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La grande contraddizione dell’università italiana: molta ricerca, poca innovazione

  • La ricerca italiana mantiene elevata qualità scientifica nonostante risorse inferiori rispetto ai principali competitor.
  • La VQR evidenzia crescente omogeneità tra atenei e miglioramento complessivo delle performance scientifiche.
  • Il trasferimento tecnologico resta debole: molte scoperte producono articoli, poche diventano innovazione industriale.
  • Finanziamenti competitivi e collaborazione pubblico-privato sono decisivi per rafforzare competitività e innovazione.
  • Le università devono evolvere da centri di ricerca a piattaforme integrate di innovazione.


 


1. Introduzione: finalità e portata della VQR 2020-2024

La Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) 2020-2024 rappresenta il più importante esercizio nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca italiano. Promossa dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), la VQR ha l’obiettivo di misurare e analizzare la qualità della produzione scientifica delle università, degli enti pubblici di ricerca e delle altre istituzioni che partecipano volontariamente al processo valutativo. Il rapporto finale pubblicato nel maggio 2026 costituisce uno strumento fondamentale sia per comprendere lo stato della ricerca italiana sia per orientare le future politiche pubbliche in materia di università, innovazione e sviluppo tecnologico.

La VQR 2020-2024 si distingue dai precedenti esercizi valutativi per l’ampliamento del proprio campo di osservazione. Oltre alla tradizionale valutazione dei prodotti della ricerca, il nuovo ciclo considera infatti le attività di valorizzazione delle conoscenze, la capacità di attrarre finanziamenti competitivi internazionali e, in alcuni casi, la qualità delle infrastrutture di ricerca. L’obiettivo dichiarato è quello di fornire una rappresentazione più completa dell’impatto generato dalle istituzioni accademiche e scientifiche, superando una visione esclusivamente centrata sulle pubblicazioni scientifiche.

L’esercizio valutativo ha coinvolto complessivamente 132 istituzioni, tra cui 100 università, 13 enti pubblici di ricerca vigilati dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e 19 istituzioni partecipanti su base volontaria. Sono stati accreditati circa 75.869 ricercatori e sono stati valutati quasi 187.000 prodotti scientifici, oltre a 858 casi studio relativi alle attività di valorizzazione delle conoscenze e più di 6.700 progetti competitivi internazionali. Si tratta di numeri che evidenziano la rilevanza e la complessità dell’intero processo di valutazione.

Uno degli aspetti più significativi della VQR riguarda il suo impatto sul sistema di finanziamento universitario. I risultati della valutazione costituiscono infatti uno degli elementi utilizzati dal Ministero per la distribuzione della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), ovvero la componente delle risorse statali assegnata in funzione delle performance degli atenei. La VQR assume pertanto una duplice funzione: da un lato rappresenta uno strumento di monitoraggio e miglioramento della qualità della ricerca; dall’altro produce effetti concreti sull’allocazione delle risorse pubbliche tra le diverse istituzioni.

Particolare rilevanza assume inoltre la crescente attenzione dedicata alla cosiddetta valorizzazione delle conoscenze. Nella VQR 2020-2024 tale ambito comprende attività di trasferimento tecnologico, produzione di beni pubblici, public engagement, iniziative nel settore della salute e progetti orientati alla sostenibilità ambientale e all’inclusione sociale. Questa scelta riflette una visione più moderna dell’università, non più considerata esclusivamente come luogo di produzione scientifica, ma anche come attore capace di generare benefici economici, sociali e culturali per il territorio e per il sistema produttivo.

La VQR 2020-2024 evidenzia dunque una progressiva evoluzione del sistema di valutazione italiano verso modelli più articolati e multidimensionali. Accanto alla qualità scientifica vengono considerate la capacità di attrarre risorse, l’impatto delle attività di ricerca e il contributo allo sviluppo economico e sociale. Tale impostazione appare coerente con le tendenze internazionali, che attribuiscono crescente importanza al ruolo delle università nei processi di innovazione e competitività.

Tuttavia, l’ampliamento delle funzioni richieste alle università pone anche interrogativi significativi. Se da un lato il sistema continua a richiedere elevati standard di produzione scientifica e di partecipazione alla competizione internazionale, dall’altro emergono dubbi circa l’adeguatezza delle risorse disponibili. La crescente enfasi su pubblicazioni, progetti competitivi, trasferimento tecnologico e impatto sociale rende infatti necessario un rafforzamento degli investimenti pubblici e privati destinati alla ricerca. In questo senso, la VQR non rappresenta soltanto uno strumento di valutazione, ma anche una lente attraverso cui osservare punti di forza e criticità del sistema universitario italiano, evidenziando la necessità di politiche capaci di sostenere in maniera più efficace la produzione e la valorizzazione della conoscenza.

Indicatore

Valore

Istituzioni partecipanti

132

Università

100

Enti pubblici di ricerca

13

Istituzioni volontarie

19

Ricercatori accreditati

75.869

Prodotti valutati

186.54

Casi studio

858

Progetti competitivi internazionali

> 6.700



2. Dimensioni del sistema valutato

L’ampiezza della VQR 2020-2024 mostra come la valutazione della ricerca italiana riguardi un sistema articolato e complesso, composto da istituzioni diverse per natura, dimensione, missione e specializzazione disciplinare. L’esercizio ha coinvolto complessivamente 132 istituzioni, tra cui 100 università, 13 enti pubblici di ricerca vigilati dal MUR e 19 istituzioni partecipanti su base volontaria. Questa composizione conferma che la ricerca italiana non coincide esclusivamente con il sistema universitario, ma si sviluppa attraverso una rete più ampia di soggetti, ciascuno con funzioni differenti: formazione superiore, ricerca di base, ricerca applicata, trasferimento tecnologico, gestione di infrastrutture e collaborazione con il sistema produttivo.

La dimensione dell’esercizio emerge anche dal numero dei ricercatori accreditati, pari a 75.869. Si tratta di una comunità scientifica molto ampia, che comprende personale con ruoli e percorsi professionali differenti. La VQR distingue infatti tra ricercatori che hanno mantenuto la propria posizione nel periodo considerato e ricercatori assunti o promossi tra il 2020 e il 2024. Questo aspetto è rilevante perché consente di collegare la valutazione non solo alla produzione scientifica già consolidata, ma anche alle politiche di reclutamento, alla mobilità interna e alla capacità delle istituzioni di rinnovare il proprio capitale umano.

Il cuore della valutazione è rappresentato dai prodotti della ricerca. I prodotti attesi erano 187.059, mentre quelli effettivamente conferiti sono stati 186.540, con un livello di partecipazione molto elevato. A questi si aggiungono 13.276 prodotti collegati a dottori di ricerca formati nelle istituzioni valutate ma in servizio presso altri enti, portando il totale complessivo dei prodotti considerati a 199.816. Questo dato restituisce l’immagine di un sistema scientifico fortemente produttivo, capace di generare una quantità molto significativa di pubblicazioni, monografie, contributi in volume, atti di convegno e altri risultati della ricerca.

La composizione dei prodotti conferiti mostra inoltre la varietà delle tradizioni disciplinari presenti nel sistema italiano. Gli articoli su rivista costituiscono la parte prevalente della produzione scientifica, con 166.251 contributi, soprattutto nelle aree scientifiche, tecnologiche e biomediche. Tuttavia, il sistema include anche 10.179 monografie e 8.196 contributi in volume, particolarmente rilevanti nelle discipline umanistiche, giuridiche e sociali. Questa pluralità dimostra che la valutazione deve tenere conto delle diverse modalità attraverso cui le comunità scientifiche producono e comunicano conoscenza.

Un elemento particolarmente significativo della VQR 2020-2024 è l’inclusione dei casi studio di valorizzazione delle conoscenze. Le istituzioni hanno presentato 858 casi studio, riferiti ad ambiti come trasferimento tecnologico, produzione di beni pubblici, public engagement, salute, sostenibilità ambientale e inclusione sociale. In questo modo la valutazione supera una visione limitata alla pubblicazione scientifica e considera anche la capacità della ricerca di generare effetti concreti sulla società, sui territori, sulle istituzioni e sul sistema produttivo.

La dimensione internazionale dell’esercizio emerge invece dalla rilevazione dei progetti competitivi. Sono stati conferiti 6.802 progetti competitivi internazionali, attraverso i quali è possibile osservare la capacità delle istituzioni italiane di attrarre finanziamenti in contesti selettivi e aperti alla competizione globale. Questo dato non misura soltanto la disponibilità di risorse economiche, ma anche il grado di inserimento della ricerca italiana nelle reti europee e internazionali, la capacità di costruire partenariati e la competitività dei gruppi di ricerca su temi scientifici strategici.

La complessità del sistema valutato si riflette anche nella macchina organizzativa predisposta per l’esercizio. La valutazione è stata affidata a 19 Gruppi di Esperti della Valutazione, composti complessivamente da 723 esperti, affiancati da oltre 6.700 revisori esterni italiani e stranieri. Questo conferma che la VQR non è un semplice procedimento amministrativo, ma un ampio esercizio di peer review, fondato sul coinvolgimento diretto della comunità scientifica e sulla necessità di valutare i prodotti secondo criteri coerenti con le specificità delle diverse aree disciplinari.

Nel complesso, le dimensioni della VQR 2020-2024 restituiscono l’immagine di un sistema della ricerca ampio, differenziato e fortemente interconnesso. I suoi numeri non servono soltanto a descrivere la scala dell’esercizio, ma aiutano a comprendere la complessità di un sistema chiamato a produrre conoscenza, attrarre risorse, formare capitale umano, generare impatto sociale e competere a livello internazionale. La VQR, quindi, non fotografa soltanto la qualità della ricerca italiana, ma anche la capacità organizzativa, strategica e istituzionale del Paese nel sostenere la produzione e la valorizzazione della conoscenza.

 

 

 

 Prodotti della ricerca: attesi, conferiti e totale considerato

Categoria

Numero

 

Prodotti attesi

187.059

 

Prodotti effettivamente conferiti

186.54

 

Prodotti aggiuntivi collegati ai dottori di ricerca

13.276

 

Totale complessivo dei prodotti considerati

199.816

 

 

 

Tipologie principali di prodotti conferiti

Tipologia di prodotto

Numero

Articoli su rivista

166.251

Monografie

10.179

Contributi in volume

8.196

Altri prodotti scientifici

1.914

 

 

Dimensione

Cosa indica

Ampiezza istituzionale

La VQR coinvolge non solo università, ma anche enti di ricerca e istituzioni volontarie

Capitale umano

Il sistema comprende una comunità scientifica molto estesa

Produzione scientifica

Il volume dei prodotti conferiti mostra un’elevata capacità produttiva

Pluralità disciplinare

Articoli, monografie e contributi riflettono tradizioni scientifiche differenti

Impatto sociale

I casi studio misurano la capacità della ricerca di generare effetti concreti

Competitività internazionale

I progetti competitivi mostrano il posizionamento nelle reti globali della ricerca

Complessità valutativa

Il coinvolgimento di GEV e revisori conferma la natura articolata della peer review

 

 

 

 

 

 

 

3. Metodologia della valutazione e indicatori utilizzati

La VQR 2020-2024 si fonda su un impianto metodologico che combina valutazione qualitativa e misurazione quantitativa, con l'obiettivo di fornire una rappresentazione il più possibile accurata della qualità della ricerca svolta dalle istituzioni italiane. A differenza di approcci esclusivamente bibliometrici, la VQR adotta come principio generale la peer review informata, attribuendo un ruolo centrale al giudizio degli esperti e utilizzando gli indicatori bibliometrici come strumenti di supporto e non come criteri automatici di classificazione.

L'intero processo di valutazione è stato affidato a 19 Gruppi di Esperti della Valutazione (GEV), composti complessivamente da 723 studiosi italiani e stranieri, supportati da oltre 6.700 revisori esterni. Ogni prodotto scientifico è stato esaminato da due valutatori indipendenti attraverso una procedura articolata in più fasi, finalizzata a garantire trasparenza, imparzialità e uniformità di giudizio tra le diverse aree disciplinari. La responsabilità finale della valutazione è rimasta in capo ai GEV, che hanno operato in piena autonomia scientifica.

La valutazione dei prodotti della ricerca è stata costruita attorno a tre criteri fondamentali: originalità, metodologia e impatto. L'originalità misura la capacità del lavoro di introdurre nuove conoscenze, interpretazioni o approcci teorici. La metodologia valuta il rigore scientifico, la chiarezza degli obiettivi, la trasparenza delle procedure adottate e, quando possibile, la riproducibilità dei risultati. L'impatto considera invece il contributo che il prodotto può generare all'interno della comunità scientifica e, più in generale, nella società e nell'economia.

Al termine del processo ogni prodotto è stato collocato in una delle cinque classi di merito previste dal bando: Eccezionale, Eccellente, Standard, Sufficiente oppure Scarsa rilevanza o non accettabile. A ciascuna classe è stato associato un punteggio numerico utilizzato successivamente per il calcolo degli indicatori istituzionali. Il sistema premia quindi non soltanto la quantità della produzione scientifica, ma soprattutto la sua qualità media.

Uno degli elementi più innovativi della VQR 2020-2024 riguarda l'ampliamento dell'oggetto della valutazione. Oltre ai tradizionali prodotti scientifici, sono stati infatti considerati i casi studio di valorizzazione delle conoscenze, i progetti competitivi internazionali e, in via sperimentale, le infrastrutture di ricerca. Tale scelta riflette una visione più ampia del ruolo dell'università e degli enti di ricerca, riconoscendo che la produzione di conoscenza non si esaurisce nella pubblicazione scientifica ma comprende anche la capacità di generare impatti economici, sociali e tecnologici.

I casi studio sono stati valutati secondo criteri differenti rispetto alle pubblicazioni. In particolare, i revisori hanno considerato la dimensione sociale, economica e culturale dell'impatto prodotto, la rilevanza dell'iniziativa rispetto al contesto territoriale o istituzionale, il valore aggiunto generato per i beneficiari e il contributo scientifico e organizzativo fornito dall'istituzione proponente. L'obiettivo era misurare la capacità delle attività di ricerca di produrre effetti concreti al di fuori dell'ambiente accademico.

La valutazione dei progetti competitivi internazionali ha seguito una logica diversa. In questo caso non è stato attribuito un giudizio qualitativo ai singoli progetti, ma è stata considerata la capacità delle istituzioni di attrarre finanziamenti attraverso procedure competitive internazionali. Sono stati ammessi esclusivamente progetti finanziati da organismi esteri e assegnati mediante valutazione tra pari. L'entità dei finanziamenti ottenuti è stata utilizzata come indicatore della competitività internazionale delle istituzioni.

Un ulteriore elemento innovativo è rappresentato dalla valutazione delle infrastrutture di ricerca. Gli enti che hanno scelto di partecipare a questa componente sperimentale hanno presentato rapporti dettagliati relativi alle proprie infrastrutture, che sono stati esaminati considerando la qualità scientifica e tecnologica, l'impatto economico e sociale, la sostenibilità finanziaria e il contributo alla formazione di ricercatori e personale tecnico specializzato.

Per sintetizzare i risultati della valutazione, ANVUR ha sviluppato un articolato sistema di indicatori. Tra questi assumono particolare rilevanza gli indicatori IRAS (Indicatori di Risultato dell'Attività Scientifica), utilizzati per confrontare le performance delle istituzioni tenendo conto sia della qualità sia della dimensione della produzione scientifica. Gli indicatori IRAS sono stati declinati in diverse componenti: qualità dei prodotti del personale stabile, qualità dei prodotti dei nuovi assunti o promossi, qualità della formazione alla ricerca, attività di valorizzazione delle conoscenze e capacità di attrarre finanziamenti competitivi internazionali.

L'utilizzo degli indicatori IRAS consente di evitare che la valutazione favorisca automaticamente le istituzioni più grandi. Le performance vengono infatti rapportate alle dimensioni delle strutture e alle caratteristiche delle diverse aree disciplinari, rendendo possibile un confronto più equilibrato tra università ed enti di ricerca. Questo approccio rappresenta uno degli aspetti metodologicamente più rilevanti della VQR, poiché combina la valutazione della qualità scientifica con quella della capacità organizzativa delle istituzioni.

Nel complesso, la metodologia adottata nella VQR 2020-2024 riflette una concezione multidimensionale della ricerca. La qualità delle pubblicazioni rimane il nucleo centrale della valutazione, ma viene integrata da elementi che riguardano l'impatto sociale, la competitività internazionale, la formazione del capitale umano e la capacità di trasformare la conoscenza in innovazione. In questo modo la VQR si configura non soltanto come uno strumento di misurazione della produzione scientifica, ma come un sistema complesso di analisi delle performance dell'intero ecosistema della ricerca italiana.

 

Ambito

Come viene valutato

Criteri / strumenti utilizzati

Finalità

Impianto generale

Combina valutazione qualitativa e misurazione quantitativa

Peer review informata e indicatori bibliometrici di supporto

Rappresentare in modo accurato la qualità della ricerca

Processo valutativo

Affidato a 19 GEV, con 723 esperti e oltre 6.700 revisori esterni

Due valutatori indipendenti per ciascun prodotto

Garantire trasparenza, imparzialità e autonomia scientifica

Prodotti della ricerca

Valutazione tramite giudizio esperto

Originalità, metodologia, impatto

Misurare la qualità scientifica dei prodotti

Classi di merito

Ogni prodotto è collocato in una classe

Eccezionale, Eccellente, Standard, Sufficiente, Scarsa rilevanza / Non accettabile

Trasformare il giudizio qualitativo in punteggio

Casi studio

Valutazione dell’impatto fuori dall’ambito accademico

Impatto sociale, economico e culturale; rilevanza territoriale; valore per i beneficiari

Misurare la valorizzazione delle conoscenze

Progetti competitivi internazionali

Non si valuta il singolo progetto, ma la capacità di attrarre fondi

Finanziamenti esteri, bandi competitivi, peer review internazionale

Misurare la competitività internazionale

Infrastrutture di ricerca

Valutazione sperimentale dei rapporti presentati dagli enti

Qualità scientifica, impatto economico-sociale, sostenibilità finanziaria

Valutare infrastrutture strategiche per la ricerca

Indicatori IRAS

Sintetizzano i risultati della valutazione

Qualità, dimensione dell’istituzione, area disciplinare

Confrontare le performance evitando vantaggi automatici per gli enti più grandi

Obiettivo complessivo

Integrare qualità scientifica, impatto e capacità organizzativa

Indicatori qualitativi e quantitativi combinati

Offrire una lettura multidimensionale della ricerca italiana

 

 

 

 

4. Risultati principali sulla qualità della ricerca

L’analisi dei risultati della VQR 2020-2024 evidenzia un quadro complessivamente positivo dell’evoluzione della ricerca italiana. Pur nella consapevolezza che ogni esercizio valutativo presenta differenze metodologiche che rendono difficili confronti perfettamente omogenei nel tempo, il Rapporto ANVUR mostra una tendenza ormai consolidata: la qualità media della ricerca prodotta dalle istituzioni italiane continua a mantenersi elevata e, soprattutto, si osserva una progressiva riduzione delle differenze tra le diverse università e gli enti di ricerca.

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla VQR riguarda infatti la crescente omogeneità del sistema. Nei primi esercizi valutativi le differenze tra le istituzioni apparivano molto marcate: accanto a un gruppo ristretto di atenei altamente performanti si trovavano università che presentavano risultati significativamente inferiori alla media nazionale. Nel corso degli anni, tuttavia, il sistema ha mostrato una graduale convergenza. Le istituzioni tradizionalmente più forti hanno mantenuto livelli qualitativi elevati, ma molte università di dimensioni medie e piccole hanno progressivamente migliorato la propria capacità di produrre ricerca competitiva.

Questa convergenza è il risultato di diversi fattori. Da un lato, la diffusione di pratiche valutative sempre più strutturate ha contribuito a rafforzare l’attenzione verso la qualità della produzione scientifica. Dall’altro, l’introduzione di meccanismi premiali collegati ai risultati della ricerca ha incentivato gli atenei a investire maggiormente nell’organizzazione della ricerca, nelle politiche di reclutamento e nell’internazionalizzazione.

La VQR conferma inoltre che la qualità della ricerca italiana non è concentrata esclusivamente in pochi poli accademici. Sebbene le grandi università continuino a rappresentare una quota importante della produzione scientifica nazionale, risultati positivi emergono anche in numerosi atenei territoriali e in diversi enti pubblici di ricerca. Ciò suggerisce che il sistema italiano dispone oggi di una base scientifica relativamente diffusa, capace di garantire livelli qualitativi adeguati in gran parte del territorio nazionale.

Dal punto di vista metodologico, i risultati sono stati sintetizzati attraverso le classi di merito attribuite ai prodotti della ricerca. Le categorie di valutazione previste dal bando – Eccezionale, Eccellente, Standard, Sufficiente e Scarsa rilevanza – consentono di misurare non soltanto la presenza dell’eccellenza scientifica, ma anche la distribuzione complessiva della qualità all’interno del sistema. Proprio l’analisi di questa distribuzione mostra come la quota di prodotti collocati nelle classi intermedie e superiori sia aumentata rispetto ai precedenti esercizi, segnalando un rafforzamento generale della qualità media della ricerca.

Per comprendere la logica interpretativa dei risultati è utile osservare la distribuzione teorica delle classi di merito utilizzate dalla VQR.

L’aspetto più rilevante non è tanto la presenza di prodotti classificati come “Eccezionali”, quanto il progressivo spostamento di una parte consistente della produzione scientifica verso le categorie superiori della scala valutativa. Ciò indica che il miglioramento della ricerca italiana non riguarda soltanto poche eccellenze, ma coinvolge in misura crescente l’intero sistema.

Particolarmente significativo è anche il risultato ottenuto nei profili relativi al reclutamento e alla formazione alla ricerca. La VQR mostra che i ricercatori assunti o promossi nel periodo considerato raggiungono frequentemente livelli qualitativi comparabili a quelli del personale già strutturato. Questo elemento suggerisce una buona capacità del sistema universitario di selezionare nuove risorse umane e di valorizzare giovani studiosi competitivi a livello internazionale.

Un altro segnale positivo emerge dall’analisi dei prodotti presentati dai dottori di ricerca formati nelle università italiane. L’introduzione di questo indicatore consente di osservare indirettamente l’efficacia del sistema di dottorato nazionale. I risultati mostrano che molte istituzioni riescono non soltanto a produrre ricerca di qualità, ma anche a formare nuove generazioni di ricercatori in grado di contribuire significativamente all’avanzamento della conoscenza.

La valutazione delle attività di valorizzazione delle conoscenze offre ulteriori elementi di riflessione. L’elevato numero di casi studio presentati testimonia una crescente attenzione delle università verso l’impatto sociale della ricerca. In passato il successo scientifico era misurato quasi esclusivamente attraverso pubblicazioni e citazioni; oggi emerge una visione più ampia, che considera anche il trasferimento tecnologico, il public engagement, la collaborazione con le istituzioni pubbliche e il contributo alla soluzione di problemi economici e sociali.

I risultati relativi ai progetti competitivi internazionali confermano inoltre il progressivo inserimento della ricerca italiana nelle reti globali della conoscenza. La partecipazione ai programmi europei e internazionali rappresenta infatti uno dei principali indicatori di competitività scientifica. La capacità di attrarre finanziamenti esteri e di coordinare progetti complessi dimostra che numerosi gruppi di ricerca italiani sono ormai pienamente integrati nei circuiti internazionali dell’innovazione.

Nel complesso, la VQR 2020-2024 restituisce l’immagine di un sistema della ricerca maturo e in progressivo consolidamento. Permangono differenze tra aree disciplinari, territori e istituzioni, ma la distanza tra le performance migliori e quelle mediane tende progressivamente a ridursi. La ricerca italiana appare quindi caratterizzata da una crescente convergenza verso standard qualitativi elevati, con una diffusione più ampia delle competenze scientifiche e una maggiore capacità di competere nei contesti internazionali. Tale evoluzione rappresenta probabilmente uno dei risultati più significativi emersi dopo oltre quindici anni di valutazione sistematica della ricerca nel nostro Paese.

 

Aspetto analizzato

Evidenza emersa

Significato per il sistema della ricerca

Qualità media della ricerca

La qualità complessiva rimane elevata

Il sistema italiano mantiene una buona capacità scientifica

Differenze tra istituzioni

Le distanze tra atenei ed enti tendono a ridursi

Cresce l’omogeneità del sistema nazionale

Convergenza delle performance

Atenei medi e piccoli migliorano progressivamente

La qualità non è concentrata solo nei grandi poli

Grandi università

Mantengono livelli qualitativi elevati

Restano centrali nella produzione scientifica nazionale

Atenei territoriali

Mostrano risultati positivi e crescente competitività

La ricerca di qualità è più diffusa sul territorio

Classi di merito

Aumenta il peso delle classi intermedie e superiori

Si rafforza la qualità media della produzione scientifica

Prodotti “Eccezionali”

Non sono l’unico indicatore rilevante

Conta soprattutto lo spostamento complessivo verso livelli più alti

Reclutamento

I nuovi assunti e promossi raggiungono risultati comparabili al personale stabile

Il sistema mostra capacità di selezionare risorse qualificate

Formazione alla ricerca

I dottori di ricerca contribuiscono positivamente alla produzione scientifica

Il dottorato conferma il proprio ruolo nella formazione di capitale umano

Valorizzazione delle conoscenze

Cresce l’attenzione verso casi studio e impatto sociale

La ricerca viene valutata anche per i suoi effetti esterni

Progetti internazionali

Aumenta l’integrazione nelle reti globali della ricerca

Le istituzioni italiane rafforzano la propria competitività internazionale

Valutazione complessiva

Sistema maturo, più omogeneo e in consolidamento

La ricerca italiana converge verso standard qualitativi più elevati

 

 

 

 

5. Efficienza del sistema universitario italiano

Uno degli aspetti più interessanti che emergono dalla VQR 2020-2024 riguarda il rapporto tra risultati conseguiti e risorse disponibili. L’analisi dei dati suggerisce infatti una considerazione apparentemente paradossale: il sistema universitario e della ricerca italiano continua a produrre risultati scientifici competitivi a livello internazionale nonostante operi in condizioni finanziarie spesso meno favorevoli rispetto a quelle di molti Paesi concorrenti. La ricerca italiana dimostra quindi una notevole capacità di generare output scientifici di qualità, ma lo fa frequentemente attraverso un utilizzo intensivo delle risorse umane e organizzative disponibili.

La dimensione stessa della VQR offre una prima indicazione di questa capacità produttiva. Il sistema ha coinvolto quasi 76.000 ricercatori, ha valutato circa 200.000 prodotti scientifici e ha registrato oltre 6.800 progetti competitivi internazionali. Numeri di questa portata testimoniano una notevole vitalità scientifica e una diffusa partecipazione alla produzione di conoscenza. Tuttavia, tali risultati devono essere letti alla luce del contesto nel quale vengono prodotti.

Un elemento spesso evidenziato dagli studi internazionali riguarda il livello relativamente contenuto degli investimenti italiani in ricerca e sviluppo rispetto alle principali economie avanzate. Pur senza entrare nel dettaglio delle statistiche macroeconomiche, è noto che l’Italia investe una quota del proprio prodotto interno lordo in ricerca inferiore rispetto a Paesi come Germania, Francia o Stati Uniti. Di conseguenza, università ed enti di ricerca sono chiamati a raggiungere standard sempre più elevati in termini di pubblicazioni, internazionalizzazione, partecipazione a bandi competitivi e trasferimento tecnologico senza poter contare su una crescita proporzionale delle risorse disponibili.

Per comprendere il problema è utile osservare la molteplicità degli obiettivi oggi richiesti alle università.

Se in passato il successo di un’università era misurato principalmente attraverso la qualità della ricerca e dell’insegnamento, oggi le istituzioni devono contemporaneamente pubblicare, attrarre fondi competitivi, sviluppare brevetti, sostenere spin-off, partecipare a reti internazionali, promuovere attività di public engagement e dimostrare impatti sociali misurabili. La VQR 2020-2024 riflette chiaramente questa trasformazione, ampliando progressivamente gli ambiti sottoposti a valutazione.

Da questo punto di vista il sistema universitario italiano mostra un livello di efficienza elevato. La capacità di produrre una quantità significativa di risultati scientifici con risorse relativamente limitate suggerisce l’esistenza di un forte capitale umano e di una notevole resilienza organizzativa. Molti gruppi di ricerca riescono infatti a competere con successo nei programmi europei, a pubblicare sulle principali riviste internazionali e a mantenere standard qualitativi elevati pur operando in contesti finanziariamente meno favorevoli rispetto ai concorrenti stranieri.

Tuttavia, questa efficienza presenta anche alcuni elementi di criticità. Un sistema che produce molto con poche risorse può apparire virtuoso nel breve periodo, ma rischia di incontrare limiti strutturali nel medio e lungo termine. La pressione crescente sulla produttività scientifica può generare effetti indesiderati, come l’aumento del carico amministrativo sui ricercatori, la riduzione del tempo dedicato alla ricerca di base e una crescente dipendenza dai finanziamenti competitivi esterni.

Particolarmente rilevante è il tema del reclutamento. La VQR mostra risultati positivi per quanto riguarda la qualità dei nuovi ricercatori assunti o promossi, ma ciò non elimina il problema del ricambio generazionale. In molte discipline il numero di posizioni disponibili rimane inferiore rispetto al potenziale formativo prodotto dal sistema universitario. Ne consegue che una parte significativa dei giovani ricercatori è costretta a percorsi professionali caratterizzati da elevata precarietà oppure sceglie di trasferirsi all’estero, contribuendo indirettamente ai sistemi scientifici di altri Paesi.

Anche la capacità di attrarre finanziamenti competitivi, pur rappresentando un punto di forza, evidenzia una possibile fragilità. I progetti internazionali consentono infatti di integrare le risorse disponibili e di sostenere attività di ricerca avanzata, ma non possono sostituire un finanziamento strutturale adeguato. La crescente dipendenza dai bandi competitivi rischia di orientare la ricerca verso temi immediatamente finanziabili, riducendo gli spazi per attività esplorative e di lungo periodo che storicamente hanno prodotto alcune delle innovazioni più importanti.

Un ulteriore elemento critico riguarda il rapporto tra qualità scientifica e trasferimento tecnologico. La VQR conferma che l’Italia possiede una comunità scientifica capace di produrre ricerca di livello internazionale. Tuttavia, la trasformazione di questa conoscenza in innovazione economica rimane meno efficace rispetto a quanto avviene in altri sistemi avanzati. In molti casi la ricerca genera pubblicazioni di alto livello ma incontra maggiori difficoltà nel tradursi in brevetti, start-up tecnologiche o applicazioni industriali. Questo fenomeno non dipende esclusivamente dalle università, ma riflette anche la struttura del sistema produttivo nazionale e il livello degli investimenti privati in ricerca e sviluppo.

La lettura complessiva dei risultati della VQR suggerisce quindi una valutazione articolata. Da un lato emerge un sistema universitario che continua a dimostrare elevata produttività scientifica, capacità di adattamento e competitività internazionale. Dall’altro lato appare evidente che tali risultati vengono raggiunti attraverso uno sforzo organizzativo e professionale molto intenso, spesso non accompagnato da un adeguato rafforzamento delle risorse disponibili.

La principale lezione che emerge dall’esercizio valutativo è che la qualità della ricerca italiana non rappresenta un problema. Il vero nodo riguarda piuttosto la sostenibilità di lungo periodo di un modello che continua a chiedere risultati sempre più ambiziosi senza garantire una crescita proporzionale dei finanziamenti, delle infrastrutture e delle opportunità di reclutamento. In questo senso, la VQR non fotografa soltanto il successo della ricerca italiana, ma mette anche in evidenza il rischio che l’elevata efficienza del sistema possa trasformarsi, nel tempo, in un fattore di vulnerabilità se non accompagnata da politiche di investimento più robuste e strutturali.

 

Aspetto analizzato

Evidenza principale

Lettura critica

Rapporto risultati/risorse

Il sistema produce risultati scientifici competitivi nonostante risorse limitate

Alta efficienza, ma sostenibilità incerta nel lungo periodo

Dimensione della produzione

Quasi 76.000 ricercatori, circa 200.000 prodotti scientifici e oltre 6.800 progetti internazionali

Forte vitalità scientifica e ampia partecipazione alla produzione di conoscenza

Investimenti in ricerca

L’Italia investe meno in ricerca e sviluppo rispetto a molte economie avanzate

Le università devono raggiungere standard elevati con risorse inferiori

Obiettivi richiesti agli atenei

Pubblicazioni, fondi competitivi, brevetti, spin-off, reti internazionali, public engagement e impatto sociale

Le funzioni richieste alle università sono aumentate molto nel tempo

Capitale umano

Ricercatori e strutture accademiche compensano la scarsità di risorse con elevato impegno

Il sistema si regge su resilienza organizzativa e intensità del lavoro

Pressione sulla produttività

Crescono carico amministrativo, gestione dei progetti e dipendenza dai bandi

Rischio di riduzione del tempo dedicato alla ricerca di base

Reclutamento

I nuovi ricercatori mostrano buoni risultati, ma le posizioni disponibili restano insufficienti

Il ricambio generazionale rimane fragile e può alimentare precarietà o fuga all’estero

Fondi competitivi

I progetti internazionali integrano le risorse disponibili

Non possono sostituire un finanziamento strutturale stabile

Trasferimento tecnologico

La ricerca italiana è di qualità, ma fatica a generare brevetti, start-up e applicazioni industriali

Il problema non è la qualità scientifica, ma la trasformazione della conoscenza in innovazione

Valutazione complessiva

Il sistema è produttivo, adattivo e competitivo

L’elevata efficienza può diventare vulnerabilità senza investimenti più robusti

Nodo centrale

Si chiedono risultati sempre più ambiziosi senza pari crescita di finanziamenti, infrastrutture e reclutamento

La sostenibilità del sistema è la vera questione strategica

 

 

6. Efficacia della ricerca: dal prodotto scientifico all’impatto reale

Per molti anni la valutazione della ricerca universitaria è stata identificata quasi esclusivamente con la misurazione della produzione scientifica. Pubblicazioni, citazioni e indicatori bibliometrici rappresentavano i principali strumenti attraverso cui determinare la qualità di università e centri di ricerca. La VQR 2020-2024 segna invece un ulteriore passaggio verso una concezione più ampia dell’efficacia della ricerca, distinguendo chiaramente tra la capacità di produrre conoscenza e la capacità di trasformare tale conoscenza in benefici concreti per la società, l’economia, le istituzioni e il sistema tecnologico.

Questa distinzione è fondamentale. Un articolo pubblicato su una rivista scientifica internazionale rappresenta certamente un risultato importante dal punto di vista accademico, ma non necessariamente produce effetti immediati sul sistema produttivo o sul benessere collettivo. Allo stesso modo, una ricerca può incidere in modo rilevante sulla qualità delle politiche pubbliche, sulla salute dei cittadini, sull’educazione o sulla sostenibilità ambientale senza generare un numero elevato di citazioni. L’efficacia della ricerca non coincide quindi soltanto con la sua visibilità scientifica, ma riguarda la sua capacità di produrre cambiamenti reali.

La VQR 2020-2024 affronta questo tema attraverso l’introduzione di una valutazione specifica delle attività di valorizzazione delle conoscenze. Le istituzioni hanno presentato 858 casi studio, riferiti a diversi ambiti di intervento: trasferimento tecnologico, produzione e gestione di beni pubblici, public engagement, scienze della vita e salute, sostenibilità ambientale, inclusione e contrasto alle diseguaglianze. Questi casi studio non misurano semplicemente la quantità della ricerca prodotta, ma cercano di valutare il modo in cui essa viene utilizzata e il tipo di valore che genera all’esterno dell’università.

L’impatto economico rappresenta una prima dimensione dell’efficacia. La ricerca può contribuire alla crescita della produttività, alla competitività delle imprese e alla creazione di nuove attività economiche. Questo avviene, ad esempio, quando un risultato scientifico si trasforma in un brevetto, in una licenza, in una collaborazione industriale, in uno spin-off universitario o in un nuovo processo produttivo. Tuttavia, il passaggio dalla pubblicazione all’innovazione economica non è automatico. Molte università italiane producono ricerca di qualità, ma incontrano ancora difficoltà nel trasformare tale conoscenza in tecnologie commercializzabili o in imprese innovative. Questo limite dipende sia da fattori interni al sistema accademico, sia dalla struttura del tessuto produttivo italiano, composto in larga parte da piccole e medie imprese con capacità di investimento in ricerca spesso limitate.

Una seconda dimensione è l’impatto sociale. In questo caso il valore della ricerca non si misura attraverso ricavi economici o brevetti, ma attraverso il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Le università possono contribuire alla prevenzione sanitaria, alla lotta contro le diseguaglianze, alla tutela dell’ambiente, alla qualità dell’educazione, all’inclusione sociale e alla gestione dei rischi collettivi. La ricerca nelle scienze mediche, sociali, educative e ambientali produce spesso effetti che non sono immediatamente monetizzabili, ma che risultano essenziali per la coesione e il benessere della società.

La terza dimensione riguarda l’impatto istituzionale. Molte attività di ricerca offrono strumenti conoscitivi utili alla definizione delle politiche pubbliche e al miglioramento dell’azione amministrativa. Studi economici, giuridici, statistici, sociali e territoriali possono orientare decisioni legislative, regolamenti, programmi pubblici e strategie di intervento. In questi casi la ricerca agisce come supporto alla qualità delle decisioni collettive. Il suo valore non consiste nella produzione di un bene commerciale, ma nella capacità di rendere più informate, efficaci e responsabili le scelte delle istituzioni.

La quarta dimensione è quella tecnologica. Essa riguarda la capacità di trasformare conoscenza scientifica in strumenti, dispositivi, piattaforme, infrastrutture e soluzioni applicative. È l’ambito nel quale il rapporto tra università, imprese e investitori diventa particolarmente importante. Il trasferimento tecnologico richiede infatti competenze specifiche, uffici dedicati, capacità brevettuale, risorse per la prototipazione e collegamenti stabili con il mercato. Senza questi elementi, anche risultati scientifici di grande qualità rischiano di rimanere confinati all’interno della letteratura accademica.

Il punto centrale è che pubblicazione scientifica e impatto reale appartengono a due fasi diverse del ciclo della conoscenza. La pubblicazione serve a validare e diffondere i risultati all’interno della comunità scientifica; l’impatto reale richiede invece ulteriori passaggi, come il trasferimento, l’adattamento, l’applicazione e l’utilizzo da parte di soggetti esterni. Non tutta la ricerca deve necessariamente produrre effetti immediati, perché la ricerca di base conserva un valore essenziale anche quando non ha applicazioni dirette nel breve periodo. Tuttavia, un sistema universitario efficace deve essere capace di mantenere insieme entrambe le dimensioni: eccellenza scientifica e capacità di generare valore pubblico.

In questa prospettiva, la VQR 2020-2024 mostra un cambiamento importante nel modo di intendere la qualità della ricerca. Non basta più chiedersi quanto si pubblica o dove si pubblica; diventa necessario interrogarsi anche su cosa accade dopo la produzione della conoscenza. La ricerca universitaria è davvero efficace quando riesce a contribuire contemporaneamente all’avanzamento scientifico, all’innovazione tecnologica, alla qualità delle politiche pubbliche, alla crescita economica e al miglioramento della società. Questa è una delle sfide centrali per il futuro del sistema italiano della ricerca.

 

Dimensione

Cosa misura

Esempi concreti

Criticità principale

Produzione scientifica

Capacità di generare nuova conoscenza

Articoli, monografie, citazioni, indicatori bibliometrici

Non sempre produce effetti immediati fuori dall’ambito accademico

Valorizzazione delle conoscenze

Capacità di usare la ricerca per generare valore esterno

858 casi studio su trasferimento tecnologico, beni pubblici, public engagement, salute e sostenibilità

Richiede criteri diversi rispetto alla semplice valutazione delle pubblicazioni

Impatto economico

Contributo alla crescita, alla produttività e alla competitività delle imprese

Brevetti, licenze, spin-off, collaborazioni industriali, nuovi processi produttivi

Il passaggio dalla pubblicazione all’innovazione economica non è automatico

Impatto sociale

Miglioramento delle condizioni di vita e del benessere collettivo

Prevenzione sanitaria, inclusione sociale, tutela ambientale, educazione, gestione dei rischi

Effetti spesso difficili da monetizzare o misurare con indicatori tradizionali

Impatto istituzionale

Supporto alla qualità delle decisioni pubbliche

Studi per politiche pubbliche, regolamenti, programmi territoriali, strategie amministrative

Il valore è indiretto e non sempre visibile nel breve periodo

Impatto tecnologico

Trasformazione della conoscenza in strumenti e soluzioni applicative

Dispositivi, piattaforme, infrastrutture, prototipi, tecnologie commercializzabili

Servono competenze, brevetti, prototipazione e collegamenti con il mercato

Pubblicazione scientifica

Validazione e diffusione dei risultati nella comunità scientifica

Riviste internazionali, peer review, citazioni

Misura la qualità accademica, ma non necessariamente l’impatto reale

Impatto reale

Utilizzo della conoscenza da parte di soggetti esterni

Applicazioni sociali, economiche, tecnologiche e istituzionali

Richiede trasferimento, adattamento e uso concreto dei risultati

Ricerca di base

Produzione di conoscenza senza applicazioni immediate

Studi teorici, sperimentazioni di lungo periodo, nuove metodologie

Può generare valore solo nel medio-lungo periodo

Sfida futura

Tenere insieme eccellenza scientifica e valore pubblico

Ricerca di qualità + innovazione + impatto sociale

Evitare che la ricerca resti confinata nella sola produzione accademica

 

 

 

 

7. Terza missione e valorizzazione delle conoscenze

Uno degli aspetti più innovativi della VQR 2020-2024 riguarda il superamento del tradizionale concetto di “terza missione” e la sua sostituzione con quello di “valorizzazione delle conoscenze”. Questa evoluzione terminologica non rappresenta una semplice modifica lessicale, ma riflette un cambiamento più profondo nel modo di concepire il ruolo delle università e degli enti di ricerca all’interno della società contemporanea.

Tradizionalmente, le università sono state identificate attraverso due funzioni fondamentali: la didattica e la ricerca. A partire dagli anni Duemila si è progressivamente affermata l’idea di una terza funzione, definita appunto “terza missione”, finalizzata a promuovere il trasferimento dei risultati della ricerca verso la società e il sistema produttivo. In questa prospettiva, l’università non è soltanto un luogo di produzione e trasmissione della conoscenza, ma anche un attore capace di contribuire direttamente allo sviluppo economico, sociale e culturale dei territori.

Con il passare del tempo, tuttavia, il concetto di terza missione ha mostrato alcuni limiti interpretativi. Da un lato, il termine suggeriva una separazione netta tra le attività tradizionali dell’università e quelle rivolte alla società. Dall’altro, tendeva a privilegiare soprattutto le iniziative di trasferimento tecnologico, rischiando di sottovalutare altre forme di impatto pubblico della ricerca. Per questa ragione ANVUR ha scelto di adottare una prospettiva più ampia, introducendo il concetto di valorizzazione delle conoscenze.

La valorizzazione delle conoscenze parte da un presupposto diverso: la produzione scientifica genera valore non soltanto quando produce innovazioni tecnologiche o ritorni economici, ma anche quando contribuisce alla crescita culturale, alla qualità delle istituzioni, alla coesione sociale e alla sostenibilità ambientale. In questa visione, il rapporto tra università e società non rappresenta una funzione separata rispetto alla ricerca e alla didattica, ma costituisce una naturale estensione delle attività accademiche.

Nella VQR 2020-2024 le attività di valorizzazione delle conoscenze sono state valutate attraverso 858 casi studio, distribuiti in cinque grandi aree tematiche: trasferimento tecnologico, produzione e gestione di beni pubblici, public engagement, salute e scienze della vita, sostenibilità ambientale e inclusione sociale. Questa classificazione evidenzia chiaramente la volontà di superare una visione esclusivamente economica dell’impatto universitario.

Il trasferimento tecnologico continua a rappresentare una componente centrale della valorizzazione delle conoscenze. Esso comprende tutte quelle attività che consentono di trasformare i risultati della ricerca in applicazioni utilizzabili da imprese, organizzazioni pubbliche e cittadini. Brevetti, licenze, accordi di collaborazione industriale, spin-off universitari e progetti di innovazione costituiscono gli strumenti più noti attraverso cui la ricerca accademica entra nel sistema economico.

Negli ultimi anni molte università italiane hanno investito significativamente nel rafforzamento degli uffici di trasferimento tecnologico, nella tutela della proprietà intellettuale e nella creazione di ecosistemi dell’innovazione. Tuttavia, rispetto ai principali sistemi universitari internazionali, permangono margini di miglioramento nella capacità di trasformare la ricerca in innovazione industriale e crescita economica. La VQR riconosce comunque che il trasferimento tecnologico rappresenta solo una delle possibili modalità attraverso cui la conoscenza produce valore.

Un secondo ambito di particolare rilievo riguarda la produzione e gestione di beni pubblici. In questa categoria rientrano tutte quelle attività che contribuiscono al miglioramento del patrimonio collettivo e al funzionamento delle istituzioni. Le università partecipano frequentemente alla conservazione del patrimonio culturale, alla tutela dell’ambiente, alla gestione di archivi, biblioteche, musei e infrastrutture scientifiche. Inoltre, molti gruppi di ricerca collaborano con amministrazioni pubbliche, enti territoriali e organismi internazionali per sviluppare strumenti utili alla definizione delle politiche pubbliche.

Questa dimensione è particolarmente importante perché evidenzia come il valore generato dalla ricerca non debba essere necessariamente misurato in termini economici. In molti casi il contributo delle università consiste nel migliorare la qualità delle decisioni pubbliche, preservare beni collettivi o accrescere il capitale culturale di una comunità. Si tratta di benefici difficilmente quantificabili attraverso indicatori finanziari, ma fondamentali per lo sviluppo di una società avanzata.

Un terzo pilastro della valorizzazione delle conoscenze è rappresentato dal public engagement, cioè dall’insieme delle attività attraverso cui le università dialogano direttamente con la società. Conferenze pubbliche, festival scientifici, attività divulgative, citizen science, collaborazioni con scuole, associazioni e organizzazioni del terzo settore rappresentano esempi concreti di questo approccio.

Il public engagement risponde alla crescente esigenza di rendere la conoscenza scientifica accessibile ai cittadini. In un contesto caratterizzato dalla diffusione di informazioni non sempre affidabili, la capacità delle università di comunicare in modo efficace i risultati della ricerca assume una rilevanza strategica. Non si tratta soltanto di divulgare contenuti scientifici, ma anche di costruire un rapporto di fiducia tra istituzioni accademiche e società civile.

L’attenzione attribuita al public engagement nella VQR riflette inoltre una concezione più partecipativa della produzione della conoscenza. I cittadini non vengono considerati semplicemente destinatari passivi dell’attività scientifica, ma possono diventare interlocutori attivi nei processi di ricerca, contribuendo all’identificazione dei problemi e alla diffusione dei risultati.

Nel complesso, il passaggio dalla terza missione alla valorizzazione delle conoscenze rappresenta un cambiamento significativo nella cultura della valutazione universitaria. L’obiettivo non è più soltanto misurare la capacità delle università di trasferire tecnologia alle imprese, ma valutare l’insieme dei benefici che la ricerca genera per la società. Questa prospettiva consente di riconoscere il valore di attività molto diverse tra loro, accomunate dalla capacità di trasformare la conoscenza in un bene pubblico.

La VQR 2020-2024 evidenzia quindi una visione dell’università più ampia e moderna. Accanto alla produzione scientifica e alla formazione, emerge con forza il ruolo delle istituzioni accademiche come attori dello sviluppo economico, culturale e sociale. La valorizzazione delle conoscenze diventa così il punto di incontro tra ricerca, innovazione e responsabilità pubblica, contribuendo a ridefinire il significato stesso della missione dell’università nel XXI secolo.

 

Elemento

Terza Missione (approccio tradizionale)

Valorizzazione delle conoscenze (VQR 2020-2024)

Obiettivo principale

Trasferire risultati della ricerca alla società e alle imprese

Generare valore economico, sociale, culturale e istituzionale

Visione dell’università

Didattica + Ricerca + funzione aggiuntiva

Sistema integrato in cui ricerca, didattica e impatto sono interconnessi

Focus prevalente

Trasferimento tecnologico

Impatto multidimensionale della conoscenza

Beneficiari principali

Imprese e sistema produttivo

Imprese, istituzioni, cittadini, territori e comunità

Logica di valutazione

Prevalentemente economica e tecnologica

Economica, sociale, culturale, ambientale e istituzionale

Ruolo della ricerca

Produzione di risultati trasferibili

Produzione di valore pubblico in molteplici forme

 

 

8. Brevetti, spin-off e trasferimento tecnologico: il nodo debole

Se la VQR 2020-2024 restituisce l’immagine di un sistema universitario capace di produrre ricerca di buona qualità e di mantenere una posizione competitiva nel panorama scientifico internazionale, emerge tuttavia una criticità che accompagna da anni il sistema italiano della ricerca: la difficoltà di trasformare la conoscenza scientifica in innovazione economica e tecnologica. In altre parole, l’Italia pubblica molto, ma spesso fatica a convertire i risultati della ricerca in brevetti, nuove imprese, prodotti industriali e tecnologie capaci di generare valore sul mercato.

Questo problema non riguarda la qualità della ricerca. Le università italiane partecipano con successo ai principali programmi internazionali, pubblicano sulle riviste più prestigiose e contribuiscono in maniera significativa all’avanzamento delle conoscenze in numerosi settori scientifici. Il nodo critico si colloca invece nella fase successiva, quella che collega la produzione scientifica al sistema produttivo e alla capacità di creare innovazione.

Il trasferimento tecnologico rappresenta il meccanismo attraverso cui una scoperta scientifica può diventare una tecnologia utilizzabile da imprese, istituzioni o cittadini. In teoria, il percorso dovrebbe essere relativamente lineare: la ricerca genera nuove conoscenze, queste vengono protette attraverso brevetti o altre forme di proprietà intellettuale, successivamente vengono sviluppate applicazioni industriali e infine vengono introdotte sul mercato sotto forma di prodotti, servizi o processi innovativi. Nella pratica, tuttavia, questo passaggio risulta molto più complesso e costituisce uno dei principali punti deboli del sistema italiano.

Una delle prime criticità riguarda il numero relativamente contenuto di brevetti prodotti rispetto al volume complessivo della ricerca. Molti risultati scientifici restano confinati all’interno della letteratura accademica e non vengono adeguatamente valorizzati dal punto di vista industriale. In alcuni casi i ricercatori non possiedono competenze specifiche in materia di proprietà intellettuale; in altri casi le università non dispongono di strutture sufficientemente sviluppate per accompagnare il processo di brevettazione e commercializzazione.

Negli ultimi anni gli atenei hanno investito nella creazione di Technology Transfer Office (TTO), incubatori e uffici dedicati alla valorizzazione della ricerca. Tuttavia, tali strutture risultano spesso sottodimensionate rispetto alle esigenze di un sistema che produce ogni anno migliaia di risultati scientifici potenzialmente trasferibili al mercato. La conseguenza è che molte innovazioni non superano la cosiddetta “valle della morte”, ossia quella fase intermedia tra la scoperta scientifica e la realizzazione di un prodotto economicamente sostenibile.

Un secondo elemento riguarda gli spin-off universitari. Queste imprese rappresentano uno degli strumenti più efficaci per trasformare i risultati della ricerca in attività economiche innovative. Negli ultimi anni il loro numero è cresciuto, segnalando una maggiore attenzione verso l’imprenditorialità accademica. Tuttavia, il fenomeno rimane ancora limitato rispetto al potenziale espresso dal sistema universitario italiano.

Molti spin-off nascono infatti in condizioni di forte fragilità finanziaria. Le università dispongono raramente di fondi significativi destinati alle fasi iniziali di sviluppo, mentre il mercato del venture capital italiano resta meno sviluppato rispetto a quello presente negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in alcuni Paesi del Nord Europa. Di conseguenza, numerose iniziative imprenditoriali nate dalla ricerca faticano a trovare le risorse necessarie per trasformarsi in imprese mature e competitive.

Il problema non riguarda soltanto il finanziamento. Esiste anche una questione culturale. Per lungo tempo il sistema universitario italiano ha premiato prevalentemente la produzione scientifica, mentre attività come la brevettazione, la creazione di imprese innovative o la collaborazione industriale hanno ricevuto minore riconoscimento nelle carriere accademiche. Sebbene la situazione stia progressivamente cambiando, permane una distinzione culturale tra ricerca accademica e attività imprenditoriale che in altri contesti internazionali appare molto meno marcata.

Particolarmente evidente è il confronto con i grandi ecosistemi dell’innovazione internazionale. Università come Stanford, MIT, Oxford o Cambridge non si limitano a produrre eccellente ricerca scientifica, ma operano come veri e propri motori di sviluppo economico. Intorno a queste istituzioni si sono sviluppati ecosistemi nei quali università, imprese, investitori e amministrazioni pubbliche collaborano stabilmente. In tali contesti il passaggio dalla scoperta scientifica al mercato è facilitato dalla presenza di capitale di rischio, competenze manageriali e infrastrutture dedicate all’innovazione.

In Italia, invece, la collaborazione tra università e imprese continua a essere meno intensa e più frammentata. Molte aziende investono poco in ricerca e sviluppo e mostrano una limitata capacità di assorbire innovazione proveniente dal mondo accademico. Ne deriva un paradosso: il sistema universitario produce conoscenza di qualità, ma il sistema economico non sempre riesce a trasformarla in crescita, produttività e vantaggio competitivo.

La stessa VQR 2020-2024 riconosce implicitamente questa criticità attraverso la crescente attenzione dedicata alla valorizzazione delle conoscenze e al trasferimento tecnologico. L’inclusione dei casi studio relativi all’impatto economico e sociale della ricerca rappresenta il tentativo di spostare l’attenzione dalla sola produzione scientifica alla capacità di generare effetti concreti. Tuttavia, la misurazione dell’impatto non può sostituire la necessità di rafforzare gli strumenti che consentono di produrlo.

La questione assume oggi un’importanza ancora maggiore alla luce delle trasformazioni tecnologiche in corso. Settori come intelligenza artificiale, biotecnologie, semiconduttori, quantum computing e tecnologie per la transizione energetica stanno ridefinendo gli equilibri economici globali. In questi ambiti il vantaggio competitivo dipende sempre più dalla capacità di trasformare rapidamente la ricerca in innovazione industriale. Un sistema che eccelle nella produzione scientifica ma non riesce a valorizzarla rischia di contribuire al progresso tecnologico mondiale senza beneficiare pienamente delle sue ricadute economiche.

Il nodo dei brevetti, degli spin-off e del trasferimento tecnologico rappresenta quindi una delle principali sfide per il futuro dell’università italiana. La VQR dimostra che il capitale scientifico esiste e che la qualità della ricerca non costituisce il problema principale. La vera questione riguarda la capacità di costruire un ecosistema dell’innovazione in grado di collegare in modo più efficace università, imprese, investitori e istituzioni. Solo attraverso questo passaggio sarà possibile trasformare il patrimonio di conoscenze prodotto dalla ricerca italiana in sviluppo economico, competitività tecnologica e crescita sostenibile.

 

 

Aspetto

Situazione attuale

Criticità

Possibile intervento

Produzione scientifica

Le università italiane pubblicano molto e mantengono buona qualità scientifica

La conoscenza resta spesso confinata nella letteratura accademica

Collegare maggiormente ricerca, imprese e applicazioni industriali

Brevetti

Alcuni risultati sono potenzialmente brevettabili

Il numero di brevetti resta limitato rispetto al volume della ricerca prodotta

Rafforzare tutela della proprietà intellettuale e supporto alla brevettazione

Trasferimento tecnologico

Esistono TTO, incubatori e uffici di valorizzazione

Strutture spesso sottodimensionate rispetto al potenziale scientifico

Investire in uffici specializzati, personale tecnico e competenze commerciali

“Valle della morte”

Molte idee promettenti non arrivano al mercato

Mancano risorse per prototipi, proof of concept e sviluppo industriale

Creare fondi dedicati alle fasi intermedie dell’innovazione

Spin-off universitari

Sono uno strumento importante per valorizzare la ricerca

Molti nascono fragili e con limitata capacità finanziaria

Favorire accesso a capitale di rischio, mentorship e reti industriali

Venture capital

Può sostenere start-up e tecnologie ad alto rischio

In Italia è meno sviluppato rispetto ad altri ecosistemi internazionali

Incentivare fondi VC specializzati in deep tech universitario

Cultura accademica

La carriera universitaria premia soprattutto pubblicazioni e citazioni

Brevetti, imprese e collaborazioni industriali sono meno valorizzati

Integrare trasferimento tecnologico e impatto nei criteri di carriera

Collaborazione università-imprese

Esistono collaborazioni, ma spesso frammentate

Le imprese investono poco in ricerca e assorbono poca innovazione accademica

Sviluppare partnership strategiche di lungo periodo

Settori strategici

AI, biotech, semiconduttori, quantum e transizione energetica richiedono innovazione rapida

Il rischio è produrre conoscenza senza trattenere valore economico

Costruire ecosistemi nazionali su tecnologie chiave

Nodo centrale

La qualità scientifica non è il problema principale

Il problema è trasformare conoscenza in innovazione e crescita

Creare un ecosistema stabile tra università, imprese, investitori e istituzioni

 

 

 

9. Competitività internazionale e settori strategici

La competitività internazionale della ricerca italiana rappresenta uno dei punti centrali per valutare la capacità del sistema universitario di collocarsi nei grandi processi globali di innovazione. La VQR 2020-2024 mostra un sistema scientifico capace di partecipare attivamente alla produzione internazionale di conoscenza, ma evidenzia anche alcune fragilità strutturali, soprattutto nei settori più strategici e ad alta intensità tecnologica.

Un primo indicatore rilevante riguarda la capacità di attrarre progetti competitivi internazionali. Nella VQR sono stati conferiti 6.802 progetti competitivi, di cui 2.361 con istituzione italiana nel ruolo di coordinatore e 4.441 come unità locale. Questo dato mostra che le università e gli enti di ricerca italiani sono presenti nelle reti europee e internazionali, ma spesso partecipano più come partner che come soggetti guida. La differenza è importante: coordinare un progetto significa non solo ottenere finanziamenti, ma anche orientare le agende di ricerca, costruire reti scientifiche e assumere una posizione di leadership.

Il tema diventa particolarmente rilevante nei settori strategici come intelligenza artificiale, deep tech, biotecnologie, tecnologie quantistiche, semiconduttori, energia, cybersecurity e infrastrutture digitali. In questi ambiti la competizione non riguarda soltanto la produzione scientifica, ma anche la capacità di trasformare rapidamente la ricerca in tecnologie applicabili, brevetti, imprese innovative e soluzioni industriali. L’Italia dispone di competenze scientifiche significative, ma spesso fatica a costruire ecosistemi capaci di collegare università, imprese, capitale di rischio e politiche industriali.

L’intelligenza artificiale rappresenta un esempio emblematico. Le università italiane producono ricerca di qualità in machine learning, data science, robotica, linguistica computazionale e applicazioni industriali dell’AI. Tuttavia, rispetto ai principali poli internazionali, il sistema appare più frammentato e meno dotato di risorse computazionali, infrastrutture dedicate e investimenti privati. Il rischio è che la ricerca italiana contribuisca allo sviluppo scientifico globale senza riuscire a trattenere pienamente il valore economico e tecnologico generato.

Un discorso simile vale per il deep tech, cioè quell’insieme di tecnologie fondate su scoperte scientifiche avanzate e caratterizzate da lunghi tempi di sviluppo, alto rischio e forte intensità di capitale. In settori come quantum computing, nuovi materiali, biotecnologie o tecnologie energetiche, la qualità della ricerca di base non è sufficiente. Servono laboratori avanzati, fondi per proof of concept, investitori pazienti, competenze manageriali e strumenti di trasferimento tecnologico capaci di accompagnare le scoperte fino al mercato.

Le infrastrutture di ricerca costituiscono un altro elemento decisivo della competitività internazionale. La VQR 2020-2024 ha introdotto una prima valutazione sperimentale di questo ambito, prendendo in considerazione 11 infrastrutture, distribuite in aree come digitale, ambiente, salute, fisica, ingegneria e scienze sociali. Le infrastrutture sono fondamentali perché permettono ai ricercatori di accedere a dati, strumenti, laboratori e piattaforme tecnologiche che nessuna singola istituzione potrebbe sostenere autonomamente. Esse rappresentano quindi una condizione essenziale per competere nei grandi programmi europei e internazionali.

La capacità di attrarre finanziamenti europei è un ulteriore indicatore della posizione internazionale del sistema italiano. I progetti competitivi internazionali valutati dalla VQR dovevano rispettare requisiti precisi: essere finanziati da soggetti esteri, derivare da bandi aperti a livello internazionale e prevedere una selezione fondata su peer review. Questo significa che i progetti considerati non misurano semplicemente la quantità di finanziamenti ottenuti, ma la capacità delle istituzioni italiane di superare procedure selettive in contesti altamente competitivi.

Tuttavia, il buon posizionamento scientifico non elimina alcune criticità. La prima riguarda la dimensione finanziaria. Competere nei settori strategici richiede investimenti molto elevati e continui, mentre il sistema italiano opera spesso con risorse inferiori rispetto ai principali concorrenti europei e globali. La seconda riguarda la frammentazione: molte eccellenze sono distribuite tra atenei, enti di ricerca e laboratori, ma non sempre riescono a trasformarsi in piattaforme nazionali integrate. La terza criticità riguarda il rapporto con l’industria: senza una domanda tecnologica forte da parte delle imprese, anche la migliore ricerca rischia di rimanere confinata nell’ambito accademico.

Nel complesso, la VQR restituisce l’immagine di un sistema capace di competere scientificamente, ma ancora non pienamente attrezzato per dominare le filiere tecnologiche emergenti. L’Italia possiede competenze, ricercatori qualificati e istituzioni riconosciute a livello internazionale; ciò che appare più debole è la capacità di trasformare questa base scientifica in leadership industriale e tecnologica. Per rafforzare la competitività internazionale sarà quindi necessario investire in infrastrutture, capitale umano, trasferimento tecnologico, fondi competitivi e collaborazione pubblico-privato. Solo in questo modo la ricerca italiana potrà passare da una partecipazione qualificata ai grandi programmi internazionali a un ruolo più stabile di guida nei settori strategici del futuro.

 

 

 

Ambito

Evidenza emersa

Criticità

Priorità di intervento

Progetti competitivi internazionali

6.802 progetti conferiti nella VQR

L’Italia partecipa molto, ma spesso come partner

Rafforzare la capacità di coordinare progetti internazionali

Ruolo nei progetti

2.361 progetti come coordinatore e 4.441 come unità locale

Minore leadership rispetto alla semplice partecipazione

Incentivare il ruolo guida delle istituzioni italiane

Reti europee e internazionali

Università ed enti italiani sono presenti nei circuiti globali della ricerca

Presenza qualificata, ma non sempre strategicamente dominante

Costruire alleanze scientifiche più stabili

Intelligenza artificiale

Buona ricerca in machine learning, data science, robotica e AI applicata

Sistema frammentato e con risorse computazionali limitate

Investire in infrastrutture digitali, supercalcolo e data center

Deep tech

Competenze in quantum, nuovi materiali, biotech ed energia

Tempi lunghi, alto rischio e forte bisogno di capitale

Sostenere proof of concept, brevetti e fondi pazienti

Infrastrutture di ricerca

11 infrastrutture valutate sperimentalmente dalla VQR

Risorse e piattaforme non sempre integrate a livello nazionale

Creare infrastrutture condivise e accessibili

Finanziamenti europei

I progetti devono derivare da bandi internazionali e peer review

Forte competizione con istituzioni europee più finanziate

Potenziare uffici grant, progettazione europea e supporto amministrativo

Settori strategici

AI, semiconduttori, cybersecurity, energia, quantum, biotech

Rischio di produrre conoscenza senza trattenere valore industriale

Collegare ricerca, industria, capitale di rischio e politica industriale

Rapporto con le imprese

Collaborazioni esistenti ma spesso non strutturate

Domanda tecnologica privata ancora debole

Sviluppare partnership pubblico-private di lungo periodo

Posizionamento complessivo

Sistema scientificamente competitivo

Non ancora pienamente attrezzato per guidare filiere tecnologiche emergenti

Passare da partecipazione qualificata a leadership strategica

 

 

 

 

 

 

10. Il problema delle risorse: alta performance richiesta, basso finanziamento disponibile

La VQR 2020-2024 restituisce l’immagine di un sistema universitario e della ricerca che, nel complesso, continua a produrre risultati scientifici competitivi a livello internazionale. Le università italiane pubblicano su riviste di prestigio, partecipano ai programmi europei di ricerca, formano ricercatori qualificati e contribuiscono alla crescita della conoscenza in numerosi settori disciplinari. Tuttavia, dietro questi risultati emerge una questione strutturale che attraversa da anni il dibattito sulla politica universitaria italiana: l’elevato livello di performance richiesto alle istituzioni non è stato accompagnato da un rafforzamento proporzionale delle risorse disponibili.

Questa rappresenta probabilmente una delle principali contraddizioni del sistema. Da un lato, università ed enti di ricerca sono chiamati a soddisfare standard sempre più elevati in termini di qualità delle pubblicazioni, partecipazione ai bandi competitivi, internazionalizzazione, trasferimento tecnologico, attrazione di finanziamenti esterni e impatto sociale della ricerca. Dall’altro lato, il livello delle risorse economiche, infrastrutturali e umane disponibili cresce con maggiore lentezza rispetto alle aspettative e agli obiettivi fissati dai sistemi di valutazione.

La VQR stessa testimonia questa crescente complessità. Le istituzioni non vengono più valutate soltanto sulla qualità dei prodotti scientifici, ma anche sulla capacità di attrarre progetti internazionali, valorizzare la conoscenza, produrre impatto sociale, sviluppare infrastrutture e contribuire alla competitività del Paese. Si tratta di funzioni sempre più numerose e sofisticate che richiedono investimenti significativi, personale specializzato e strutture organizzative adeguate.

Negli ultimi anni il sistema universitario italiano ha mostrato una notevole capacità di adattamento. Molti atenei hanno rafforzato i propri uffici per la progettazione europea, sviluppato strutture dedicate al trasferimento tecnologico, potenziato le attività di internazionalizzazione e migliorato i sistemi interni di valutazione della ricerca. Tuttavia, questi progressi sono stati spesso realizzati attraverso una riallocazione delle risorse esistenti piuttosto che mediante un effettivo incremento strutturale dei finanziamenti.

Il problema assume particolare rilevanza se si considera la crescente competizione internazionale. Oggi le università non competono soltanto a livello nazionale, ma si confrontano con istituzioni europee, nordamericane e asiatiche che dispongono frequentemente di risorse finanziarie molto superiori. I principali atenei internazionali possono contare su grandi dotazioni patrimoniali, consistenti investimenti pubblici, forti relazioni con il settore privato e sistemi consolidati di fundraising. Le università italiane, pur ottenendo risultati spesso comparabili sul piano scientifico, operano generalmente in condizioni meno favorevoli.

La conseguenza è che gran parte della competitività del sistema italiano si fonda sull’elevata qualità del capitale umano. Ricercatori, docenti e personale tecnico-amministrativo compensano spesso la scarsità relativa delle risorse attraverso un forte impegno professionale e una notevole capacità organizzativa. Questo elemento rappresenta certamente un punto di forza, ma solleva anche interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo del modello.

Un sistema che produce risultati elevati grazie all’intensificazione degli sforzi individuali può infatti incontrare progressivamente limiti strutturali. L’aumento delle attività richieste ai docenti e ai ricercatori genera una crescente pressione sui tempi di lavoro. Oltre alla ricerca e alla didattica, il personale universitario deve dedicarsi alla partecipazione a bandi competitivi, alla gestione di progetti, alle attività di valutazione, alla divulgazione scientifica, alle collaborazioni internazionali e alle iniziative di trasferimento tecnologico. Il rischio è che l’ampliamento continuo delle funzioni richieste non sia accompagnato da un adeguato rafforzamento degli organici.

Particolarmente delicata è la questione del reclutamento. La VQR valorizza correttamente la qualità dei nuovi ricercatori e delle politiche di reclutamento, ma il numero di posizioni disponibili rimane spesso inferiore rispetto alle esigenze del sistema. Molti giovani ricercatori affrontano percorsi professionali caratterizzati da elevata precarietà e da prospettive di carriera incerte. Questo fenomeno non riguarda soltanto il benessere individuale dei ricercatori, ma incide direttamente sulla capacità del Paese di trattenere competenze altamente qualificate.

La situazione appare ancora più evidente nei settori tecnologicamente più avanzati. Ambiti come intelligenza artificiale, biotecnologie, quantum computing, semiconduttori o tecnologie energetiche richiedono investimenti significativi in laboratori, infrastrutture digitali, supercalcolo e apparecchiature scientifiche. In questi contesti il capitale umano, per quanto eccellente, non può sostituire integralmente la disponibilità di risorse materiali. La competizione internazionale si gioca infatti sempre più sulla capacità di combinare talenti, finanziamenti e infrastrutture.

Anche il sistema dei finanziamenti competitivi presenta aspetti ambivalenti. Da un lato, la partecipazione a programmi europei e internazionali rappresenta un importante strumento di crescita e di apertura internazionale. Dall’altro lato, il ricorso crescente ai fondi competitivi rischia di trasformarsi in una compensazione della carenza di finanziamenti strutturali. I progetti di ricerca sono per definizione temporanei e orientati a specifici obiettivi; difficilmente possono sostituire il ruolo di un finanziamento stabile destinato al funzionamento ordinario delle istituzioni.

In questo contesto emerge una questione di fondo: la qualità della ricerca italiana non sembra essere il principale problema del sistema. I risultati della VQR mostrano infatti una ricerca competitiva, diffusa e in molti casi eccellente. La vera criticità riguarda piuttosto il rapporto tra aspettative e risorse. Negli ultimi anni gli obiettivi assegnati alle università sono aumentati più rapidamente delle capacità finanziarie messe a loro disposizione.

La tesi centrale che emerge dall’analisi della VQR è quindi chiara: il sistema universitario italiano continua a ottenere risultati significativi, ma lo fa operando vicino ai propri limiti strutturali. Se il Paese intende mantenere e rafforzare la propria competitività scientifica, non sarà sufficiente chiedere maggiore produttività o introdurre nuovi meccanismi di valutazione. Sarà necessario accompagnare le richieste di eccellenza con un rafforzamento stabile degli investimenti, delle infrastrutture e delle opportunità di reclutamento. In assenza di questo riequilibrio, il rischio è che la qualità oggi osservata nella ricerca italiana venga progressivamente erosa da una crescente pressione sulle risorse disponibili.

 

Aspetto

Evidenza principale

Criticità

Implicazione per il sistema

Performance scientifica

Le università italiane producono ricerca competitiva e partecipano a programmi europei

I risultati elevati non sono accompagnati da risorse proporzionate

Il sistema regge, ma sotto pressione

Standard richiesti

Pubblicazioni di qualità, bandi competitivi, internazionalizzazione, impatto sociale e trasferimento tecnologico

Le aspettative crescono più rapidamente dei finanziamenti

Aumenta il divario tra obiettivi e mezzi disponibili

Funzioni valutate dalla VQR

Prodotti scientifici, progetti internazionali, valorizzazione delle conoscenze, infrastrutture e impatto

Le attività richieste diventano sempre più numerose e complesse

Servono strutture organizzative e personale specializzato

Adattamento degli atenei

Molte università rafforzano uffici europei, TTO e sistemi interni di valutazione

Spesso si tratta di riallocazione di risorse già esistenti

Il miglioramento non sempre corrisponde a nuovi investimenti

Competizione internazionale

Gli atenei italiani competono con università europee, americane e asiatiche più finanziate

Risorse finanziarie e infrastrutturali inferiori

Rischio di svantaggio strutturale nella competizione globale

Capitale umano

Ricercatori e personale compensano la scarsità di risorse con elevato impegno

Il sistema dipende molto dall’intensificazione del lavoro individuale

Possibile affaticamento e minore sostenibilità nel lungo periodo

Carico di lavoro

Ricerca, didattica, bandi, gestione progetti, valutazione, divulgazione e trasferimento tecnologico

Aumento delle attività senza adeguato rafforzamento degli organici

Riduzione del tempo per ricerca di base e innovazione di lungo periodo

Reclutamento

La VQR valorizza nuovi ricercatori e qualità del reclutamento

Posizioni spesso insufficienti e carriere precarie

Difficoltà nel trattenere giovani talenti

Settori avanzati

AI, biotech, quantum, semiconduttori ed energia richiedono infrastrutture costose

Il capitale umano non basta senza laboratori, supercalcolo e apparecchiature

Necessità di investimenti materiali e tecnologici

Fondi competitivi

Programmi europei e internazionali aprono opportunità importanti

Sono temporanei e non sostituiscono il finanziamento ordinario

Rischio di dipendenza da bandi esterni

Nodo centrale

La qualità della ricerca non è il problema principale

Il problema è il rapporto squilibrato tra aspettative e risorse

Serve un rafforzamento stabile di finanziamenti, infrastrutture e reclutamento

Rischio futuro

Il sistema continua a ottenere risultati significativi

Opera vicino ai propri limiti strutturali

La qualità potrebbe erodersi senza investimenti più robusti

 

 

 

 

 

 

 

 

11. Riformare il finanziamento universitario

Se la VQR 2020-2024 evidenzia la buona qualità della ricerca italiana e, al tempo stesso, i limiti derivanti dalla scarsità relativa delle risorse disponibili, emerge con forza la necessità di ripensare il modello di finanziamento del sistema universitario. La questione non riguarda soltanto l’aumento delle risorse complessive, ma soprattutto la costruzione di un sistema più equilibrato, capace di sostenere contemporaneamente ricerca di base, innovazione tecnologica, competitività internazionale e sviluppo territoriale.

Negli ultimi anni il finanziamento delle università italiane si è basato principalmente sul Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), integrato da quote premiali distribuite sulla base dei risultati ottenuti nei diversi esercizi di valutazione. Questo modello ha avuto il merito di introdurre meccanismi di responsabilizzazione e di incentivare il miglioramento delle performance. Tuttavia, presenta anche alcuni limiti. In particolare, la crescente enfasi sulla competizione rischia di accentuare le differenze tra istituzioni già forti e istituzioni con minori capacità finanziarie, generando un circolo cumulativo che tende a concentrare risorse e opportunità.

Per questo motivo appare opportuno adottare un modello di finanziamento più articolato, fondato sulla combinazione di diverse fonti e strumenti. Il primo pilastro dovrebbe continuare a essere rappresentato dal FFO, che svolge una funzione essenziale di stabilizzazione del sistema. La ricerca universitaria produce risultati spesso nel lungo periodo e necessita quindi di una base finanziaria prevedibile e stabile. Senza un adeguato finanziamento ordinario, le università rischiano di dipendere eccessivamente dai fondi competitivi, con effetti negativi sulla programmazione strategica e sulla sostenibilità delle attività di ricerca.

Accanto al finanziamento ordinario, la quota premiale dovrebbe essere mantenuta, ma con una funzione diversa da quella attuale. Più che rappresentare uno strumento di redistribuzione delle risorse esistenti, dovrebbe diventare un meccanismo di incentivo aggiuntivo. In altre parole, la valutazione della qualità della ricerca dovrebbe premiare l’eccellenza senza compromettere la capacità delle istituzioni di svolgere le proprie funzioni fondamentali. La logica non dovrebbe essere quella di finanziare i vincitori penalizzando gli altri, ma di sostenere il miglioramento complessivo del sistema.

Un terzo elemento fondamentale è rappresentato dai fondi competitivi nazionali e internazionali. Programmi europei come Horizon Europe hanno dimostrato l’efficacia della competizione scientifica nell’indirizzare risorse verso progetti innovativi e ad alto impatto. Tuttavia, questi strumenti dovrebbero essere considerati complementari e non sostitutivi del finanziamento ordinario. La capacità di ottenere fondi competitivi dipende infatti dall’esistenza di una solida base di ricerca già finanziata a livello istituzionale.

Particolarmente interessante appare l’introduzione di meccanismi di matching funds, ampiamente utilizzati nei principali sistemi universitari internazionali. In questo modello, i finanziamenti ottenuti da imprese, fondazioni o investitori privati vengono integrati da risorse pubbliche secondo una proporzione prestabilita. Ad esempio, per ogni euro investito da un soggetto privato in un progetto di ricerca universitario, lo Stato potrebbe contribuire con un ulteriore euro o con una quota percentuale definita. Questo sistema consentirebbe di mobilitare capitali aggiuntivi senza ridurre il ruolo pubblico nel finanziamento della ricerca.

Le fondazioni universitarie e filantropiche rappresentano un’altra fonte di finanziamento ancora relativamente poco sviluppata nel contesto italiano. In molti Paesi, una quota significativa delle attività di ricerca viene sostenuta da grandi fondazioni private interessate a finanziare progetti scientifici, infrastrutture e programmi di formazione avanzata. Favorire la crescita di questo settore potrebbe contribuire ad ampliare la diversificazione delle fonti di finanziamento, riducendo la dipendenza esclusiva dai fondi pubblici.

Un ruolo crescente dovrebbe essere attribuito anche alle imprese. La collaborazione tra università e sistema produttivo non dovrebbe limitarsi ai contratti di ricerca o alle consulenze occasionali, ma evolvere verso partenariati strategici di lungo periodo. Le imprese possono contribuire non soltanto attraverso finanziamenti diretti, ma anche partecipando alla definizione di programmi di ricerca, allo sviluppo di laboratori congiunti e alla formazione di competenze avanzate. Questo approccio risulta particolarmente importante nei settori tecnologici ad alta intensità di innovazione.

In tale prospettiva assume rilievo il tema del venture capital. Molte delle innovazioni prodotte nelle università non raggiungono il mercato perché mancano risorse nelle fasi iniziali di sviluppo. Il venture capital può colmare questo vuoto finanziando spin-off universitari, proof of concept e progetti ad alto rischio tecnologico. Nei principali ecosistemi internazionali dell’innovazione, il collegamento tra ricerca accademica e capitale di rischio rappresenta uno degli elementi decisivi per la trasformazione della conoscenza in crescita economica.

Un’evoluzione ancora più interessante riguarda il corporate venture capital, cioè i fondi di investimento creati direttamente dalle grandi imprese per sostenere tecnologie emergenti e start-up innovative. Attraverso questi strumenti, le aziende possono investire precocemente nelle innovazioni sviluppate dalle università, contribuendo a ridurre la distanza tra ricerca e mercato. Per il sistema italiano ciò potrebbe rappresentare un’opportunità particolarmente rilevante, soprattutto nei settori dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie, della sostenibilità energetica e delle tecnologie digitali avanzate.

La riforma del finanziamento universitario dovrebbe quindi basarsi su una logica di pluralità delle fonti. Nessun singolo strumento è in grado di rispondere da solo alle esigenze di un sistema complesso come quello universitario. Il finanziamento ordinario garantisce stabilità; la quota premiale incentiva la qualità; i fondi competitivi favoriscono l’innovazione; i matching funds mobilitano investimenti privati; fondazioni e imprese ampliano le opportunità di collaborazione; venture capital e corporate venture capital sostengono la trasformazione della ricerca in innovazione.

L’obiettivo finale non dovrebbe essere soltanto aumentare le risorse disponibili, ma costruire un ecosistema finanziario più equilibrato e resiliente. In un contesto caratterizzato da rapidi cambiamenti tecnologici e crescente competizione internazionale, la sostenibilità del sistema universitario dipenderà sempre più dalla capacità di integrare finanziamento pubblico, investimenti privati e strumenti innovativi di supporto alla ricerca. Una riforma in questa direzione consentirebbe non solo di preservare la qualità scientifica evidenziata dalla VQR, ma anche di rafforzare il contributo delle università allo sviluppo economico e sociale del Paese.

 

 

 

Strumento

Funzione principale

Vantaggi

Criticità da evitare

Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO)

Garantire stabilità al sistema universitario

Permette programmazione di lungo periodo e continuità della ricerca

Non deve essere insufficiente rispetto alle funzioni richieste

Quota premiale

Incentivare qualità, efficienza e risultati

Premia le istituzioni più performanti

Non deve penalizzare eccessivamente gli atenei con minori risorse iniziali

Fondi competitivi nazionali e internazionali

Finanziare progetti innovativi e ad alto impatto

Stimolano eccellenza, collaborazione e internazionalizzazione

Non devono sostituire il finanziamento ordinario

Matching funds

Integrare fondi privati con risorse pubbliche

Mobilitano capitali aggiuntivi mantenendo il ruolo pubblico

Richiedono regole chiare e trasparenti

Fondazioni universitarie e filantropiche

Sostenere ricerca, infrastrutture e formazione avanzata

Diversificano le fonti di finanziamento

In Italia sono ancora poco sviluppate

Imprese

Creare partenariati strategici con il sistema produttivo

Favoriscono ricerca applicata, laboratori congiunti e competenze avanzate

Collaborazioni occasionali rischiano di avere impatto limitato

Venture capital

Finanziare spin-off, proof of concept e progetti ad alto rischio

Aiuta a trasformare ricerca universitaria in innovazione di mercato

Serve un ecosistema maturo e specializzato

Corporate venture capital

Collegare grandi imprese e tecnologie universitarie emergenti

Riduce la distanza tra ricerca e applicazione industriale

Rischio di concentrare l’interesse solo su settori immediatamente redditizi

Modello misto

Integrare finanziamento pubblico, privato e competitivo

Rende il sistema più resiliente, flessibile e orientato all’innovazione

Nessuna fonte deve sostituire completamente le altre

Obiettivo finale

Costruire un ecosistema finanziario equilibrato

Preserva la qualità scientifica e rafforza lo sviluppo economico-sociale

Richiede coordinamento tra Stato, università, imprese e investitori

 

 

 

 

12. Venture Capital e ricerca universitaria

Tra le principali debolezze emerse nell’analisi del sistema italiano della ricerca vi è la difficoltà di trasformare i risultati scientifici in innovazione economica. Le università producono pubblicazioni di qualità, partecipano a progetti internazionali e formano capitale umano altamente qualificato, ma incontrano ancora ostacoli significativi nel passaggio dalla scoperta scientifica al mercato. In questo contesto, il venture capital può rappresentare uno degli strumenti più efficaci per colmare il divario esistente tra ricerca e innovazione.

Tradizionalmente, il finanziamento della ricerca universitaria si basa su fondi pubblici, finanziamenti competitivi e collaborazioni con imprese. Tuttavia, questi strumenti non sempre riescono a sostenere le fasi più delicate del processo di innovazione. Esiste infatti una zona intermedia, spesso definita “valle della morte” dell’innovazione, nella quale molte idee promettenti non riescono a trasformarsi in applicazioni concrete a causa della mancanza di risorse finanziarie e competenze imprenditoriali. È proprio in questa fase che il venture capital può svolgere un ruolo decisivo.

I fondi di venture capital sono investitori specializzati nel finanziamento di progetti ad alto rischio ma con elevato potenziale di crescita. A differenza delle banche tradizionali, essi non richiedono garanzie patrimoniali immediate, ma investono sulla possibilità che una tecnologia innovativa possa generare valore economico nel medio e lungo periodo. Questa caratteristica li rende particolarmente adatti a sostenere le innovazioni provenienti dal mondo universitario, dove i risultati scientifici spesso richiedono anni di sviluppo prima di raggiungere il mercato.

Uno dei principali ambiti nei quali il venture capital potrebbe contribuire in maniera significativa riguarda il finanziamento delle attività di proof of concept. Molte scoperte scientifiche possiedono un potenziale applicativo evidente, ma necessitano di ulteriori sperimentazioni per dimostrare la loro fattibilità tecnica e commerciale. In questa fase, i finanziamenti pubblici risultano spesso insufficienti, mentre le imprese private tendono a considerare l’investimento troppo rischioso. Fondi specializzati potrebbero invece sostenere la trasformazione delle scoperte scientifiche in prototipi, accelerando il trasferimento tecnologico e aumentando le probabilità di successo commerciale.

Un secondo ambito riguarda la valorizzazione della proprietà intellettuale. Le università italiane producono numerosi risultati scientifici potenzialmente brevettabili, ma non sempre dispongono delle risorse necessarie per svilupparli. Il venture capital potrebbe intervenire non solo finanziando i costi di protezione brevettuale, ma anche contribuendo alla costruzione di strategie di commercializzazione, licensing e sviluppo industriale. In questo modo il brevetto cesserebbe di essere un semplice risultato amministrativo per diventare uno strumento effettivo di creazione di valore.

Particolarmente importante è il ruolo che il venture capital può svolgere nella nascita e nella crescita degli spin-off universitari. Molte innovazioni sviluppate nei laboratori accademici trovano la loro forma più efficace di valorizzazione attraverso la creazione di nuove imprese. Tuttavia, gli spin-off affrontano frequentemente difficoltà legate all’accesso al capitale, alle competenze manageriali e alla costruzione di reti commerciali. L’ingresso di investitori specializzati può fornire non soltanto risorse finanziarie, ma anche competenze strategiche, relazioni industriali e supporto nella definizione del modello di business.

La rilevanza di questi strumenti aumenta ulteriormente nei settori caratterizzati da elevata intensità tecnologica. Ambiti come l’intelligenza artificiale, il quantum computing, le biotecnologie, la robotica avanzata e le tecnologie per la transizione energetica richiedono investimenti significativi e tempi lunghi di sviluppo. In tali contesti, il capitale pubblico da solo difficilmente può sostenere l’intero processo di innovazione. La collaborazione tra università e investitori privati diventa quindi una componente essenziale per trasformare la ricerca in vantaggio competitivo.

L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente il caso più emblematico. Le università italiane producono ricerca di qualità in machine learning, data science, computer vision e sistemi intelligenti. Tuttavia, la capacità di trasformare tali competenze in imprese globalmente competitive rimane limitata. Nei principali ecosistemi internazionali dell’innovazione, come Silicon Valley, Boston, Londra o Tel Aviv, la crescita delle imprese AI è stata sostenuta da un forte coinvolgimento del venture capital. Gli investitori hanno finanziato non soltanto le aziende mature, ma soprattutto le fasi iniziali di sviluppo, consentendo alle tecnologie emergenti di raggiungere rapidamente il mercato.

Accanto al venture capital tradizionale assume crescente importanza il corporate venture capital, ovvero i fondi di investimento creati direttamente dalle grandi imprese. Questo modello consente alle aziende di investire precocemente nelle tecnologie sviluppate dalle università, riducendo la distanza tra ricerca e applicazione industriale. Per il sistema italiano tale strumento potrebbe risultare particolarmente utile nei settori manifatturieri avanzati, nei quali molte imprese dispongono di competenze tecnologiche elevate ma investono ancora poco nella ricerca universitaria.

Naturalmente, il venture capital non può sostituire il finanziamento pubblico della ricerca. La ricerca di base continua a rappresentare un bene pubblico che richiede investimenti stabili e di lungo periodo. Tuttavia, il capitale di rischio può svolgere una funzione complementare, intervenendo nelle fasi di sviluppo applicativo e contribuendo a trasformare la conoscenza scientifica in innovazione economica.

La sfida per il futuro consiste quindi nella costruzione di un ecosistema nel quale università, investitori, imprese e istituzioni pubbliche collaborino in modo più efficace. Le università dovrebbero essere incentivate a sviluppare competenze imprenditoriali e strumenti di trasferimento tecnologico; gli investitori dovrebbero essere incoraggiati a finanziare innovazioni ad alta intensità scientifica; le imprese dovrebbero assumere un ruolo più attivo nell’assorbimento dei risultati della ricerca. Solo attraverso questa integrazione sarà possibile sfruttare pienamente il potenziale della ricerca italiana e trasformare il capitale scientifico accumulato in crescita economica, competitività tecnologica e sviluppo sostenibile.

Ambito

Problema attuale

Ruolo del venture capital

Effetto atteso

Passaggio ricerca-mercato

Le università producono ricerca di qualità, ma faticano a trasformarla in innovazione

Finanziare tecnologie promettenti ad alto rischio

Ridurre il divario tra scoperta scientifica e applicazione economica

“Valle della morte”

Molte idee non superano la fase intermedia tra laboratorio e mercato

Sostenere sviluppo, sperimentazione e validazione commerciale

Aumentare le probabilità che le innovazioni arrivino al mercato

Proof of concept

Mancano risorse per dimostrare fattibilità tecnica e commerciale

Finanziare prototipi, test e prime applicazioni

Rendere le tecnologie più mature e investibili

Proprietà intellettuale

Brevetti e risultati scientifici non sempre vengono valorizzati

Coprire costi di brevettazione, licensing e commercializzazione

Trasformare il brevetto in strumento di creazione di valore

Spin-off universitari

Le nuove imprese accademiche nascono spesso fragili

Fornire capitale, mentorship e relazioni industriali

Favorire crescita e consolidamento delle start-up universitarie

Settori deep tech

AI, biotech, quantum, robotica ed energia richiedono investimenti lunghi e rischiosi

Investire in tecnologie ad alta intensità scientifica

Rafforzare la competitività tecnologica del Paese

Intelligenza artificiale

Buona ricerca accademica, ma limitata trasformazione in imprese globali

Finanziare fasi iniziali e scaling delle start-up AI

Accelerare la creazione di imprese innovative competitive

Corporate venture capital

Le imprese investono ancora poco nella ricerca universitaria

Coinvolgere grandi aziende come investitori in tecnologie emergenti

Ridurre la distanza tra università e industria

Finanziamento pubblico

Da solo non basta a sostenere l’intero ciclo dell’innovazione

Agire come strumento complementare, non sostitutivo

Integrare ricerca di base pubblica e sviluppo applicativo privato

Ecosistema dell’innovazione

Collaborazione tra università, imprese e investitori ancora debole

Creare reti stabili tra capitale, ricerca e mercato

Trasformare capitale scientifico in crescita economica e sviluppo sostenibile

 

 

13. Proposta di policy: università come piattaforme di innovazione

Le evidenze emerse dalla VQR 2020-2024 suggeriscono che il sistema universitario italiano possiede una base scientifica solida, una buona capacità di produrre ricerca di qualità e una crescente partecipazione ai circuiti internazionali della conoscenza. Tuttavia, il rapporto evidenzia anche alcune criticità strutturali: difficoltà nel trasferimento tecnologico, limitata capacità di trasformare la ricerca in innovazione economica, insufficienza delle risorse disponibili e forte dipendenza da meccanismi di valutazione ex post. In questo contesto appare necessario immaginare una riforma che sposti progressivamente l’attenzione dalla sola misurazione dei risultati alla creazione delle condizioni necessarie per produrli.

La proposta che emerge da questa analisi è quella di considerare le università non soltanto come luoghi di formazione e ricerca, ma come vere e proprie piattaforme di innovazione. Con questa espressione si intende un sistema capace di mettere in relazione ricercatori, studenti, imprese, investitori, amministrazioni pubbliche e società civile all’interno di un ecosistema orientato alla produzione e alla diffusione della conoscenza.

Negli ultimi anni il sistema universitario italiano ha sviluppato una forte cultura della valutazione. La VQR, l’ASN, gli indicatori bibliometrici e i meccanismi premiali hanno contribuito a migliorare la qualità della ricerca e a rafforzare la responsabilizzazione delle istituzioni. Tuttavia, il rischio di un sistema fortemente orientato alla valutazione ex post è quello di concentrarsi prevalentemente sulla misurazione dei risultati già ottenuti, dedicando minore attenzione ai fattori che consentono di produrre risultati futuri.

Una politica dell’innovazione realmente efficace dovrebbe quindi integrare la valutazione con strumenti di incentivo ex ante. In altre parole, accanto alla misurazione delle performance sarebbe necessario rafforzare i meccanismi che favoriscono la nascita di nuova ricerca, l’assunzione di rischi scientifici e la sperimentazione di nuove forme di collaborazione tra università e società.

Il primo intervento dovrebbe riguardare il rafforzamento degli investimenti nella ricerca di base. La storia dell’innovazione dimostra che molte delle tecnologie che oggi generano enormi benefici economici sono nate da attività di ricerca prive di applicazioni immediate. Internet, il GPS, i semiconduttori, le biotecnologie e l’intelligenza artificiale sono il risultato di investimenti pubblici realizzati molti anni prima della loro diffusione commerciale. Una politica orientata esclusivamente ai risultati di breve periodo rischia quindi di penalizzare proprio quelle attività che potrebbero produrre le innovazioni più significative nel lungo termine.

Un secondo elemento riguarda la costruzione di ecosistemi territoriali dell’innovazione. Le università dovrebbero essere incentivate a sviluppare relazioni strutturate con imprese, enti locali, centri di ricerca e investitori. In questo modello, l’ateneo non è un soggetto isolato, ma il nodo centrale di una rete nella quale circolano conoscenze, competenze e opportunità di sviluppo. Il successo di molti distretti tecnologici internazionali dimostra che l’innovazione nasce spesso dall’interazione continua tra attori diversi piuttosto che dall’azione di singole organizzazioni.

Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata al trasferimento tecnologico. Gli uffici di valorizzazione della ricerca, gli incubatori universitari e i programmi di supporto agli spin-off dovrebbero essere considerati infrastrutture strategiche e non semplici attività accessorie. La capacità di trasformare la conoscenza in innovazione rappresenta infatti uno degli elementi che maggiormente distinguono i sistemi universitari più competitivi a livello internazionale.

Un ulteriore ambito di intervento riguarda il capitale umano. Le università italiane formano ogni anno migliaia di giovani altamente qualificati, ma spesso incontrano difficoltà nel trattenere i talenti migliori. Una politica orientata all’innovazione dovrebbe prevedere programmi di reclutamento più flessibili, percorsi di carriera maggiormente meritocratici e strumenti capaci di attrarre ricercatori internazionali. La competitività scientifica dipende infatti in misura crescente dalla capacità di attrarre e trattenere persone altamente qualificate.

Anche il rapporto con il settore privato dovrebbe essere ripensato. Le collaborazioni con le imprese non dovrebbero essere considerate una semplice fonte aggiuntiva di finanziamento, ma uno strumento per accelerare la diffusione della conoscenza e favorire la nascita di nuove tecnologie. In questa prospettiva assumono particolare rilevanza strumenti come i matching funds, il venture capital universitario e i programmi di corporate venture capital, che consentono di condividere rischi e opportunità tra università e imprese.

Infine, la valutazione stessa potrebbe evolvere verso una logica più orientata allo sviluppo. Piuttosto che limitarsi a misurare la qualità della ricerca prodotta, i sistemi valutativi potrebbero considerare in misura crescente la capacità delle istituzioni di costruire ecosistemi innovativi, attrarre investimenti, generare collaborazioni e sviluppare nuove opportunità di crescita. La valutazione continuerebbe a svolgere una funzione importante, ma diventerebbe parte di una strategia più ampia orientata alla costruzione delle condizioni necessarie per l’innovazione.

In questa prospettiva, l’università del futuro non può essere interpretata esclusivamente come un centro di produzione scientifica. Essa deve diventare una piattaforma capace di integrare ricerca, formazione, innovazione e sviluppo territoriale. Le evidenze della VQR mostrano che il sistema italiano dispone delle competenze scientifiche necessarie per affrontare questa trasformazione. La sfida principale consiste ora nel costruire strumenti finanziari, organizzativi e normativi in grado di valorizzare pienamente questo potenziale. Una politica orientata all’innovazione non dovrebbe quindi limitarsi a premiare i risultati ottenuti, ma investire nella creazione delle condizioni che consentano alla conoscenza di generare crescita economica, progresso tecnologico e benessere sociale.

 

 

Ambito di riforma

Situazione attuale

Proposta

Obiettivo atteso

Modello universitario

Università prevalentemente orientate a ricerca e didattica

Università come piattaforme di innovazione

Integrare ricerca, formazione, impatto e sviluppo territoriale

Sistema di valutazione

Forte attenzione alla misurazione ex post dei risultati

Rafforzare incentivi ex ante alla ricerca e all’innovazione

Creare condizioni favorevoli alla produzione di nuovi risultati

Ricerca di base

Spesso sotto pressione per esigenze di breve periodo

Aumentare investimenti stabili e di lungo termine

Generare innovazioni radicali future

Ecosistemi territoriali

Collaborazioni spesso frammentate

Costruire reti stabili tra università, imprese, enti locali e investitori

Favorire circolazione di conoscenze e opportunità

Trasferimento tecnologico

Attività spesso considerate accessorie

Considerare TTO, incubatori e spin-off infrastrutture strategiche

Accelerare il passaggio dalla ricerca al mercato

Capitale umano

Difficoltà nel trattenere e attrarre talenti

Reclutamento più flessibile e percorsi meritocratici

Rafforzare competitività e attrattività internazionale

Internazionalizzazione

Buona partecipazione ai programmi globali

Maggiore capacità di attrarre ricercatori e competenze estere

Migliorare il posizionamento internazionale

Collaborazione con le imprese

Spesso limitata a progetti e contratti specifici

Partnership strategiche di lungo periodo

Favorire innovazione e trasferimento delle conoscenze

Strumenti finanziari innovativi

Utilizzo ancora limitato

Matching funds, venture capital universitario e corporate venture capital

Condividere rischi e moltiplicare gli investimenti

Valutazione della ricerca

Focus su pubblicazioni e risultati scientifici

Valutare anche ecosistemi innovativi, collaborazioni e attrazione di investimenti

Misurare la capacità di generare sviluppo

Obiettivo finale

Premiare risultati già ottenuti

Costruire condizioni per produrre innovazione futura

Crescita economica, progresso tecnologico e benessere sociale

 

14. Conclusioni

L’analisi della VQR 2020-2024 restituisce un quadro complesso ma sostanzialmente positivo del sistema universitario e della ricerca italiana. I risultati mostrano un sistema scientificamente solido, caratterizzato da una produzione di ricerca diffusa, da una crescente capacità di partecipazione ai circuiti internazionali della conoscenza e da una qualità complessiva che, nel corso degli ultimi esercizi valutativi, ha evidenziato segnali di consolidamento e progressiva convergenza tra le istituzioni.

Le università italiane e gli enti di ricerca continuano a svolgere un ruolo centrale nella produzione di conoscenza, nella formazione di capitale umano qualificato e nella partecipazione ai grandi programmi internazionali di ricerca. La capacità di coinvolgere quasi 76.000 ricercatori, valutare circa 200.000 prodotti scientifici e partecipare a migliaia di progetti competitivi internazionali dimostra l’esistenza di una comunità scientifica ampia, dinamica e pienamente inserita nel contesto globale della ricerca.

Particolarmente significativo appare il progressivo ampliamento del concetto stesso di qualità della ricerca. La VQR non si limita più a misurare la produzione scientifica attraverso pubblicazioni e citazioni, ma considera anche la capacità delle istituzioni di attrarre finanziamenti competitivi, valorizzare le conoscenze, generare impatto sociale e contribuire allo sviluppo economico e tecnologico del Paese. Questo approccio multidimensionale consente di cogliere aspetti della ricerca che per lungo tempo sono rimasti ai margini dei sistemi di valutazione tradizionali.

Allo stesso tempo, però, l’esercizio valutativo mette in evidenza alcune criticità che non possono essere ignorate. La prima riguarda il rapporto tra risultati e risorse. Il sistema universitario italiano continua a raggiungere standard scientifici elevati pur operando in un contesto caratterizzato da risorse finanziarie spesso inferiori rispetto a quelle disponibili nei principali Paesi concorrenti. Questo dato testimonia una notevole efficienza del capitale umano e delle strutture accademiche, ma solleva interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo di un modello che richiede performance sempre più elevate senza un corrispondente rafforzamento strutturale degli investimenti.

Una seconda criticità riguarda la trasformazione della conoscenza in innovazione. La VQR mostra chiaramente come l’Italia disponga di una buona capacità di produrre ricerca di qualità, ma evidenzia anche la difficoltà di convertire tale patrimonio scientifico in brevetti, tecnologie, imprese innovative e vantaggi competitivi per il sistema economico. Il trasferimento tecnologico, pur essendo cresciuto negli ultimi anni, continua a rappresentare uno dei punti più deboli del sistema. Molte università eccellono nella produzione scientifica ma incontrano ancora ostacoli significativi nel percorso che conduce dalla scoperta scientifica al mercato.

Questo limite assume una rilevanza particolare nei settori tecnologicamente più avanzati. Ambiti come intelligenza artificiale, biotecnologie, quantum computing, nuovi materiali e tecnologie energetiche richiedono non soltanto eccellenza scientifica, ma anche investimenti consistenti, infrastrutture adeguate, capitale di rischio e forti connessioni con il sistema produttivo. In assenza di tali condizioni, il rischio è che una parte significativa del valore generato dalla ricerca italiana venga assorbita da ecosistemi dell’innovazione localizzati in altri Paesi.

Le evidenze emerse suggeriscono quindi la necessità di una nuova fase delle politiche universitarie e della ricerca. Dopo anni nei quali l’attenzione si è concentrata prevalentemente sulla valutazione e sulla misurazione delle performance, appare sempre più importante investire nella costruzione delle condizioni che rendono possibile l’innovazione. Ciò significa rafforzare il finanziamento ordinario, sostenere il reclutamento di giovani ricercatori, investire nelle infrastrutture scientifiche, favorire la collaborazione con le imprese e sviluppare strumenti finanziari innovativi in grado di accompagnare il trasferimento tecnologico.

In questa prospettiva, le università dovrebbero essere considerate non soltanto come luoghi di formazione e produzione della conoscenza, ma come infrastrutture strategiche per lo sviluppo del Paese. La ricerca non rappresenta infatti un costo da sostenere, bensì un investimento destinato a generare crescita economica, progresso tecnologico, qualità istituzionale e benessere sociale.

La lezione più importante che emerge dalla VQR 2020-2024 può essere sintetizzata in una considerazione fondamentale: il problema principale dell’università italiana non è la qualità della ricerca. I risultati mostrano un sistema scientificamente competitivo e capace di produrre conoscenza di valore. La vera sfida consiste nel creare le condizioni affinché tale conoscenza possa tradursi più efficacemente in innovazione, sviluppo economico e vantaggi competitivi per il Paese.

In conclusione, il sistema universitario italiano appare oggi come una realtà scientificamente robusta, caratterizzata da elevata qualità e forte capacità di adattamento. Tuttavia, esso continua a operare in condizioni di relativo sottofinanziamento e manifesta ancora difficoltà nel trasformare pienamente il proprio capitale scientifico in innovazione tecnologica ed economica. Il futuro della ricerca italiana dipenderà quindi dalla capacità di affrontare queste due questioni in modo integrato: investire maggiormente nella produzione della conoscenza e, allo stesso tempo, costruire strumenti più efficaci per valorizzarne i risultati. Solo così sarà possibile trasformare la qualità scientifica già esistente in un motore stabile di sviluppo e competitività per l’intero sistema Paese.

 

 

 

Angelo Leogrande è economista, commercialista, professore a contratto all'Università LUM e giornalista pubblicista; si occupa di finanza d'impresa, innovazione ed economia regionale.

 

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