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Dal vantaggio comparato alla sicurezza: l'export italiano in un mondo multipolare

 

 


·         Nel 2025 le ragioni di scambio italiane toccano il massimo storico a 105,8, restituendo potere d'acquisto dopo lo shock energetico.

·         L'Asia orientale supera stabilmente l'Unione europea come primo polo esportatore mondiale, con quote pari a 33,6% contro 29,2%.

·         Oltre tre quarti dei farmaci disponibili in Italia arrivano dall'estero: la penetrazione dell'import farmaceutico sale al 77,1%.

1. Introduzione: che cosa è e a che cosa serve l'Annuario

L'edizione 2026 dell'Annuario statistico Commercio estero e attività internazionali delle imprese, curata congiuntamente dall'Istituto nazionale di statistica (Istat) e dall'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane (Agenzia ICE), rappresenta la principale fonte pubblica organica per leggere il posizionamento dell'Italia negli scambi internazionali. Il volume raccoglie circa mille tavole statistiche, corredate da cartogrammi e figure, e integra dati di fonte nazionale (Istat, Banca d'Italia) e internazionale (Eurostat, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, UNCTAD, Trade Data Monitor).

Il documento oggetto di questa analisi è, in senso proprio, la Guida alla lettura che accompagna l'Annuario: una sezione metodologica che descrive le fonti, le classificazioni, i sistemi di indagine e — soprattutto — il sistema degli indicatori attraverso cui il fenomeno della globalizzazione economica viene misurato. Proprio perché le schede-indicatore riportano serie storiche dimostrative aggiornate al 2025 e i cartogrammi sintetizzano le dinamiche più recenti, la Guida offre di fatto una fotografia interpretabile dei trend di fondo dell'internazionalizzazione italiana. È su questa base — le serie e le dinamiche esposte nella Guida — che si sviluppano le considerazioni che seguono.

L'obiettivo del presente lavoro è duplice: da un lato ricostruire i trend, le criticità, le prospettive e le opportunità che emergono dai dati; dall'altro collocare quei dati nel contesto delle politiche economiche e commerciali di un mondo attraversato da conflitti aperti — la guerra russo-ucraina, le tensioni in Medio Oriente e nel Mar Rosso — e da una nuova stagione di protezionismo tariffario che nel 2025 ha ridisegnato le relazioni transatlantiche.

Una premessa di metodo è doverosa. L'Annuario, come segnala la stessa Guida, misura "la globalizzazione economica come fenomeno complesso": nessun indicatore, preso isolatamente, esaurisce la lettura. Apertura, quote di mercato, ragioni di scambio, tassi di cambio effettivi reali e struttura delle imprese vanno letti congiuntamente, perché ciascuno illumina una dimensione diversa dello stesso fenomeno. Questa analisi adotta lo stesso principio, incrociando gli indicatori per restituire un quadro coerente.

2. L'architettura statistica: perché la metodologia conta

Prima di leggere i numeri, è utile comprendere come vengono prodotti, perché la loro affidabilità e confrontabilità dipende da scelte metodologiche che negli ultimi anni sono profondamente cambiate. La Guida documenta un impianto in continua evoluzione, che poggia su quattro pilastri.

2.1 Le rilevazioni sugli scambi di merci

Il sistema di indagini sul commercio con l'estero, di titolarità Istat con l'Agenzia delle Dogane come ente intermedio, si articola in due processi distinti: le importazioni ed esportazioni con i paesi extra UE (basate sulle dichiarazioni doganali) e il sistema Intrastat per gli scambi intra UE. Due innovazioni segnano il periodo recente. La prima è la digitalizzazione doganale: da giugno 2022 per le importazioni e da dicembre 2024 per le esportazioni, il vecchio Documento Amministrativo Unico è sostituito dal nuovo modello dati EUCDM (European Customs Data Model). La seconda è l'alleggerimento dell'onere statistico Intrastat, con l'innalzamento delle soglie di obbligatorietà previsto dal regolamento quadro EBS (European Business Statistics) dal gennaio 2022.

La conseguenza operativa è rilevante: i flussi dichiarati dagli operatori obbligati coprono oggi circa il 97% delle cessioni e il 91% degli acquisti intracomunitari. La parte residua — attribuibile agli operatori esonerati — viene ricostruita con un approccio register-based che stima la componente mancante. È un compromesso necessario tra riduzione dei costi per le imprese e completezza del dato, ma introduce una quota di stima che va tenuta presente nell'interpretazione dei livelli più fini.

2.2 Le multinazionali: statistiche FATS inward e outward

Accanto alle statistiche tradizionali su merci, servizi e investimenti diretti esteri, l'Annuario include le statistiche sulle attività delle imprese multinazionali (FATS), richieste dal Regolamento UE 2019/2152. Due rilevazioni annuali misurano rispettivamente le imprese a controllo estero residenti in Italia (inward) e le imprese a controllo nazionale residenti all'estero (outward). Sono statistiche costose e metodologicamente complesse — la Guida cita esplicitamente i problemi di sottocopertura, le forme di controllo "estero su estero" e il trattamento delle mancate risposte — ma sono anche quelle che consentono di leggere l'internazionalizzazione "attiva" del sistema produttivo, ben oltre il semplice dato di export.

2.3 Servizi e investimenti diretti: il ruolo di Banca d'Italia

I dati su interscambio di servizi e investimenti diretti derivano dai flussi di bilancia dei pagamenti prodotti da Banca d'Italia, raccolti attraverso il sistema del direct reporting che coinvolge circa 7.000 imprese selezionate da una popolazione di 300 mila unità, con tassi di risposta superiori al 90%. L'adozione degli standard internazionali del sesto manuale della bilancia dei pagamenti (BPM6) dal 2014 ha armonizzato queste statistiche con la contabilità nazionale, modificando fra l'altro il trattamento del merchanting e dei servizi di lavorazione.

2.4 Un caveat sulla confrontabilità

La Guida avverte che le aree geoeconomiche (APEC, BRICS, ASEAN, CIS, MERCOSUR, USMCA, OPEC, paesi candidati UE, e così via) sono definite sulla base di accordi commerciali soggetti a variazioni nel tempo: la loro composizione cambia, e quindi la confrontabilità temporale non è sempre garantita. In una fase storica in cui alleanze e blocchi commerciali si riconfigurano rapidamente, questa avvertenza non è tecnicismo: è un limite sostanziale di cui ogni lettura di medio periodo deve tenere conto. I dati sull'ultimo anno (2025), inoltre, sono provvisori; per il 2024, questa edizione pubblica i dati definitivi, con revisioni pressoché nulle sull'export Mondo e pari a +1,0% sulle importazioni.

3. I trend di fondo: apertura, propensione all'export, dipendenza dall'import

Il primo blocco di indicatori misura il grado di integrazione dell'Italia nell'economia mondiale, in rapporto alla dimensione dell'economia nazionale e a prezzi 2020 (per depurare l'effetto dell'inflazione). Il confronto con i principali partner e concorrenti è illuminante.

Tavola 1 — Grado di apertura internazionale (export+import di beni e servizi / PIL, valori a prezzi 2020, %)


Fonte: elaborazioni ICE su dati Commissione europea (Annuario Istat–ICE 2026).

Tre letture emergono. Primo, l'Italia è un'economia strutturalmente aperta ma meno delle grandi economie continentali: nel 2025 il suo grado di apertura (59,5%) resta sotto Germania, Spagna e Francia, coerentemente con un mercato interno più ampio di quello dei piccoli paesi ma con un tessuto manifatturiero fortemente vocato all'export. Secondo, il 2020 segna per tutti la cicatrice della pandemia, con una contrazione generalizzata dell'apertura, seguita dal rimbalzo del 2021–2022. Terzo, il picco del 2022 (60,4% per l'Italia) riflette in larga parte l'impennata dei prezzi dell'energia e delle materie prime: valori nominali gonfiati più che maggiore integrazione reale. Il successivo assestamento verso il 59–60% descrive un'economia che ha riassorbito lo shock energetico senza arretrare sul piano dell'apertura.

La  propensione all'esportazione (export / PIL) conferma il quadro: l'Italia si colloca al 31,0% nel 2025, in progressiva risalita dal 28,7% del 2016, sopra il Regno Unito ma sotto Germania (41,2%) e Spagna (34,8%). Il dato statunitense (10,7%) ricorda quanto l'economia americana sia, per contro, orientata al mercato interno — un fattore che rende comprensibile, anche se non giustificabile, la sua propensione a usare la leva daziaria.

Sul versante opposto, il grado di penetrazione delle importazioni (import / domanda finale) mostra per l'Italia un valore contenuto e in calo: dal 26,5% del 2016 al 24,4% del 2025, il più basso fra le grandi economie europee dopo un massimo toccato nel 2019 (29,8%). Un import che pesa meno sulla domanda interna può segnalare maggiore autonomia produttiva, ma anche — e qui sta l'ambivalenza — una domanda interna debole. In un'economia a crescita moderata come quella italiana, un basso grado di penetrazione va letto con cautela: non è necessariamente un segno di forza.

4. Il posizionamento competitivo dell'Italia

4.1 Ragioni di scambio: il ritorno del potere d'acquisto

Le ragioni di scambio — il rapporto tra i prezzi (valori medi unitari) dell'export e quelli dell'import — misurano quanti beni importati un paese può acquistare con una data quantità di beni esportati. La serie italiana racconta una storia netta:

Tavola 2 — Ragioni di scambio, indici in dollari (base 2015=100)


Fonte: elaborazioni ICE su dati OMC (Annuario Istat–ICE 2026).

Il 2022 è l'anno del trauma: con il caro-energia, l'Italia — importatore netto di materie prime — vede le proprie ragioni di scambio crollare a 89,8, il valore più basso della serie. È l'anno in cui, per pagare la stessa bolletta energetica, il paese deve cedere molte più merci esportate. Il recupero è poi rapido e vigoroso: 100,8 nel 2023, 103,5 nel 2024, 105,8 nel 2025 — il massimo del periodo. Il riequilibrio dei mercati energetici ha restituito all'Italia (e alla Germania, con dinamica simmetrica) un guadagno di potere d'acquisto sugli scambi. Speculare è la posizione dei paesi esportatori di idrocarburi (Medio Oriente, Russia), che hanno beneficiato del picco 2022 e ora rientrano. La Cina, infine, mostra ragioni di scambio in costante erosione (82,5 nel 2025): un esportatore che compete sempre più sul prezzo.

4.2 Competitività di prezzo: i tassi di cambio effettivi reali

Il tasso di cambio effettivo reale, calcolato da Banca d'Italia su 61 paesi concorrenti in base ai prezzi alla produzione dei manufatti, misura la competitività di prezzo: un aumento segnala apprezzamento e quindi perdita di competitività. Qui l'Italia esibisce una delle sue carte migliori. L'indice italiano resta stabile e contenuto (96,5 nel 2025, sostanzialmente invariato rispetto al 96,7 del 2016), a fronte di un forte apprezzamento degli Stati Uniti (da 103,7 a 122,7) e di un rilevante deprezzamento competitivo della Cina (da 132,2 a 104,2) e del Giappone (attorno a 52, ai minimi). La manifattura italiana ha dunque mantenuto la propria competitività di prezzo, senza gli apprezzamenti che hanno eroso il margine di altri — un risultato che, insieme alla qualità e alla specializzazione, spiega la tenuta delle quote in settori esposti.

4.3 Le quote di mercato del Made in Italy

Là dove l'Italia compete su qualità, design e specializzazione, le quote sulle esportazioni mondiali sono elevate e — dato notevole — in molti casi crescenti. La Guida riporta le quote per alcuni raggruppamenti tradizionali del Made in Italy:

Tavola 3 — Quota dell'Italia sulle esportazioni mondiali, prodotti selezionati del Made in Italy (%)




Fonte: elaborazioni ICE su dati Eurostat e Istituti nazionali di statistica (Annuario Istat–ICE 2026).

La performance dell'abbigliamento in pelliccia (dal 6,3% del 2020 al 25,4% del 2025) è probabilmente amplificata da riconfigurazioni di filiera e da effetti prezzo, ma il messaggio d'insieme è chiaro: nei comparti a forte identità manifatturiera — ceramica, lapideo, pelletteria, alimentare di qualità, macchine utensili — l'Italia mantiene o rafforza posizioni di leadership globale, presidiando quote che per singole nicchie superano un quarto del mercato mondiale. È il nucleo di competitività non delocalizzabile su cui poggia gran parte della bilancia commerciale attiva del paese.

5. La geografia degli scambi in un mondo frammentato

È nella dimensione geografica che l'Annuario intercetta più direttamente il conflitto internazionale. Due indicatori — le quote di mercato mondiali per area e i saldi normalizzati — descrivono lo spostamento del baricentro degli scambi e la fragilità di alcune relazioni bilaterali.

5.1 Lo spostamento del baricentro verso l'Asia orientale

Tavola 4 — Quote sulle esportazioni mondiali di merci per area geografica (composizioni %)



Fonte: elaborazioni ICE su dati OMC (Annuario Istat–ICE 2026).

Il dato strutturale più significativo è il sorpasso ormai consolidato dell'Asia orientale (33,6% nel 2025) sull'Unione europea (29,2%) come primo polo esportatore mondiale. La quota UE si è erosa di quasi due punti dal 2016, mentre l'Asia orientale ha guadagnato terreno, pur con oscillazioni. Il Medio Oriente ha visto la sua quota salire nel 2022 (6,47%) sull'onda dei prezzi energetici e poi assestarsi. È la rappresentazione statistica di un mondo multipolare, in cui il peso relativo dell'Occidente negli scambi manifatturieri arretra a favore dei nuovi baricentri asiatici — una tendenza che i blocchi geoeconomici come BRICS e ASEAN, censiti dall'Annuario, tendono a istituzionalizzare.

5.2 I saldi normalizzati e la frattura con l'area ex-sovietica

Il saldo normalizzato (saldo commerciale rapportato all'interscambio, tra −100 e +100) misura l'ampiezza di avanzi e disavanzi. Per l'Italia, la lettura per area rivela l'impronta della geopolitica. Il tasso di copertura a prezzi costanti con la Russia — cioè il rapporto reale tra export e import — è la spia più eloquente del conflitto:

Tavola 5 — Tasso di copertura a prezzi costanti verso aree/paesi selezionati (base 2015=100)




Fonte: elaborazioni ICE su dati OMC (Annuario Istat–ICE 2026).

Il tasso di copertura reale con la Russia, stabile intorno a 88 fino al 2020, precipita a 66,6 nel 2024 (rimbalzando appena a 70,9 nel 2025): l'effetto combinato delle sanzioni europee sull'export verso Mosca e della persistente dipendenza da alcune importazioni ha compresso strutturalmente il rapporto. L'intera area CIS segue la stessa parabola discendente. Sul fronte opposto, il Medio Oriente mostra un tasso di copertura in erosione continua (da 118,6 nel 2020 a 76,2 nel 2025), segno di un peso crescente delle importazioni energetiche. La Cina, per l'Italia, è il caso più singolare: il tasso di copertura reale sale a 119,7 nel 2025, un miglioramento apparente del saldo in volume che tuttavia convive con un ampio e persistente disavanzo in valore, alimentato dalla penetrazione di prodotti a basso costo.

5.3 L'indice di intensità degli squilibri

L'indice di intensità degli squilibri — media ponderata dei valori assoluti dei saldi normalizzati settoriali/geografici — misura quanto la bilancia commerciale italiana sia polarizzata tra aree in forte attivo e aree in forte passivo. Il dato è eloquente: dopo essere rimasto attorno a 7 nel periodo 2016–2020, l'indice balza a 12,9 nel 2022 e resta elevato (10,7 nel 2025). Lo shock energetico e la riconfigurazione geopolitica hanno reso la bilancia italiana più "tesa": surplus più ampi verso alcune aree (America settentrionale, Oceania, paesi europei non UE con saldo normalizzato di +33,5 nel 2025) e disavanzi più marcati verso altre (Asia centrale −25,7, Asia orientale −28,8, Africa). Una bilancia più polarizzata è, a parità di saldo aggregato, una bilancia più esposta agli shock localizzati.

6. Le dinamiche settoriali del 2025

I cartogrammi della Guida evidenziano, per il 2025, i comparti che hanno trainato o frenato gli scambi. Alcune variazioni sono spettacolari e meritano lettura critica.

6.1 I motori dell'export

     Metalli preziosi e semilavorati: +97,2% nel 2025. Una crescita di questa entità riflette in larga parte l'impennata delle quotazioni dell'oro e i flussi finanziari/rifugio che si incanalano in questo comparto, più che un aumento di capacità produttiva. Va letta con prudenza: gonfia il totale export ma è volatile e in parte transitoria.

     Medicinali e preparati farmaceutici: +30,1%. Qui la dinamica è più solida e strutturale: il farmaceutico è ormai un pilastro dell'export italiano, con quota mondiale in aumento. Il settore, non a caso, ha ottenuto un'esenzione nell'accordo daziario UE–USA del 2025.

     Agroalimentare di qualità: prosciutti e loro pezzi +14,8%, latte e latticini +13,3%. Il food italiano continua a guadagnare mercati, confermando la resilienza del Made in Italy alimentare.

     Biciclette, parti e accessori: +5,9%, in linea con una domanda internazionale di mobilità sostenibile.

6.2 Le dinamiche dell'import e le dipendenze

Sul fronte importazioni, il 2025 segnala forti aumenti di prodotti farmaceutici di base (+94,1%), piante per la produzione di bevande (+46,0%), cacao e cioccolato (+33,1%), alluminio (+19,4%). Il dato farmaceutico è il più significativo dal punto di vista strategico: la Guida lo conferma nella tavola sul grado di penetrazione delle importazioni per prodotto, dove gli articoli farmaceutici passano dal 64,6% del 2021 al 77,1% del 2025. In altre parole, oltre tre quarti della disponibilità interna di farmaci è coperta da import. Analoga dipendenza si osserva per i prodotti dell'estrazione mineraria (87,6%), i computer e l'elettronica (72,4%) e i mezzi di trasporto (65,8%).

Questa mappa delle dipendenze è, in sé, una mappa delle vulnerabilità. In un contesto di frammentazione geopolitica, la dipendenza dall'estero per farmaci, materie prime critiche, componentistica elettronica ed energia rappresenta il vero fianco scoperto del sistema produttivo italiano — un punto su cui torneremo trattando le criticità.

7. Le imprese e l'internazionalizzazione attiva

L'Annuario non si ferma ai flussi: misura i soggetti. È forse il suo contributo più originale, perché descrive chi esporta, con quali performance e con quale grado di integrazione nelle catene globali del valore.

7.1 Il premio dell'export

I dati sulle imprese esportatrici (2024) documentano un netto "premio" competitivo: le imprese che esportano mostrano, rispetto alle non esportatrici, differenziali di valore aggiunto per addetto molto ampi (nella manifattura, +109,7% per il totale) e un costo del lavoro per dipendente superiore (+58,9% nel totale manifatturiero), a testimonianza di produttività e qualità del lavoro più elevate. La propensione all'export cresce con la dimensione: nella manifattura passa dal 28,0% delle micro-imprese (0–9 addetti) al 49,5% delle imprese con 250–499 addetti. L'internazionalizzazione, in sintesi, seleziona e premia le imprese più produttive — ma la piccola dimensione media resta un freno all'accesso ai mercati esteri per una parte del tessuto.

7.2 Multinazionali estere in Italia e italiane all'estero

Il quadro delle multinazionali è di grande interesse strategico. Nel 2023:

     Le imprese a controllo estero residenti in Italia (inward) sono 18.825, impiegano oltre 1,8 milioni di addetti e realizzano un fatturato di 887 miliardi di euro. È la misura dell'attrattività dell'Italia per gli investimenti diretti esteri di controllo.

     Le controllate italiane all'estero (outward) sono 25.273, presenti in 171 paesi, con oltre 1,7 milioni di addetti e un fatturato di quasi 560 miliardi di euro. Nella sola manifattura, le controllate italiane all'estero sono 7.281 con quasi 783 mila addetti.

Il grado di internazionalizzazione attiva — quota di attività svolte all'estero sul totale di settore — è particolarmente elevato nella fabbricazione di macchinari (56,1% del fatturato al netto degli acquisti realizzato all'estero) e nell'alimentare (20,7%). Le esportazioni intra-gruppo delle multinazionali estere in Italia raggiungono quote elevatissime in alcuni comparti: 73,8% nell'automotive, 72,9% nell'abbigliamento e pelle, 69,0% nell'elettronica. Ciò significa che una parte cospicua dell'export italiano non è "arm's length" ma avviene all'interno di catene globali del valore governate da vertici esteri: un dato che rende il commercio italiano più intrecciato — e quindi più esposto — alle decisioni strategiche e localizzative delle multinazionali.

8. Le criticità

Dai dati emergono alcune criticità strutturali, che il contesto di conflitto internazionale amplifica.

1. Dipendenze strategiche. La dipendenza dalle importazioni per farmaci (77,1%), materie prime estrattive (87,6%), elettronica (72,4%) ed energia espone il paese a shock di offerta e a possibili weaponizzazioni delle catene di fornitura. La pandemia e la crisi energetica hanno mostrato quanto rapidamente queste dipendenze possano tradursi in emergenze economiche.

2. Polarizzazione della bilancia. L'indice di intensità degli squilibri, salito da 7 a oltre 10, segnala una bilancia più tesa: surplus concentrati verso poche aree e disavanzi profondi verso altre. È una struttura meno resiliente rispetto a un saldo distribuito, perché uno shock su una singola area (ad esempio nuovi dazi USA, dato che il Nord America genera un saldo normalizzato dell'Italia di +33,2 nel 2025) può incidere in misura sproporzionata.

3. Esposizione al mercato statunitense. Proprio l'ampio attivo verso il Nord America rende l'Italia particolarmente vulnerabile alle politiche tariffarie americane. I comparti più esposti — meccanica, agroalimentare, moda, farmaceutico, siderurgia — sono anche i pilastri dell'export nazionale.

4. Frattura con l'area ex-sovietica. Il crollo del tasso di copertura con Russia e CIS certifica una relazione commerciale ormai compromessa, con costi di riconversione dei mercati di sbocco e di approvvigionamento non ancora del tutto assorbiti.

5. Frammentazione dimensionale. La bassa propensione all'export delle micro-imprese conferma che una parte del tessuto produttivo resta ai margini dei mercati internazionali, non per assenza di qualità ma per soglie dimensionali e organizzative.

6. Confrontabilità statistica. La stessa Guida avverte che la ridefinizione dei blocchi geoeconomici e la provvisorietà dei dati recenti limitano le analisi di medio periodo. In una fase di riallineamento delle alleanze, misurare correttamente i flussi diventa più difficile proprio quando servirebbe di più.

9. Il contesto delle politiche economiche e commerciali in uno scenario di conflitto

I dati dell'Annuario vanno letti sullo sfondo di uno scenario internazionale che, tra 2022 e 2026, ha conosciuto una torsione protezionistica e geopolitica senza precedenti recenti. Quattro assi definiscono questo contesto.

9.1 La guerra russo-ucraina e le sanzioni

L'invasione russa dell'Ucraina del febbraio 2022 ha innescato pacchetti sanzionatori europei e occidentali e, come contromossa, la restrizione delle forniture di gas russo all'Europa. Il picco delle ragioni di scambio negative del 2022 e il crollo del tasso di copertura con Russia e CIS documentati nell'Annuario sono la traduzione statistica diretta di questo shock. L'Europa ha reagito con la diversificazione energetica (GNL statunitense e qatariota, rinnovabili) e con il piano di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili russi. L'assestamento delle ragioni di scambio italiane verso il massimo del 2025 (105,8) indica che il riequilibrio energetico è in buona parte avvenuto, pur a costi elevati e con una relazione con Mosca ormai strutturalmente ridimensionata.

9.2 Le tensioni in Medio Oriente e la crisi del Mar Rosso

Il conflitto in Medio Oriente esploso dal 2023 e gli attacchi al traffico marittimo nel Mar Rosso hanno colpito una delle arterie logistiche cruciali per il commercio Europa–Asia, costringendo a dirottamenti attorno al Capo di Buona Speranza con aumenti di tempi, costi e noli. Per un'economia manifatturiera integrata nelle catene del valore asiatiche come quella italiana, e per il Mediterraneo come piattaforma logistica, si tratta di un fattore di rischio persistente. L'erosione del tasso di copertura con il Medio Oriente e la volatilità delle ragioni di scambio dell'area riflettono, sul piano dei dati, un quadro regionale instabile.

9.3 La stagione dei dazi: l'accordo UE–USA del 2025

La svolta protezionistica statunitense del 2025 è l'elemento di politica commerciale più direttamente rilevante per l'export italiano. Dopo mesi di incertezza e misure unilaterali, il 27 luglio 2025 Unione europea e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo quadro, formalizzato nella dichiarazione congiunta del 21 agosto e successivamente ratificato in sede europea. I punti salienti:

     Un dazio massimo del 15% sulla generalità dei prodotti europei diretti negli USA, che assorbe (e non si somma a) i dazi preesistenti della nazione più favorita — quindi una "tariffa reciproca" tetto, non additiva.

     Riduzione dei dazi USA sulle auto dal 27,5% al 15%, a fronte dell'azzeramento europeo dei dazi sui beni industriali statunitensi e di aperture su alcuni prodotti agricoli e ittici.

     Un'esenzione rilevante per i farmaci, comparto strategico dell'export europeo e italiano.

     Impegni europei di investimento negli USA, nell'ordine delle centinaia di miliardi di dollari, che rendono l'intesa marcatamente asimmetrica.

Le valutazioni sull'impatto sono divergenti ma convergono su un punto: l'accordo è sbilanciato a sfavore dell'UE. Il Centro Studi di Confindustria ha stimato per l'Italia — terzo esportatore europeo verso gli Stati Uniti — una perdita potenziale nell'ordine dei 22 miliardi di euro, con i settori di meccanica, agroalimentare, farmaceutico e siderurgia in prima linea. Va però considerato il rovescio della medaglia sottolineato dagli operatori: il ritorno a una soglia certa del 15% ha posto fine alla fase di incertezza che, più dei dazi stessi, paralizzava la programmazione delle imprese. In parallelo, procedimenti antidumping specifici — come quello avviato dal Dipartimento del commercio USA sulla pasta, con ipotesi di dazi provvisori superiori al 90% — ricordano che il rischio protezionistico resta vivo su singole filiere del Made in Italy, con il governo italiano e la Commissione europea impegnati nella tutela.

9.4 Frammentazione, friend-shoring e multipolarismo

Sullo sfondo, la logica della globalizzazione efficiente cede il passo a strategie di  de-risking,  friend-shoring e reshoring: le imprese e i governi accettano costi maggiori in cambio di catene di fornitura più sicure e politicamente affini. Lo spostamento del baricentro esportatore verso l'Asia orientale e il consolidamento di blocchi come i BRICS — di cui l'Annuario traccia la composizione — sono i segni di un ordine commerciale multipolare in cui l'appartenenza a un blocco conta quanto il vantaggio comparato. Per l'Italia, incardinata nel mercato unico europeo e nell'alleanza atlantica ma con forti interessi manifatturieri diffusi su tutti i continenti, questa frammentazione è insieme un rischio (perdita di mercati, dazi, insicurezza delle forniture) e — come si vedrà — un'occasione di riposizionamento.


 

10. Prospettive e opportunità

Il quadro non è solo difensivo. I dati dell'Annuario indicano diverse leve su cui l'Italia può costruire il proprio riposizionamento.

Competitività di prezzo intatta. A differenza di Stati Uniti e altri concorrenti, l'Italia non ha subito apprezzamenti reali erosivi: il suo tasso di cambio effettivo reale è stabile da quasi un decennio. Questa stabilità, unita alla qualità, è un asset in una fase in cui il prezzo torna a contare.

Ragioni di scambio favorevoli. Il massimo storico del 2025 (105,8) restituisce potere d'acquisto e margini: un contesto propizio per investire in innovazione e risalire le catene del valore.

Leadership di nicchia difendibili. Le quote mondiali crescenti in ceramica, lapideo, pelletteria, alimentare di qualità, macchine utensili identificano segmenti in cui la concorrenza di prezzo asiatica morde meno. Sono i mercati su cui concentrare promozione e presidio (l'Agenzia ICE ne è lo strumento).

Il farmaceutico come nuovo pilastro. La crescita dell'export farmaceutico (+30,1% nel 2025) e l'esenzione daziaria conquistata indicano un comparto ad alto valore in espansione. Il rovescio — la dipendenza dall'import di principi attivi e farmaci di base — suggerisce però una politica industriale di rafforzamento della produzione a monte.

Diversificazione dei mercati. La combinazione, nei cartogrammi, di dinamica dell'export e presenza di operatori consente di individuare i "mercati dinamici con elevata presenza" da consolidare e i "mercati dinamici con ridotta presenza" da presidiare. In un mondo multipolare, ridurre la concentrazione geografica dell'export (oggi troppo dipendente da pochi grandi sbocchi) è una strategia di resilienza, oltre che di crescita: America centro-meridionale, ASEAN, Golfo e Africa offrono spazi.

Attrattività per gli IDE. Gli 887 miliardi di fatturato delle multinazionali estere in Italia dimostrano una capacità di attrazione che, in una fase di rilocalizzazione degli investimenti in aree "amiche", può essere valorizzata con politiche di attrazione mirate a semiconduttori, farmaceutico, energia e transizione verde.

Il valore della statistica come infrastruttura decisionale. Non ultimo, l'Annuario stesso è un'opportunità: la ricchezza di circa mille tavole, i cartogrammi combinati e il doppio percorso di consultazione (orizzontale per prospettiva, trasversale per paese/settore/territorio) offrono a imprese e policy-maker uno strumento raffinato per orientare decisioni di export, investimento e politica commerciale in un ambiente incerto.

11. Conclusioni

L'edizione 2026 dell'Annuario Istat–ICE restituisce l'immagine di un'Italia commercialmente robusta ma esposta. Robusta per competitività di prezzo intatta, ragioni di scambio ai massimi, leadership consolidate nel Made in Italy, un farmaceutico in ascesa e una fitta rete di multinazionali in entrata e in uscita. Esposta per dipendenze strategiche profonde (farmaci, materie prime, energia, elettronica), per una bilancia commerciale più polarizzata, e per la vulnerabilità del suo ampio attivo nordamericano alle politiche tariffarie statunitensi.

Il filo che lega i dati è il passaggio da una globalizzazione governata dall'efficienza a una governata dalla sicurezza e dalla geopolitica. Le sanzioni alla Russia, l'instabilità mediorientale e del Mar Rosso, i dazi americani al 15% e il riallineamento in blocchi non sono variabili esogene rispetto ai numeri dell'Annuario: ne sono la causa profonda. La frattura con l'area ex-sovietica, lo spostamento del baricentro esportatore verso l'Asia, la tensione della bilancia commerciale raccontano, in linguaggio statistico, la fine di un'epoca di apertura senza attriti.

Per l'Italia, la risposta ragionevole non è la chiusura — impraticabile per un'economia trasformatrice che vive di export — ma la resilienza selettiva: diversificare mercati e forniture, difendere e risalire le nicchie di qualità, rafforzare le produzioni a monte nei comparti strategici, valorizzare l'attrattività per gli investimenti "amici" e usare la statistica pubblica come bussola. In questo senso l'Annuario non è solo un consuntivo: è, se letto con attenzione, una mappa per navigare la frammentazione.

Nota metodologica. I dati citati sono tratti dalle serie e dai cartogrammi della Guida alla lettura dell'Annuario statistico Istat–ICE 2026 (dati 2025 provvisori; 2024 definitivi). Il contesto delle politiche commerciali 2025–2026 (accordo tariffario UE–USA, procedimenti antidumping) integra fonti pubbliche successive alla pubblicazione dell'Annuario. Le interpretazioni e le valutazioni sono dell'autore dell'analisi e non impegnano gli enti che curano l'Annuario.

Fonte: https://annuarioistatice.istat.it/epo/2026/contenuti/Guida_alla_lettura_Annuario_Istat_Ice_2026.pdf 


Angelo Leogrande, Ph.D., ricercatore presso LUM Enteprise s.r.l., commercialista, pubblicista, innovation manager. 

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