Il divario territoriale non si chiude il PIL pro capite del Mezzogiorno è il 55-58% di quello del Centro-Nord, stabile da decenni.
Genere e generazioni restano indietro l'occupazione femminile si ferma al 53%; i giovani sotto i 34 anni sono il 20,6%.
Tempi e giustizia: progressi lenti e procedimenti civili che durano 1.789 giorni, in calo ma ancora quasi cinque anni.
Introduzione
La Parte I del Rapporto ANCI «Le leve
per la crescita» si intitola L'Italia a più velocità e misura i divari che
attraversano il Paese che sono territoriali, di genere, generazionali,
amministrativi e giudiziari. Non è un elenco di ritardi ma una mappa di
velocità diverse, che convivono nello stesso ordinamento e nella stessa finanza
pubblica. Il Rapporto parte da un dato costituzionale, l'articolo 3 e la
missione perequativa della Repubblica e lo verifica con i numeri, considerando
che il PIL pro capite del Mezzogiorno resta al 55-58% di quello del
Centro-Nord, il tasso di occupazione femminile al 53%, i procedimenti civili
durano ancora quasi cinque anni. Questa sintesi ricostruisce i cinque capitoli,
integrando i dati del Rapporto con fonti ISTAT, SVIMEZ, Banca d'Italia e CEPEJ.
1. Divari
territoriali e il ruolo strategico del Mezzogiorno
Il capitolo di apertura è il più corposo
della Parte I e affronta la questione che il Rapporto considera fondativa,
poiché la distanza tra Mezzogiorno e Centro-Nord non è una variante del ciclo
economico ma è una condizione strutturale che si riproduce da decenni. Il punto
di partenza è un dato di fatto, dato che il PIL pro capite delle regioni
meridionali si colloca stabilmente intorno al 55-58% di quello del Centro-Nord,
mentre il tasso di occupazione resta significativamente inferiore, circa il
42,7% contro oltre il 60% nel resto del Paese.Sulle cause il Rapporto non si
limita all'economia. La lettura è istituzionale, perché i divari dipendono
dalla capacità di programmare, accedere alle risorse e spenderle, e questa
capacità è distribuita in modo radicalmente disomogeneo. Il capitolo
ricostruisce anche la cornice europea, l'articolo 174, paragrafo 2, del TFUE
affida alle istituzioni dell'Unione il compito di promuovere la coesione
economica, sociale e territoriale con attenzione particolare alle aree meno
sviluppate, e ricorda che il PNRR ha assegnato al Mezzogiorno circa il 40%
delle risorse a fronte di una popolazione pari a un terzo del totale nazionale.
Segnali di
convergenza, ma fragili
Il Rapporto registra miglioramenti
reali, e vale la pena isolarli perché sono la parte della storia che raramente
trova spazio. Tra il 2021 e il 2024 il PIL del Mezzogiorno è cresciuto
dell'8,5% rispetto al 5,8% del Centro-Nord; il tasso di occupazione è aumentato
fino al 50,2% nel 2025 e gli investimenti pubblici sono cresciuti più
rapidamente che nel resto del Paese. In alcune aree metropolitane del
Mezzogiorno si sono sviluppati poli produttivi nei settori dell'elettronica,
del digitale, dell'aerospaziale, del farmaceutico e delle tecnologie applicate
che non trovano precedenti nella storia economica di quei territori. Le fonti
esterne confermano il quadro e ne mostrano la fragilità. Secondo i conti
economici territoriali ISTAT, nel 2024 il PIL per abitante nel Centro-Nord è
risultato pari a 1,75 volte quello del Mezzogiorno, con una differenza assoluta
di 18,7mila euro e il Mezzogiorno resta all'ultimo posto con 24,8mila euro per
abitante, contro i 46,1mila del Nord-ovest. E il peso del divario si sente
anche sui prezzi, poiché la perdita di potere d'acquisto nel periodo raggiunge
il 4,3% nelle regioni meridionali, contro il 3,6% del Centro-Nord. La crescita
differenziale del Sud è per ora reale ma dipendente dal ciclo di investimenti.
Il Rapporto SVIMEZ 2025 stima per il Mezzogiorno +0,7% nel 2025 e +0,9% nel
2026, contro +0,5% e +0,6% del Centro-Nord, e le previsioni per il 2027
indicano un'inversione con la crescita meridionale dimezzata allo 0,4%. Il dato
cumulato conferma il quadro, poiché tra il 2022 e il 2025 il PIL del
Mezzogiorno cresce del 9,5% contro il 6,6% del Centro-Nord, ma il livello di
partenza è così distante che il recupero in punti percentuali non chiude il
divario assoluto. L'ISTAT conferma per il 2025 una crescita degli occupati
dell'1,5% nel Mezzogiorno, la più alta a livello nazionale.
La
demografia come moltiplicatore delle disuguaglianze
Il capitolo dedica ampio spazio a un
meccanismo che aggrava ogni divario, vale a dire la demografia. La fecondità
italiana è tra le più basse dell'Unione, 1,14 figli per donna nel 2025 in
peggioramento rispetto a 1,18 dell'anno precedente, e il calo non è omogeneo.
La natalità dei primogeniti nel 2024 è diminuita del 4,3% nel Mezzogiorno,
contro l'1,8% del Nord e il 2,0% del Centro. Entro il 2050 quasi un terzo della
popolazione avrà più di 65 anni, mentre i giovani sotto i 14 resteranno poco
più di uno su dieci. Le proiezioni ISTAT citate dal Rapporto sono ancora più
nette, poiché entro il 2050 il 90% dei Comuni delle aree interne del
Mezzogiorno perderà fino al 67% della popolazione, con territori che potrebbero
registrare cali demografici fino al 57%. Si delinea una polarizzazione
crescente, con territori in espansione e territori in abbandono che condividono
lo stesso sistema di servizi e la stessa finanza locale. Nell'ultimo decennio
le aree interne del Mezzogiorno hanno registrato una contrazione della fascia
under 35 pari al -6,3%, corrispondente a 483.000 individui, a fronte del -2,7%
nelle aree interne del Nord. Nei comuni ultraperiferici, quelli distanti oltre
75 minuti dal polo di servizio più vicino, l'età media della popolazione
residente raggiunge 46,9 anni.
Il deficit
di capacità istituzionale
Il passaggio più rilevante del capitolo
riguarda la capacità amministrativa locale, e vale la pena riportarlo perché
spiega il meccanismo del divario meglio di qualunque statistica economica.
L'85% dei comuni classificati come aree interne ha meno di 5.000 abitanti; la
maggioranza dispone di organici ridotti, con funzionari chiamati a gestire
simultaneamente competenze tecniche eterogenee. Non è un problema di volontà,
ma un problema di ore disponibili. La Banca d'Italia ha documentato che,
nell'ambito della Strategia nazionale per le aree interne, i Comuni con qualità
amministrativa superiore alla mediana registrano incrementi nella densità di
imprese locali significativamente più elevati rispetto ai Comuni con capacità
amministrativa inferiore, e che questa differenza spiega in larga misura la
concentrazione degli effetti positivi nel Centro-Nord. È la dimostrazione che
il divario si riproduce attraverso la capacità di spesa, non solo attraverso la
dotazione di risorse, poiché a parità di finanziamento, chi sa progettare e
gestire ottiene risultati che chi non sa non ottiene. La stessa dinamica emerge
dalla spesa sociale. La spesa socioassistenziale dei Comuni italiani ammonta a
circa 9 miliardi di euro, quasi un sesto della spesa primaria corrente comunale
e lo 0,5% del PIL, e il 60% è finanziato con risorse proprie dei bilanci
comunali. Poiché la capacità di autofinanziamento è distribuita in modo
radicalmente disomogeneo, la differenza nella spesa sociale non riflette la
diversità dei bisogni ma la diversità della ricchezza locale. Il Rapporto lo
illustra con un confronto che vale più di ogni commento, dato che in Calabria 8
comuni su 10 rientrano tra i territori classificati dall'ISTAT ad alta
vulnerabilità sociale e materiale, e i comuni calabresi spendono per il sociale
circa 30 euro pro capite; in Provincia autonoma di Bolzano quella quota scende
a 1 comune su 25, e i comuni altoatesini spendono circa 600 euro pro capite.
Venti volte tanto, nei territori che ne hanno meno bisogno.
Scuola e servizi,
il divario che si eredita
Il capitolo misura anche il divario nei
servizi educativi, che è la forma più insidiosa del divario perché si trasmette
da una generazione all'altra. Tra gli anni scolastici 2017/18 e 2022/23 la
popolazione studentesca nazionale è passata da oltre 7,6 a circa 7,1 milioni
(-6%), mentre nel Centro-Nord la flessione è stata di 190mila alunni (-4%), nel Mezzogiorno il calo ha raggiunto 330mila unità, pari a -9%. Il calo
demografico non è neutro, poiché colpisce più duramente dove le scuole sono già
meno attrezzate. Sulle infrastrutture il Rapporto offre dati precisi. A livello
nazionale il 54% degli alunni della primaria ha accesso a un edificio con
mensa; nel Sud la quota scende al 30%, mentre nel Centro-Nord sale al 67%. Per
le palestre la media italiana è del 54%, ma nel Mezzogiorno si ferma al 46%,
contro il 60% del Centro-Nord. La scarsità di servizi incide direttamente sulla
possibilità di fruire del tempo pieno e condiziona i processi di apprendimento,
ampliando il divario nelle competenze lungo l'intero percorso scolastico.
La fuga di
laureati
Il capitolo si chiude con la mobilità
studentesca, che il Rapporto quantifica in un dato memorabile, rappresentato da
500mila giovani persi dal Sud in vent'anni. Ogni anno circa 17.000 giovani
meridionali scelgono di iscriversi a un ateneo del Centro-Nord, e il
Mezzogiorno vive un doppio fenomeno caratterizzato dalla bassa capacità di
attrarre e trattenere immatricolati e perdita strutturale di laureati dopo il
conseguimento del titolo. È il meccanismo che il Rapporto SVIMEZ 2025
sintetizza nella formula del «diritto di restare», secondo cui la libertà di
partire è reale solo se esiste una scelta alternativa. Il Rapporto collega
questa dinamica al tema della capacità istituzionale, poiché i territori che
perdono competenze perdono anche la capacità di progettare le politiche che
potrebbero trattenerle, in un circuito che si autoalimenta. Il capitolo propone
di intervenire su tre fronti, ossia la qualità dei servizi educativi e
universitari locali, le opportunità occupazionali qualificate e la capacità
amministrativa degli enti, e segnala che nessuno dei tre, da solo, inverte la
tendenza.
2. Squilibri
di genere
Il secondo capitolo affronta la parità
di genere come dimensione trasversale della competitività, non come capitolo di
diritti separato dal resto. Il Rapporto parte dalla constatazione che l'Italia,
pur a fronte di progressi significativi, non ha colmato il ritardo rispetto
alle principali economie europee, e che il divario si manifesta su tre piani
distinti, che riguardano i livelli di partecipazione al mercato del lavoro, la
qualità delle traiettorie professionali e la presenza delle donne nei luoghi decisionali,
pubblici e privati. Sul primo piano i numeri sono quelli richiamati in tutta la
Parte I, poiché il tasso di occupazione femminile si attesta al 53%, contro il
71,4% degli uomini, e resta 13 punti al di sotto della media europea. Nel
Mezzogiorno scende al 50,2%, contro il 69,9% del Nord e il 67,3% del Centro. Il
Rapporto segnala però una riduzione di circa tre punti dello scarto tra Nord e
Sud rispetto ai livelli del 2021, attribuendola anche agli investimenti
territorialmente mirati del PNRR. Sul secondo piano, quello delle retribuzioni,
il divario è misurato con precisione, dato che le lavoratrici italiane
percepiscono circa 6.000 euro annui in meno rispetto ai colleghi uomini, 33.807
euro contro 39.982. È il dato che il Rapporto legge insieme alla composizione
dell'occupazione femminile, concentrata in segmenti con contratti più brevi e
retribuzioni inferiori, e con una difficoltà di conciliazione tra tempi di vita
e tempi di lavoro che resta uno dei vincoli principali.
Il
contributo del PNRR e i primi risultati
Il Rapporto riconosce al PNRR un effetto
combinato di misure dirette e indirette, comprendendo da un lato gli incentivi
all'occupazione e all'imprenditoria femminile, dall'altro il rafforzamento dei
servizi educativi per l'infanzia, condizione essenziale per una più equa
distribuzione dei carichi di cura. Secondo le elaborazioni SVIMEZ citate nel
capitolo, l'occupazione femminile ha registrato un incremento più marcato di
quella maschile, con un divario ancora più evidente nel Mezzogiorno, dove le
donne occupate sono aumentate del 10,2% contro il +6,8% degli uomini, con un
contributo femminile alla crescita dell'occupazione meridionale di +224mila
unità contro le +256mila degli uomini. Il risultato, osserva il Rapporto,
testimonia un recupero significativo pur in presenza di criticità strutturali
permanenti. Sul versante dell'impresa femminile il Piano ha introdotto il Fondo
Impresa Donna con una dotazione di 265 milioni di euro, insieme a strumenti di
certificazione e incentivi. Il Rapporto registra i risultati in termini di
adesioni e segnala un punto critico, rappresentato dalla concentrazione
territoriale delle domande, con il Mezzogiorno che partecipa in misura
inferiore al proprio peso demografico, riproducendo il divario di capacità
progettuale descritto nel primo capitolo.
I servizi
per l'infanzia, il vincolo che decide tutto
Il capitolo dedica un'analisi specifica
agli asili nido, e il dato chiave è un obiettivo europeo, ossia il target del
33% fissato a Barcellona nel 2002 e il nuovo obiettivo del 45% entro il 2030,
introdotto dall'Unione nel 2022. L'Italia è ancora distante. Secondo ISTAT,
diversi Stati membri hanno già superato la soglia del 45%, con la Francia al
57,4%, Spagna al 55,8%, Portogallo al 55,5% e con valori ancora più elevati nei
Paesi Bassi (71,5%), in Danimarca (69,9%) e in Lussemburgo (60%). In Italia,
dal 2013 il tasso di copertura è aumentato di oltre dieci punti percentuali,
dal 21,2% a valori superiori al 31,6%, ma il Rapporto segnala una cautela
metodologica importante, poiché una parte significativa di tale incremento è
riconducibile alla severa denatalità, perché la diminuzione dei bambini sotto i
tre anni ha accresciuto la disponibilità di posti in rapporto ai potenziali
iscritti. Il miglioramento statistico non coincide integralmente con un
ampliamento dell'offerta. Il Rapporto conferma comunque che lo sviluppo dei
servizi 0-3 anni costituisce una leva strategica per le politiche di supporto
alla natalità e per la riduzione dei divari.
I congedi e
la loro efficacia
Sul congedo parentale il Rapporto offre
un'analisi che merita di essere riportata per intero, perché smonta un equivoco
frequente. Dal decreto legislativo 105/2022 il tasso di fruizione maschile è
rimasto a lungo basso, e il progressivo incremento registrato, dal 20,8% del
2021 al 26,7% del 2023, è interamente riconducibile all'innalzamento
dell'indennità operato dalle leggi di bilancio 2023-2025. Il livello di
retribuzione risulta pertanto determinante quanto la non trasferibilità
formale, poiché un congedo riservato ma scarsamente retribuito non modifica le
scelte familiari, perché il costo economico dell'astensione dal lavoro ricade
comunque sul nucleo familiare, spingendo verso la scelta del genitore con
reddito inferiore, quasi sempre la madre. La conclusione è che l'efficacia
della misura dipende dall'intervento congiunto su entrambe le leve, non
trasferibilità e adeguatezza della retribuzione. È una delle poche volte in cui
il Rapporto entra nel merito di un disegno di policy con una raccomandazione
operativa esplicita, e la logica è quella che attraversa tutta la Parte I,
secondo cui le regole che non incontrano gli incentivi economici degli attori
non producono i comportamenti che dichiarano di voler produrre.
3.
Generazioni a confronto
Il terzo capitolo affronta la questione generazionale come problema di distribuzione delle opportunità nel tempo, considerando l'eredità del debito, l'accesso alla casa, la qualità del primo impiego e la mobilità sociale. È il tema su cui il PNRR ha riconosciuto esplicitamente una dimensione intergenerazionale, e su cui l'Italia sconta un ritardo informativo che il Rapporto considera un ostacolo alla politica prima ancora che un problema di conoscenza. Il quadro demografico di partenza è quello descritto nel primo capitolo, nel quale la quota di giovani nella fascia 15-34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025, con una stima di riduzione al 18,6% nel 2070 e una perdita complessiva stimata in oltre tre milioni di unità. Il Rapporto collega questo dato a un effetto diretto sui conti pubblici e sul mercato del lavoro, poiché la riduzione della forza lavoro potenziale, determinata dal minor ingresso di giovani e dalle uscite per pensionamento, incrementa il tasso di dipendenza e sposta la struttura della domanda di lavoro verso i servizi di cura.
NEET e
disoccupazione giovanile
Sui NEET, i giovani che non studiano,
non lavorano e non seguono percorsi di formazione, il Rapporto registra
un'incidenza ancora superiore al 15%, che colloca l'Italia tra i nove Paesi
dell'Unione sopra questa soglia. Il dato va letto insieme a quello della
disoccupazione giovanile e a quello, apparentemente contraddittorio,
dell'occupazione, poiché dopo anni di stagnazione, il tasso di occupazione dei
15-29enni è tornato a crescere e nel 2024 ha superato il 33%, con un incremento
di circa quattro punti rispetto al 2019, ma l'aumento si è concentrato nei
servizi a bassa e media qualificazione, come turismo, ristorazione, logistica e
commercio, e in parte nella pubblica amministrazione, attraverso concorsi e
contratti a tempo determinato. La conseguenza è misurabile sulle retribuzioni,
poiché nel 2023 la retribuzione annua lorda mediana dei lavoratori sotto i 30
anni era inferiore di circa il 35% rispetto a quella dei lavoratori tra i 35 e
i 49 anni. Il Rapporto collega il dato all'ingresso tardivo nel mercato del
lavoro e alla forte incidenza di contratti temporanei, che ritardano
l'autonomia economica e la costruzione di carriere. L'ISTAT conferma per il
2025 un tasso di occupazione complessivo tra i 15 e i 64 anni pari al 62,5%,
8,5 punti inferiore alla media UE del 71,0%, con un allargamento del divario
rispetto al 2005, dato che in vent'anni i tassi sono aumentati di 5,2 punti in
Italia e di 8,9 nell'Unione.
L'occupazione
anziana e il suo rovescio
Il capitolo registra un fenomeno che
complica il quadro, poiché la crescita dell'occupazione anziana, quantificata
in circa 900.000 unità in più, rappresentando più della metà della crescita
complessiva dell'occupazione, con il tasso di occupazione nella fascia 55-64
anni che ha superato il 58% nel 2025, un valore mai raggiunto prima in Italia.
Il risultato è il prodotto dell'innalzamento dell'età pensionabile, delle
riforme previdenziali degli ultimi quindici anni, del miglioramento delle
condizioni di salute e del maggior grado di istruzione della popolazione. Ma il
Rapporto segnala anche il costo di questa dinamica, in un passaggio che vale la
pena riportare, poiché la forte crescita dell'occupazione anziana contribuisce
a rallentare il turnover generazionale e accentua la segmentazione del mercato
del lavoro. In molte imprese, soprattutto medio-piccole, la permanenza
prolungata dei lavoratori più anziani si accompagna a un ingresso più lento dei
giovani e a carriere iniziali frammentate. È un meccanismo che si autoalimenta,
e spiega perché il miglioramento di un indicatore occupazionale possa convivere
con il peggioramento delle prospettive per una specifica fascia di età.
La proposta,
valutare l'impatto generazionale
Il Rapporto rileva che l'Italia non
dispone di uno strumento istituzionale che misuri e aggiorni periodicamente la
condizione giovanile in modo comparabile e propone di colmare questa lacuna con
una valutazione di impatto generazionale obbligatoria sui principali programmi
pubblici. L'obiettivo è rendere gli effetti distributivi visibili ex ante e
correggibili in corso d'opera, evitando che le politiche per i giovani restino
dichiarazioni prive di meccanismi attuativi. Il capitolo cita due riferimenti
concreti. Il primo è l'Indice di Fabbisogno di Alloggi per Studenti, costruito
per misurare la domanda insoddisfatta di residenze universitarie, indicato come
esempio di strumento utilizzabile per orientare le scelte di investimento. Il
secondo è l'esperienza della città di Parma, designata Città europea dei
Giovani 2027, che ha adottato nel gennaio 2024 un proprio strumento di analisi
della condizione giovanile. Sul fronte dell'imprenditorialità giovanile il
Rapporto richiama il dato di Unioncamere, secondo cui in dieci anni l'Italia ha
perso 153mila attività guidate da giovani.
4. Tempi
amministrativi e performance nei pagamenti
Il quarto capitolo è il più tecnico
della Parte I e, per un'amministrazione locale, il più utile, perché mette in
fila i processi che consumano tempo e mostra quanto la performance dipenda
dall'organizzazione dell'ente più che dalla norma. La premessa del Rapporto è
che il tempo dell'amministrazione è un fattore produttivo, non un costo di
struttura, poiché incide sull'attrattività del Paese, sulla competitività delle
imprese e sulla qualità dei servizi resi ai cittadini.
Il confronto
internazionale
Il Rapporto colloca l'Italia in una
posizione difficile nel confronto internazionale, e i numeri sono specifici.
Per l'avvio di un'impresa sono richiesti 12,5 giorni, contro gli 11 registrati
nella precedente rilevazione del 2020, con un posizionamento al 98esimo posto
per il rilascio di un permesso per costruire, pari a 198 giorni, in
peggioramento rispetto ai 189,5 del 2020. L'Italia è al 57esimo posto per un
generico permesso legato ad attività edilizie, con 30 giorni, all'82esimo per
un permesso ambientale, con 150 giorni, e tra il 59esimo e il 77esimo posto per
l'assegnazione di un contratto di appalto in procedura aperta, con 270 giorni. Sui
tempi di definizione di importanti procedure amministrative il Rapporto offre
un confronto europeo che merita di essere letto con attenzione. Nel 2024 erano
necessari in media 198 giorni per un permesso per costruire; per il ricorso
avverso gli accertamenti fiscali sono necessari 220 giorni in Italia, e solo la
Spagna impiega di più con 365, mentre tutti gli altri Paesi europei si
collocano tra i 60 e i 170 giorni. Tra i Paesi extra-UE spicca il Regno Unito
con soli 45 giorni. Sui tempi di pagamento delle transazioni commerciali
l'Italia presentava i valori maggiori, con una media di 279 giorni, seguita da
Spagna (180), Francia (102) e Germania (84).
I divari
sub-nazionali, da Padova a Reggio Calabria
Fermi i tempi nazionali, il Rapporto
documenta divari sub-nazionali che sono la parte più sorprendente del capitolo.
I tempi amministrativi non variano solo tra Paesi ma tra città dello stesso
Paese, e le differenze sono di ordine di grandezza. Il Rapporto cita il caso
dei procedimenti di verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto
ambientale, i cui tempi variano da un minimo di 84 giorni a un massimo di 634. Sul
fronte delle autorizzazioni il confronto è altrettanto netto, poiché un
procedimento che si conclude in tempi contenuti a Bologna richiede oltre il
doppio del tempo a Reggio Calabria, 325 giorni. Il Rapporto collega questa
variabilità alla capacità organizzativa degli uffici e alla disponibilità di
personale tecnico specializzato, riprendendo il filo del primo capitolo, dato
che la stessa norma produce tempi diversi secondo l'amministrazione che la
applica.
I pagamenti
e il sistema InIT
Sul versante dei pagamenti il capitolo
offre il dato più incoraggiante dell'intera Parte I. Il sistema InIT ha
contribuito alla riduzione dei tempi di pagamento nel comparto che ha
registrato il miglioramento percentualmente più consistente tra il 2019 e il
2024, passando da 53 a 27 giorni, con una contrazione del 49%. Il sistema è
operativo per le Amministrazioni centrali ma non è ancora esteso agli altri
comparti della pubblica amministrazione, e il Rapporto ne chiede l'estensione
come leva a costo contenuto per allineare i comportamenti di pagamento. Il
capitolo documenta anche le differenze territoriali nei tempi di pagamento
degli enti locali, con i valori peggiori concentrati nelle regioni meridionali,
con la Calabria con 52,6 giorni di tempo medio, Sicilia con 40,9, Molise con
39,9, Campania con 38,5, Abruzzo con 35,7 e Basilicata con 35,4. È la stessa
geografia dei divari che attraversa tutti i capitoli della Parte I, riprodotta
su un indicatore apparentemente solo contabile.
Le leve
proposte
Il capitolo chiude con cinque leve per un monitoraggio più efficace, che vale la pena elencare perché sono operative e non richiedono nuove norme. La prima è una relazione annuale pubblica con dati certificati su assegnazioni, impegni e pagamenti, entro una scadenza definita. La seconda è un cruscotto trimestrale con dati disaggregati per territorio e settore, accessibili a cittadini e stakeholder. La terza è una piattaforma unica integrata che connetta BDAP, ReGiS, OpenCUP e il Sistema Informativo FSC in un flusso informativo continuo. La quarta è l'uso dell'intelligenza artificiale per individuare criticità, anticipare rischi e suggerire interventi correttivi. La quinta è un sistema di alert e accompagnamento, con segnalazioni tempestive e supporto alle amministrazioni per le azioni di riallineamento.
5. Geografia
della giustizia civile
Il capitolo conclusivo della Parte I
ricostruisce la geografia dell'efficienza della giustizia civile e mostra che
la distanza tra uffici giudiziari non è spiegata dal volume del contenzioso,
poiché a parità di carichi, la capacità di smaltimento varia in modo
significativo, il che sposta l'attenzione sulle risorse umane effettivamente
disponibili e sull'organizzazione degli uffici. È la stessa tesi che attraversa
l'intera Parte I, applicata al sistema giudiziario. Il Rapporto colloca la
giustizia civile tra i fattori che condizionano l'attrattività del Paese,
poiché i tempi dei procedimenti incidono sulle decisioni di investimento, sul
costo del credito e sulla fiducia nelle istituzioni, e la loro variabilità territoriale
introduce un elemento di incertezza che nessuna riforma nazionale elimina se
non interviene sull'organizzazione dei singoli uffici.
Il programma
straordinario di smaltimento
Il Piano straordinario per la riduzione dell'arretrato ha previsto l'applicazione a distanza nei tribunali di magistrati ordinari, anche fuori ruolo, fino a 500 unità, per la definizione da remoto di almeno 50 procedimenti civili l'anno per magistrato, con un'indennità aggiuntiva e un bonus di anzianità valido per il primo trasferimento successivo. Alla Corte di Cassazione è stata prevista la facoltà, per il Primo Presidente, di applicare alle sezioni civili fino a 50 magistrati dell'ufficio del massimario. L'attuazione è però parziale, e il Rapporto lo dice con chiarezza, dato che a dicembre 2025 risultavano trasferiti 18 magistrati in 9 corti di appello, mentre nei tribunali era stata coperta meno della metà dei 500 posti previsti. Il decreto ha inoltre introdotto una disciplina straordinaria del tirocinio dei magistrati, funzionale a rafforzarne la partecipazione alle attività giurisdizionali, e ha modificato alcuni passaggi procedurali per le controversie previdenziali e assistenziali soggette ad accertamento tecnico preventivo obbligatorio, dove la consulenza tecnica assume valore centrale. Il Rapporto registra progressi diversi tra Cassazione e uffici di merito e una progressiva riduzione delle differenze di performance, ma segnala che il bacino di magistrati disponibile resta il vincolo decisivo, poiché nessuna riorganizzazione compensa una carenza di organico, e il reclutamento è l'unico rimedio che agisce sulla quantità oltre che sull'organizzazione.
Il confronto
con l'Europa e l'andamento recente
Le fonti esterne collocano il dato
italiano in prospettiva e confermano un miglioramento reale ma insufficiente a
colmare la distanza. Secondo l'ISTAT, nel 2025 sono necessari mediamente 1.789
giorni per concludere un procedimento che passi per tutti i gradi di giudizio,
in calo rispetto ai 2.512 giorni del 2019, una riduzione di oltre il 28% in sei
anni, che rappresenta il progresso più significativo registrato dal sistema
giudiziario italiano in decenni. Il monitoraggio del Ministero della Giustizia
indica per il 2025 una durata di circa 3 anni per i procedimenti civili in
primo grado, 2 anni in appello e 1 anno in Cassazione. Il confronto europeo
resta però severo. Il rapporto CEPEJ sui sistemi giudiziari europei indica che
in Italia il procedimento penale dura in media 355 giorni in primo grado, 750
in appello e 132 in Cassazione, con valori che collocano il Paese tra i più lenti
d'Europa. Sulla giustizia civile la durata media di un giudizio di primo grado
si aggira intorno ai due anni. La Banca d'Italia ha documentato in modo
sistematico l'esistenza di divari territoriali nell'efficienza della giustizia
civile, confermati dall'analisi della durata dei procedimenti di esecuzione e
di quelli di cognizione, e ha valutato gli effetti della riforma della
geografia giudiziaria attuata tra il 2013 e il 2014 sul funzionamento degli
uffici.
Perché il
divario territoriale conta più della media nazionale
Il Rapporto insiste su un punto di
metodo che vale per tutti e cinque i capitoli della Parte I, la media nazionale
nasconde la variabilità, e la variabilità è il fenomeno. Un Paese in cui la
giustizia civile dura in media meno di cinque anni ma in alcuni tribunali ne
dura tre e in altri sette non è un Paese con un problema di durata, è un Paese
con un problema di disomogeneità, perché il cittadino e l'impresa non
affrontano il tempo medio, affrontano il tempo del tribunale competente per
territorio. Da qui la scelta del Rapporto di misurare i divari a livello
territoriale granulare, per singolo Comune e non per macroarea, e di proporre
un sistema di monitoraggio che renda visibili le differenze invece di
compensarle in una cifra unica. È la stessa logica che regge il Piano Nazionale
di Coesione proposto in conclusione, secondo cui le risorse vanno assegnate in
funzione della distanza reale dall'obiettivo di ogni territorio, non della sua
capacità storica di spesa.
Conclusione
La Parte I del Rapporto ANCI consegna
una tesi che attraversa cinque capitoli apparentemente distinti, poiché i
divari italiani non sono un problema di risorse ma di capacità di trasformarle
in risultati, e questa capacità è distribuita in modo radicalmente disomogeneo.
Il PIL pro capite del Mezzogiorno resta al 55-58% di quello del Centro-Nord, il
tasso di occupazione femminile al 53%, 8 comuni calabresi su 10 sono ad alta
vulnerabilità sociale mentre in Alto Adige 1 su 25, e la spesa sociale pro
capite varia da 30 a 600 euro. La stessa misura nazionale produce risultati
diversi secondo il territorio in cui atterra, considerando che i tempi
amministrativi vanno da 84 a 634 giorni, i procedimenti civili da tre a sette
anni, il sistema InIT ha dimezzato i pagamenti delle amministrazioni centrali
senza essere esteso agli enti locali. I miglioramenti ci sono e sono reali,
come dimostrano il PIL del Sud in crescita per il quarto anno consecutivo e la
giustizia civile a 1.789 giorni rispetto ai 2.512 del 2019, ma non chiudono il
divario. La proposta del Rapporto è cambiare il criterio e propone di
finanziare la distanza dall'obiettivo, non la storia di spesa.
Angelo Capriati Finanza&Servizi
Fonti : LE-LEVE-PER-LA-CRESCITA-RAPPORTO-ANCI.pdf
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