione lavorativa dei beneficiari. Particolarmente rilevanti sono le differenze territoriali. I dati sul tasso di nuova occupazione dopo GOL al 30 giugno 2025 mostrano un divario di 22,8 punti percentuali tra il valore più elevato e quello più basso. La Provincia autonoma di Bolzano raggiunge il 53,3%, seguita dalla Provincia autonoma di Trento con il 49,9% e dalla Toscana con il 49,4%. Seguono Sardegna (47,4%), Umbria (47,1%), Veneto (46,8%), Valle d’Aosta (46,2%), Liguria (45,8%), Marche (44,5%), Abruzzo (44,3%) ed Emilia-Romagna (43,4%). Nella fascia immediatamente successiva si collocano Lombardia (40,0%), Lazio (39,7%), Puglia (39,0%) e Piemonte (38,7%). Più contenuti risultano invece i tassi registrati in una parte del Mezzogiorno: Basilicata e Molise si attestano rispettivamente al 34,6% e al 34,5%, la Sicilia al 33,2%, la Calabria al 31,7% e la Campania chiude la graduatoria con il 30,5%. Il quadro conferma quindi una marcata eterogeneità territoriale, ma non una contrapposizione perfettamente sovrapponibile alla tradizionale distinzione Nord-Sud: la Sardegna, con il 47,4%, si colloca infatti al quarto posto, mentre la Puglia, con il 39%, presenta un risultato superiore a Piemonte, Basilicata, Molise, Sicilia, Calabria e Campania. Anche l’attuazione dei bandi evidenzia forti differenze territoriali: rispetto a una media nazionale del 61,8%, il dato riportato passa dal 99,6% del Veneto al 23,4% della Sicilia, al 23% della Basilicata e al 17,3% del Molise. I due indicatori – avanzamento dei bandi e nuova occupazione – misurano aspetti differenti del programma, ma nel loro insieme mostrano quanto l’efficacia concreta di una politica nazionale possa dipendere dalla capacità amministrativa, dalla struttura dei servizi per il lavoro e dalle caratteristiche dei mercati occupazionali regionali. Il Rapporto collega parte delle difficoltà alla rigidità dei bandi e, soprattutto nel Mezzogiorno, alla minore disponibilità di infrastrutture pregresse di politica attiva. I dati aggiornati al 30 giugno 2025 rafforzano quindi la necessità di leggere GOL non soltanto attraverso il numero complessivo dei beneficiari occupati, ma anche attraverso la capacità dei singoli territori di trasformare la presa in carico in un nuovo rapporto di lavoro. Nel complesso, le azioni sviluppate nel periodo 2022-2025 rappresentano un tentativo di avvicinare il sistema italiano dei servizi per il lavoro ai modelli prevalenti nei principali Paesi europei, caratterizzati da maggiore continuità e capacità di presa in carico. Rimane tuttavia il limite strutturale degli strumenti del PNRR: le politiche attive possono favorire l’incontro tra domanda e offerta e migliorare l’occupabilità, ma non esauriscono questioni di più lungo periodo quali produttività, qualità dell’occupazione e dinamica salariale.




9. Il lavoro sommerso e gli strumenti di presidio

Sul lavoro sommerso il Rapporto ricostruisce gli strumenti messi in campo e il loro stato di attuazione. Il principale è rappresentato dagli ISAC, indicatori di affidabilità contributiva che, con una logica analoga agli ISA fiscali, valutano la coerenza tra manodopera dichiarata, volume d'affari e contributi versati. L'obiettivo è classificare le imprese secondo un livello di affidabilità contributiva e inserire quelle in regola in una «lista di conformità» che consente l'esenzione dai controlli ispettivi per un periodo determinato, spostando l'attività ispettiva dove il rischio è effettivo invece di distribuirla uniformemente. Sul piano operativo l'INPS incrocia le dichiarazioni ISA con le denunce contributive mensili delle imprese, dalle quali risultano il numero di lavoratori, i giorni lavorati e le retribuzioni dichiarate. Attraverso modelli econometrici l'Istituto stima il livello di occupazione atteso per ciascuna impresa sulla base delle medie di settore relative a imprese con caratteristiche e modelli di business comparabili. Le imprese il cui profilo occupazionale risulta coerente vengono inserite nella lista di conformità; quelle che presentano scostamenti significativi ricevono una comunicazione nel cassetto bidirezionale INPS, accessibile sia all'impresa sia al consulente del lavoro, con la possibilità di fornire giustificazioni. Gli ISAC sono entrati in vigore nei primi mesi del 2026 per due settori pilota, alberghi e grande distribuzione, con estensione ad almeno altri sei entro agosto del medesimo anno. Nella prima fase il meccanismo è dialogico e non produce conseguenze sanzionatorie automatiche; in una fase successiva, oltre il 2026, gli scostamenti non giustificati potrebbero orientare la selezione dei target ispettivi. Il Rapporto segnala anche una campagna informativa avviata dall'Istituto presso le associazioni datoriali, i consulenti del lavoro e le organizzazioni sindacali.

10. Il sommerso come questione di concorrenza

Il lavoro irregolare non è solo una questione di tutela: comprime i margini delle imprese che operano regolarmente e riduce la base fiscale su cui si finanziano i servizi. È la ragione per cui il Rapporto tratta il presidio del sommerso come leva di competitività e non solo di legalità, e collega il fenomeno alla sicurezza sul lavoro e alla qualità dell'occupazione. Un dato di processo che il Rapporto registra senza commentarlo esplicitamente ma che vale la pena isolare: lo strumento era stato proposto dall'Istituto al Ministero del Lavoro già tre anni prima della sua attuazione. È un'indicazione del tempo che separa, in Italia, la disponibilità tecnica di uno strumento dalla sua messa in opera, e appartiene alla stessa famiglia di osservazioni che il Rapporto sviluppa nei capitoli sulla capacità amministrativa.

11. Lavoro su piattaforma e la questione del salario minimo

Il Rapporto affronta con attenzione il lavoro organizzato tramite piattaforme digitali, dove il confine tra autonomia e subordinazione risulta meno nitido di quanto suggerisca l'inquadramento formale. Le indagini hanno evidenziato la presenza di lavoratori formalmente autonomi, titolari di partita IVA, inseriti tuttavia in un sistema organizzativo nel quale compensi, assegnazione delle consegne, priorità e continuità dell'attività sono determinati unilateralmente dalla piattaforma attraverso algoritmi. In questo contesto il confine tra lavoro autonomo e lavoro subordinato risulta meno nitido di quanto suggerisca l'inquadramento formale, con conseguenze rilevanti su minimi contrattuali, contribuzione, coperture assicurative e stabilità del rapporto. I provvedimenti giudiziari hanno reso evidente, secondo il Rapporto, l'insufficienza dell'attuale assetto regolatorio: in assenza di una cornice chiara, l'onere di definire gli standard economici viene di fatto trasferito alla magistratura, mentre i lavoratori restano esposti a condizioni retributive potenzialmente inadeguate. Un'eventuale introduzione del salario minimo legale potrebbe costituire una soglia universale di tutela nei segmenti in cui la copertura contrattuale è incerta e il potere negoziale individuale è debole, ma rischierebbe di essere aggirata in assenza di una chiara definizione dei tempi qualificabili come lavoro effettivo nelle attività organizzate a cottimo e su piattaforma. Il Rapporto colloca il dibattito italiano in un contesto internazionale di profondo ripensamento. L'OCSE rileva una progressiva convergenza dei sistemi nazionali verso meccanismi di salario minimo legale e di tutela contrattuale dei lavoratori delle piattaforme digitali, in particolare a seguito della direttiva (UE) 2024/2831, che introduce una presunzione legale di subordinazione superabile solo dalle imprese e impone il rispetto di standard minimi di trasparenza algoritmica, salute e sicurezza, contrattazione collettiva. Sul piano globale, l'ILO osserva come l'espansione delle piattaforme digitali abbia ricondotto quote crescenti di lavoro nel perimetro dell'informalità, anche in economie avanzate. La conclusione del capitolo su questo punto è articolata e vale la pena riportarla nella sua logica, perché è una delle poche volte in cui il Rapporto entra nel merito di una scelta di policy dibattuta: la questione non può essere ridotta all'alternativa secca tra salario minimo sì o no. Occorre intervenire in via normativa sui criteri di qualificazione del lavoro nelle piattaforme digitali, rafforzare il sistema di rappresentanza e la validità erga omnes della contrattazione collettiva, e concepire l'eventuale salario minimo legale come strumento di garanzia residuale, destinato a coprire le aree non adeguatamente presidiate dalla contrattazione, e non come sostitutivo generalizzato del sistema contrattuale. La sequenza conta: prima la qualificazione, poi la rappresentanza, e il salario minimo come rete di sicurezza per ciò che resta scoperto.

12. Le tre transizioni e il fabbisogno di competenze

Il Rapporto chiude il capitolo con l'analisi delle tre grandi transizioni verde, digitale e demografica che modificano in profondità i lavori e le competenze richieste. Il quadro internazionale ne conferma la portata: secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, entro il 2030 il 39% delle competenze attualmente in uso sarà trasformato o reso obsoleto, ancorché in calo rispetto al 44% del 2023 e al picco del 57% del 2020, segno che la fase di shock pandemico si va assestando pur lasciando un fabbisogno strutturale di adeguamento. Tra i principali fattori di trasformazione al 2030 figurano l'applicazione dell'intelligenza artificiale, l'espansione dell'accesso alle tecnologie digitali e la transizione climatica. L'osservatorio del World Economic Forum richiama un effetto rilevante per il disegno delle politiche: a fronte di un'accelerazione delle competenze digitali e analitiche, le competenze socio-emotive resilienza, flessibilità, apprendimento continuo, creatività crescono di pari passo, configurando un fabbisogno formativo ibrido che le politiche attive tradizionali rischiano di non saper intercettare, perché richiede percorsi più lunghi e meno standardizzabili di un modulo di formazione breve.

13. Il mismatch visto dalle imprese

Il Rapporto riporta i dati sul disallineamento tra domanda e offerta di competenze così come lo percepiscono le imprese. Il primo ostacolo all'adozione dell'intelligenza artificiale è la presenza di competenze adeguate, segnalata dal 58,6% delle imprese; il secondo è l'incertezza sul quadro normativo applicabile (47,3%), che riguarda responsabilità per le decisioni automatizzate, obblighi in materia di protezione dei dati e adempimenti derivanti dal regolamento europeo sull'intelligenza artificiale, e che scoraggia in particolare le imprese di minore dimensione, prive di strutture giuridiche interne capaci di orientarsi in un contesto regolatorio in rapida evoluzione; il terzo è la carenza di dati disponibili (45,2%), condizione tecnica di base per l'addestramento e il funzionamento dei sistemi. Il passaggio più interessante è la conclusione che il Rapporto ne trae, e vale la pena riportarla perché sposta il perimetro abituale del discorso sulle politiche attive: il deficit di competenze non riguarda soltanto i lavoratori in cerca di occupazione, che sono i principali destinatari delle politiche attive, ma investe le imprese stesse, configurando un fabbisogno formativo che le sole politiche del lavoro non possono soddisfare senza un intervento parallelo sulla capacità delle imprese di accedere alla formazione e all'innovazione tecnologica. È il punto in cui il capitolo sul lavoro si salda con quelli sulla capacità amministrativa e sulla politica industriale, e in cui la formazione smette di essere una leva rivolta solo all'offerta di lavoro. Sul versante della transizione verde il Rapporto segnala rischi di riconversione per i lavoratori dei settori a maggiore intensità di emissioni e una domanda crescente di competenze tecniche specifiche, mentre la transizione digitale concentra il fabbisogno su profili sovrapponibili a quelli richiesti dalle imprese per l'adozione dell'intelligenza artificiale. È una sovrapposizione che offre l'occasione di una politica formativa unitaria, invece di tante iniziative separate quante sono le fonti di finanziamento.

14. La transizione demografica e il lavoro di cura

La terza transizione è quella demografica, e il Rapporto la considera la più vincolante per il mercato del lavoro italiano. L'Italia è al centro di una crisi demografica che implica una contrazione della forza lavoro netta, un aumento del tasso di dipendenza e una pressione crescente sui servizi — sanità, assistenza, pensioni — e sulla sostenibilità del welfare. Gli effetti sul mercato del lavoro sono molteplici: la riduzione della forza lavoro potenziale, determinata dal minor ingresso di giovani e dalle uscite per pensionamento, incrementa il tasso di dipendenza, mentre la struttura della domanda di lavoro si sposta verso i servizi di cura. Questo spostamento ha una conseguenza diretta sulle politiche attive, perché i servizi di cura sono lavoro ad alta intensità di personale, a prevalenza femminile, spesso a bassa retribuzione e con difficoltà di reperimento. Il Rapporto collega il tema a quello, trattato nella Parte quarta, dell'assistenza territoriale e dei fabbisogni di personale sanitario e socio-sanitario: la domanda di lavoro che cresce è quella che il Paese fa più fatica a soddisfare, e che richiede formazione professionale specifica, percorsi di qualificazione riconosciuti e condizioni di lavoro capaci di attrarre. C'è una simmetria, in questo passaggio, che attraversa tutto il Rapporto e che merita di essere messa in evidenza: la domanda di lavoro che aumenta è concentrata nei servizi alla persona e di cura, cioè negli ambiti in cui il Paese sconta i divari territoriali più ampi e le carenze di personale più gravi, dal personale educativo dei nidi a quello sanitario e socio-assistenziale. Le politiche attive possono orientare verso questi settori, ma non possono renderli attrattivi se le condizioni retributive e organizzative restano quelle attuali.

15. Il bilancio del capitolo

Il capitolo conclude che le azioni intraprese nel periodo 2022-2025 rappresentano un tentativo di avvicinare il modello italiano a quello prevalente nei principali Paesi europei, dove il sistema dei servizi per il lavoro opera con maggiore continuità e capacità di presa in carico. Il limite riconosciuto è di perimetro: gli strumenti del PNRR non coprono i nodi strutturali della produttività e dei salari, che richiedono politiche di più lungo periodo e un intervento sulla dimensione delle imprese, sulla concorrenza e sulla capacità di innovazione. È una distinzione importante e il Rapporto la formula con chiarezza: le politiche attive possono migliorare il funzionamento dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro, riducendo i tempi e i disallineamenti, ma non possono, da sole, alzare il livello al quale quell'incontro avviene. Il valore dei posti di lavoro che si creano dipende dalla produttività delle imprese che li offrono, e quella dipende da fattori — scala, innovazione, capitale umano, infrastrutture, energia — che appartengono ad altre politiche e ad altri capitoli del Rapporto.

Conclusione

Il Rapporto consegna un quadro del lavoro italiano che non consente letture comode in nessuna direzione. L'occupazione ha raggiunto il massimo storico, con oltre 24 milioni di occupati e un tasso del 62,3%, ma il record convive con nove punti di ritardo rispetto alla media europea, tredici sul fronte femminile e una quota crescente di lavoro a intensità ridotta: la quantità è aumentata, la qualità no. I salari reali restano fermi da un trentennio e ancora l'8% sotto il 2019, unico caso tra i grandi Paesi europei, perché la crescita del PIL è venuta dal lavoro impiegato e non dall'efficienza. Le politiche attive hanno funzionato sul piano dei volumi — 3,58 milioni di prese in carico, 1,17 milioni di occupati — ma con un'attuazione che va dal 99,6% del Veneto al 17,3% del Molise, e con esiti occupazionali che in Campania si fermano al 24%. Il presidio del sommerso passa ora dagli ISAC, in fase pilota. La conclusione del Rapporto è che nessuna di queste leve, da sola, chiude il divario: senza produttività e senza dimensione d'impresa, le politiche attive migliorano la distribuzione delle occasioni, non il loro valore.



Fonte LE-LEVE-PER-LA-CRESCITA-RAPPORTO-ANCI.pdf



Angelo Capriati CEO Finanza&Servizi

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  La Spagna guida la crescita europea, superando nettamente Italia, Germania e principali economie dell’Unione. L’occupazione aumenta, ma l’invecchiamento della forza lavoro riduce dinamismo e produttività potenziale. Gli investimenti pubblici trainano crescita, occupazione e convergenza territoriale, soprattutto nel Mezzogiorno italiano.                                                                                                                                                            Il 2025 segna un passaggio particolarmente rilevante per l’economia italiana. In un contesto europeo caratteri...

Povertà educativa in Italia: l'Indice Composito delle Risorse.

  -           La povertà educativa nasce dall'interazione tra famiglia, scuola e contesto territoriale di appartenenza. -           Oltre sessanta indicatori misurano opportunità educative, servizi disponibili e condizioni di sviluppo minorile. -           I dati mostrano forti divari territoriali che influenzano concretamente percorsi formativi e sociali. La povertà educativa è oggi riconosciuta come uno dei principali fattori che contribuiscono alla riproduzione delle disuguaglianze sociali. Non riguarda esclusivamente la disponibilità di risorse economiche, ma investe l'insieme delle opportunità che consentono ai bambini e agli adolescenti di sviluppare competenze, capacità relazionali, strumenti culturali e partecipazione sociale. Negli ultimi anni l'ISTAT, attraverso il lavoro della Commissione scientifica interistituzionale sulla povertà...

Capitale umano in uscita: come il Mezzogiorno perde ogni anno 6,8 miliardi di euro

 • Dal 2002 oltre mezzo milione di giovani qualificati ha lasciato stabilmente il Mezzogiorno italiano. • La fuga dei laureati costa al Sud circa 6,8 miliardi annui d'investimenti formativi pubblici. • Salari, opportunità e servizi alimentano un circolo vizioso che accelera lo spopolamento meridionale. 1.Introduzione Le migrazioni interne ed estere rappresentano oggi uno dei principali fattori di trasformazione dell'economia italiana. Il fenomeno non riguarda soltanto gli spostamenti geografici delle persone, ma coinvolge direttamente la distribuzione del capitale umano, della capacità innovativa e delle opportunità di crescita tra le diverse aree del Paese. Negli ultimi vent'anni il Mezzogiorno ha assistito a una progressiva perdita di giovani, laureati e competenze altamente qualificate, mentre il Centro-Nord ha consolidato il proprio ruolo di polo attrattivo. Tuttavia, anche il Nord sperimenta una crescente fuga di talenti verso l'estero. Il quadro che emerge d...