- La ricerca italiana mantiene elevata qualità scientifica nonostante risorse inferiori rispetto ai principali competitor.
- La VQR evidenzia crescente omogeneità tra atenei e miglioramento complessivo delle performance scientifiche.
- Il trasferimento tecnologico resta debole: molte scoperte producono articoli, poche diventano innovazione industriale.
- Finanziamenti competitivi e collaborazione pubblico-privato sono decisivi per rafforzare competitività e innovazione.
- Le università devono evolvere da centri di ricerca a piattaforme integrate di innovazione.
1.
Introduzione: finalità e portata della VQR 2020-2024
La Valutazione
della Qualità della Ricerca (VQR) 2020-2024 rappresenta il più importante
esercizio nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca
italiano. Promossa dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema
Universitario e della Ricerca (ANVUR), la VQR ha l’obiettivo di misurare e
analizzare la qualità della produzione scientifica delle università, degli enti
pubblici di ricerca e delle altre istituzioni che partecipano volontariamente
al processo valutativo. Il rapporto finale pubblicato nel maggio 2026
costituisce uno strumento fondamentale sia per comprendere lo stato della
ricerca italiana sia per orientare le future politiche pubbliche in materia di
università, innovazione e sviluppo tecnologico.
La VQR 2020-2024
si distingue dai precedenti esercizi valutativi per l’ampliamento del proprio
campo di osservazione. Oltre alla tradizionale valutazione dei prodotti della
ricerca, il nuovo ciclo considera infatti le attività di valorizzazione delle
conoscenze, la capacità di attrarre finanziamenti competitivi internazionali e,
in alcuni casi, la qualità delle infrastrutture di ricerca. L’obiettivo
dichiarato è quello di fornire una rappresentazione più completa dell’impatto
generato dalle istituzioni accademiche e scientifiche, superando una visione
esclusivamente centrata sulle pubblicazioni scientifiche.
L’esercizio
valutativo ha coinvolto complessivamente 132 istituzioni, tra cui 100
università, 13 enti pubblici di ricerca vigilati dal Ministero dell’Università
e della Ricerca (MUR) e 19 istituzioni partecipanti su base volontaria. Sono
stati accreditati circa 75.869 ricercatori e sono stati valutati quasi 187.000
prodotti scientifici, oltre a 858 casi studio relativi alle attività di
valorizzazione delle conoscenze e più di 6.700 progetti competitivi
internazionali. Si tratta di numeri che evidenziano la rilevanza e la
complessità dell’intero processo di valutazione.
Uno degli
aspetti più significativi della VQR riguarda il suo impatto sul sistema di
finanziamento universitario. I risultati della valutazione costituiscono
infatti uno degli elementi utilizzati dal Ministero per la distribuzione della
quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), ovvero la componente
delle risorse statali assegnata in funzione delle performance degli atenei. La
VQR assume pertanto una duplice funzione: da un lato rappresenta uno strumento
di monitoraggio e miglioramento della qualità della ricerca; dall’altro produce
effetti concreti sull’allocazione delle risorse pubbliche tra le diverse istituzioni.
Particolare
rilevanza assume inoltre la crescente attenzione dedicata alla cosiddetta
valorizzazione delle conoscenze. Nella VQR 2020-2024 tale ambito comprende
attività di trasferimento tecnologico, produzione di beni pubblici, public
engagement, iniziative nel settore della salute e progetti orientati alla
sostenibilità ambientale e all’inclusione sociale. Questa scelta riflette una
visione più moderna dell’università, non più considerata esclusivamente come
luogo di produzione scientifica, ma anche come attore capace di generare
benefici economici, sociali e culturali per il territorio e per il sistema
produttivo.
La VQR 2020-2024
evidenzia dunque una progressiva evoluzione del sistema di valutazione italiano
verso modelli più articolati e multidimensionali. Accanto alla qualità
scientifica vengono considerate la capacità di attrarre risorse, l’impatto
delle attività di ricerca e il contributo allo sviluppo economico e sociale.
Tale impostazione appare coerente con le tendenze internazionali, che
attribuiscono crescente importanza al ruolo delle università nei processi di
innovazione e competitività.
Tuttavia,
l’ampliamento delle funzioni richieste alle università pone anche interrogativi
significativi. Se da un lato il sistema continua a richiedere elevati standard
di produzione scientifica e di partecipazione alla competizione internazionale,
dall’altro emergono dubbi circa l’adeguatezza delle risorse disponibili. La
crescente enfasi su pubblicazioni, progetti competitivi, trasferimento tecnologico
e impatto sociale rende infatti necessario un rafforzamento degli investimenti
pubblici e privati destinati alla ricerca. In questo senso, la VQR non
rappresenta soltanto uno strumento di valutazione, ma anche una lente
attraverso cui osservare punti di forza e criticità del sistema universitario
italiano, evidenziando la necessità di politiche capaci di sostenere in maniera
più efficace la produzione e la valorizzazione della conoscenza.
|
Indicatore |
Valore |
|
Istituzioni
partecipanti |
132 |
|
Università |
100 |
|
Enti
pubblici di ricerca |
13 |
|
Istituzioni
volontarie |
19 |
|
Ricercatori
accreditati |
75.869 |
|
Prodotti
valutati |
186.54 |
|
Casi studio |
858 |
|
Progetti
competitivi internazionali |
> 6.700 |
2. Dimensioni del
sistema valutato
L’ampiezza della
VQR 2020-2024 mostra come la valutazione della ricerca italiana riguardi un
sistema articolato e complesso, composto da istituzioni diverse per natura,
dimensione, missione e specializzazione disciplinare. L’esercizio ha coinvolto
complessivamente 132 istituzioni, tra cui 100
università, 13 enti pubblici di ricerca vigilati dal MUR
e 19 istituzioni partecipanti su base volontaria. Questa
composizione conferma che la ricerca italiana non coincide esclusivamente con
il sistema universitario, ma si sviluppa attraverso una rete più ampia di
soggetti, ciascuno con funzioni differenti: formazione superiore, ricerca di
base, ricerca applicata, trasferimento tecnologico, gestione di infrastrutture
e collaborazione con il sistema produttivo.
La dimensione
dell’esercizio emerge anche dal numero dei ricercatori accreditati, pari a 75.869.
Si tratta di una comunità scientifica molto ampia, che comprende personale con
ruoli e percorsi professionali differenti. La VQR distingue infatti tra
ricercatori che hanno mantenuto la propria posizione nel periodo considerato e
ricercatori assunti o promossi tra il 2020 e il 2024. Questo aspetto è
rilevante perché consente di collegare la valutazione non solo alla produzione
scientifica già consolidata, ma anche alle politiche di reclutamento, alla
mobilità interna e alla capacità delle istituzioni di rinnovare il proprio
capitale umano.
Il cuore della
valutazione è rappresentato dai prodotti della ricerca. I prodotti attesi erano
187.059, mentre quelli effettivamente conferiti sono stati 186.540,
con un livello di partecipazione molto elevato. A questi si aggiungono 13.276
prodotti collegati a dottori di ricerca formati nelle istituzioni
valutate ma in servizio presso altri enti, portando il totale complessivo dei
prodotti considerati a 199.816. Questo dato restituisce
l’immagine di un sistema scientifico fortemente produttivo, capace di generare
una quantità molto significativa di pubblicazioni, monografie, contributi in
volume, atti di convegno e altri risultati della ricerca.
La composizione
dei prodotti conferiti mostra inoltre la varietà delle tradizioni disciplinari
presenti nel sistema italiano. Gli articoli su rivista costituiscono la parte
prevalente della produzione scientifica, con 166.251 contributi,
soprattutto nelle aree scientifiche, tecnologiche e biomediche. Tuttavia, il
sistema include anche 10.179 monografie e 8.196
contributi in volume, particolarmente rilevanti nelle discipline
umanistiche, giuridiche e sociali. Questa pluralità dimostra che la valutazione
deve tenere conto delle diverse modalità attraverso cui le comunità
scientifiche producono e comunicano conoscenza.
Un elemento
particolarmente significativo della VQR 2020-2024 è l’inclusione dei casi
studio di valorizzazione delle conoscenze. Le istituzioni hanno presentato 858
casi studio, riferiti ad ambiti come trasferimento tecnologico,
produzione di beni pubblici, public engagement, salute, sostenibilità
ambientale e inclusione sociale. In questo modo la valutazione supera una
visione limitata alla pubblicazione scientifica e considera anche la capacità
della ricerca di generare effetti concreti sulla società, sui territori, sulle
istituzioni e sul sistema produttivo.
La dimensione
internazionale dell’esercizio emerge invece dalla rilevazione dei progetti
competitivi. Sono stati conferiti 6.802 progetti competitivi
internazionali, attraverso i quali è possibile osservare la capacità
delle istituzioni italiane di attrarre finanziamenti in contesti selettivi e
aperti alla competizione globale. Questo dato non misura soltanto la
disponibilità di risorse economiche, ma anche il grado di inserimento della
ricerca italiana nelle reti europee e internazionali, la capacità di costruire
partenariati e la competitività dei gruppi di ricerca su temi scientifici
strategici.
La complessità
del sistema valutato si riflette anche nella macchina organizzativa predisposta
per l’esercizio. La valutazione è stata affidata a 19 Gruppi di Esperti
della Valutazione, composti complessivamente da 723 esperti,
affiancati da oltre 6.700 revisori esterni italiani e
stranieri. Questo conferma che la VQR non è un semplice procedimento
amministrativo, ma un ampio esercizio di peer review, fondato sul
coinvolgimento diretto della comunità scientifica e sulla necessità di valutare
i prodotti secondo criteri coerenti con le specificità delle diverse aree
disciplinari.
Nel complesso,
le dimensioni della VQR 2020-2024 restituiscono l’immagine di un sistema della
ricerca ampio, differenziato e fortemente interconnesso. I suoi numeri non
servono soltanto a descrivere la scala dell’esercizio, ma aiutano a comprendere
la complessità di un sistema chiamato a produrre conoscenza, attrarre risorse,
formare capitale umano, generare impatto sociale e competere a livello
internazionale. La VQR, quindi, non fotografa soltanto la qualità della ricerca
italiana, ma anche la capacità organizzativa, strategica e istituzionale del
Paese nel sostenere la produzione e la valorizzazione della conoscenza.
|
Prodotti della ricerca: attesi,
conferiti e totale considerato |
||
|
Categoria |
Numero |
|
|
Prodotti attesi |
187.059 |
|
|
Prodotti effettivamente conferiti |
186.54 |
|
|
Prodotti aggiuntivi collegati ai dottori di ricerca |
13.276 |
|
|
Totale complessivo dei prodotti considerati |
199.816 |
|
|
Tipologie principali di prodotti conferiti |
|
|
Tipologia di prodotto |
Numero |
|
Articoli su rivista |
166.251 |
|
Monografie |
10.179 |
|
Contributi in volume |
8.196 |
|
Altri prodotti scientifici |
1.914 |
Dimensione
|
Cosa indica
|
Ampiezza istituzionale
|
La VQR coinvolge non solo università, ma
anche enti di ricerca e istituzioni volontarie
|
Capitale umano
|
Il sistema comprende una comunità
scientifica molto estesa
|
Produzione scientifica
|
Il volume dei prodotti conferiti mostra
un’elevata capacità produttiva
|
Pluralità disciplinare
|
Articoli, monografie e contributi
riflettono tradizioni scientifiche differenti
|
Impatto sociale
|
I casi studio misurano la capacità della
ricerca di generare effetti concreti
|
Competitività internazionale
|
I progetti competitivi mostrano il
posizionamento nelle reti globali della ricerca
|
Complessità valutativa
|
Il coinvolgimento di GEV e revisori
conferma la natura articolata della peer review
|
3. Metodologia della valutazione e indicatori
utilizzati
La VQR 2020-2024
si fonda su un impianto metodologico che combina valutazione qualitativa e
misurazione quantitativa, con l'obiettivo di fornire una rappresentazione il
più possibile accurata della qualità della ricerca svolta dalle istituzioni
italiane. A differenza di approcci esclusivamente bibliometrici, la VQR adotta
come principio generale la peer review informata, attribuendo
un ruolo centrale al giudizio degli esperti e utilizzando gli indicatori
bibliometrici come strumenti di supporto e non come criteri automatici di
classificazione.
L'intero
processo di valutazione è stato affidato a 19 Gruppi di Esperti della
Valutazione (GEV), composti complessivamente da 723 studiosi italiani e
stranieri, supportati da oltre 6.700 revisori esterni. Ogni prodotto
scientifico è stato esaminato da due valutatori indipendenti attraverso una
procedura articolata in più fasi, finalizzata a garantire trasparenza,
imparzialità e uniformità di giudizio tra le diverse aree disciplinari. La
responsabilità finale della valutazione è rimasta in capo ai GEV, che hanno
operato in piena autonomia scientifica.
La valutazione
dei prodotti della ricerca è stata costruita attorno a tre criteri
fondamentali: originalità, metodologia e impatto.
L'originalità misura la capacità del lavoro di introdurre nuove conoscenze,
interpretazioni o approcci teorici. La metodologia valuta il rigore
scientifico, la chiarezza degli obiettivi, la trasparenza delle procedure
adottate e, quando possibile, la riproducibilità dei risultati. L'impatto
considera invece il contributo che il prodotto può generare all'interno della
comunità scientifica e, più in generale, nella società e nell'economia.
Al termine del
processo ogni prodotto è stato collocato in una delle cinque classi di merito
previste dal bando: Eccezionale, Eccellente, Standard,
Sufficiente oppure Scarsa rilevanza o non accettabile.
A ciascuna classe è stato associato un punteggio numerico utilizzato
successivamente per il calcolo degli indicatori istituzionali. Il sistema
premia quindi non soltanto la quantità della produzione scientifica, ma
soprattutto la sua qualità media.
Uno degli
elementi più innovativi della VQR 2020-2024 riguarda l'ampliamento dell'oggetto
della valutazione. Oltre ai tradizionali prodotti scientifici, sono stati
infatti considerati i casi studio di valorizzazione delle conoscenze,
i progetti competitivi internazionali e, in via sperimentale,
le infrastrutture di ricerca. Tale scelta riflette una visione
più ampia del ruolo dell'università e degli enti di ricerca, riconoscendo che
la produzione di conoscenza non si esaurisce nella pubblicazione scientifica ma
comprende anche la capacità di generare impatti economici, sociali e
tecnologici.
I casi studio
sono stati valutati secondo criteri differenti rispetto alle pubblicazioni. In
particolare, i revisori hanno considerato la dimensione sociale, economica e
culturale dell'impatto prodotto, la rilevanza dell'iniziativa rispetto al
contesto territoriale o istituzionale, il valore aggiunto generato per i
beneficiari e il contributo scientifico e organizzativo fornito
dall'istituzione proponente. L'obiettivo era misurare la capacità delle
attività di ricerca di produrre effetti concreti al di fuori dell'ambiente
accademico.
La valutazione
dei progetti competitivi internazionali ha seguito una logica diversa. In
questo caso non è stato attribuito un giudizio qualitativo ai singoli progetti,
ma è stata considerata la capacità delle istituzioni di attrarre finanziamenti
attraverso procedure competitive internazionali. Sono stati ammessi
esclusivamente progetti finanziati da organismi esteri e assegnati mediante
valutazione tra pari. L'entità dei finanziamenti ottenuti è stata utilizzata
come indicatore della competitività internazionale delle istituzioni.
Un ulteriore
elemento innovativo è rappresentato dalla valutazione delle infrastrutture di
ricerca. Gli enti che hanno scelto di partecipare a questa componente
sperimentale hanno presentato rapporti dettagliati relativi alle proprie
infrastrutture, che sono stati esaminati considerando la qualità scientifica e
tecnologica, l'impatto economico e sociale, la sostenibilità finanziaria e il
contributo alla formazione di ricercatori e personale tecnico specializzato.
Per sintetizzare
i risultati della valutazione, ANVUR ha sviluppato un articolato sistema di
indicatori. Tra questi assumono particolare rilevanza gli indicatori
IRAS (Indicatori di Risultato dell'Attività Scientifica), utilizzati
per confrontare le performance delle istituzioni tenendo conto sia della
qualità sia della dimensione della produzione scientifica. Gli indicatori IRAS
sono stati declinati in diverse componenti: qualità dei prodotti del personale
stabile, qualità dei prodotti dei nuovi assunti o promossi, qualità della formazione
alla ricerca, attività di valorizzazione delle conoscenze e capacità di
attrarre finanziamenti competitivi internazionali.
L'utilizzo degli
indicatori IRAS consente di evitare che la valutazione favorisca
automaticamente le istituzioni più grandi. Le performance vengono infatti
rapportate alle dimensioni delle strutture e alle caratteristiche delle diverse
aree disciplinari, rendendo possibile un confronto più equilibrato tra
università ed enti di ricerca. Questo approccio rappresenta uno degli aspetti
metodologicamente più rilevanti della VQR, poiché combina la valutazione della
qualità scientifica con quella della capacità organizzativa delle istituzioni.
Nel complesso,
la metodologia adottata nella VQR 2020-2024 riflette una concezione
multidimensionale della ricerca. La qualità delle pubblicazioni rimane il
nucleo centrale della valutazione, ma viene integrata da elementi che
riguardano l'impatto sociale, la competitività internazionale, la formazione
del capitale umano e la capacità di trasformare la conoscenza in innovazione.
In questo modo la VQR si configura non soltanto come uno strumento di
misurazione della produzione scientifica, ma come un sistema complesso di
analisi delle performance dell'intero ecosistema della ricerca italiana.
|
Ambito |
Come viene valutato |
Criteri / strumenti utilizzati |
Finalità |
|
Impianto
generale |
Combina
valutazione qualitativa e misurazione quantitativa |
Peer
review informata e indicatori bibliometrici di supporto |
Rappresentare
in modo accurato la qualità della ricerca |
|
Processo
valutativo |
Affidato a
19 GEV, con 723 esperti e oltre 6.700 revisori esterni |
Due
valutatori indipendenti per ciascun prodotto |
Garantire
trasparenza, imparzialità e autonomia scientifica |
|
Prodotti
della ricerca |
Valutazione
tramite giudizio esperto |
Originalità,
metodologia, impatto |
Misurare
la qualità scientifica dei prodotti |
|
Classi di
merito |
Ogni
prodotto è collocato in una classe |
Eccezionale,
Eccellente, Standard, Sufficiente, Scarsa rilevanza / Non accettabile |
Trasformare
il giudizio qualitativo in punteggio |
|
Casi
studio |
Valutazione
dell’impatto fuori dall’ambito accademico |
Impatto
sociale, economico e culturale; rilevanza territoriale; valore per i
beneficiari |
Misurare
la valorizzazione delle conoscenze |
|
Progetti
competitivi internazionali |
Non si
valuta il singolo progetto, ma la capacità di attrarre fondi |
Finanziamenti
esteri, bandi competitivi, peer review internazionale |
Misurare
la competitività internazionale |
|
Infrastrutture
di ricerca |
Valutazione
sperimentale dei rapporti presentati dagli enti |
Qualità
scientifica, impatto economico-sociale, sostenibilità finanziaria |
Valutare
infrastrutture strategiche per la ricerca |
|
Indicatori
IRAS |
Sintetizzano
i risultati della valutazione |
Qualità,
dimensione dell’istituzione, area disciplinare |
Confrontare
le performance evitando vantaggi automatici per gli enti più grandi |
|
Obiettivo
complessivo |
Integrare
qualità scientifica, impatto e capacità organizzativa |
Indicatori
qualitativi e quantitativi combinati |
Offrire
una lettura multidimensionale della ricerca italiana |
4. Risultati principali sulla qualità della ricerca
L’analisi dei
risultati della VQR 2020-2024 evidenzia un quadro complessivamente positivo
dell’evoluzione della ricerca italiana. Pur nella consapevolezza che ogni
esercizio valutativo presenta differenze metodologiche che rendono difficili
confronti perfettamente omogenei nel tempo, il Rapporto ANVUR mostra una
tendenza ormai consolidata: la qualità media della ricerca prodotta dalle
istituzioni italiane continua a mantenersi elevata e, soprattutto, si osserva
una progressiva riduzione delle differenze tra le diverse università e gli enti
di ricerca.
Uno degli
aspetti più interessanti emersi dalla VQR riguarda infatti la crescente
omogeneità del sistema. Nei primi esercizi valutativi le differenze tra le
istituzioni apparivano molto marcate: accanto a un gruppo ristretto di atenei
altamente performanti si trovavano università che presentavano risultati
significativamente inferiori alla media nazionale. Nel corso degli anni,
tuttavia, il sistema ha mostrato una graduale convergenza. Le istituzioni
tradizionalmente più forti hanno mantenuto livelli qualitativi elevati, ma
molte università di dimensioni medie e piccole hanno progressivamente
migliorato la propria capacità di produrre ricerca competitiva.
Questa
convergenza è il risultato di diversi fattori. Da un lato, la diffusione di
pratiche valutative sempre più strutturate ha contribuito a rafforzare
l’attenzione verso la qualità della produzione scientifica. Dall’altro,
l’introduzione di meccanismi premiali collegati ai risultati della ricerca ha
incentivato gli atenei a investire maggiormente nell’organizzazione della
ricerca, nelle politiche di reclutamento e nell’internazionalizzazione.
La VQR conferma
inoltre che la qualità della ricerca italiana non è concentrata esclusivamente
in pochi poli accademici. Sebbene le grandi università continuino a
rappresentare una quota importante della produzione scientifica nazionale,
risultati positivi emergono anche in numerosi atenei territoriali e in diversi
enti pubblici di ricerca. Ciò suggerisce che il sistema italiano dispone oggi
di una base scientifica relativamente diffusa, capace di garantire livelli
qualitativi adeguati in gran parte del territorio nazionale.
Dal punto di
vista metodologico, i risultati sono stati sintetizzati attraverso le classi di
merito attribuite ai prodotti della ricerca. Le categorie di valutazione
previste dal bando – Eccezionale, Eccellente, Standard, Sufficiente e Scarsa
rilevanza – consentono di misurare non soltanto la presenza dell’eccellenza
scientifica, ma anche la distribuzione complessiva della qualità all’interno
del sistema. Proprio l’analisi di questa distribuzione mostra come la quota di
prodotti collocati nelle classi intermedie e superiori sia aumentata rispetto
ai precedenti esercizi, segnalando un rafforzamento generale della qualità
media della ricerca.
Per comprendere
la logica interpretativa dei risultati è utile osservare la distribuzione
teorica delle classi di merito utilizzate dalla VQR.
L’aspetto più
rilevante non è tanto la presenza di prodotti classificati come “Eccezionali”,
quanto il progressivo spostamento di una parte consistente della produzione
scientifica verso le categorie superiori della scala valutativa. Ciò indica che
il miglioramento della ricerca italiana non riguarda soltanto poche eccellenze,
ma coinvolge in misura crescente l’intero sistema.
Particolarmente
significativo è anche il risultato ottenuto nei profili relativi al
reclutamento e alla formazione alla ricerca. La VQR mostra che i ricercatori
assunti o promossi nel periodo considerato raggiungono frequentemente livelli
qualitativi comparabili a quelli del personale già strutturato. Questo elemento
suggerisce una buona capacità del sistema universitario di selezionare nuove
risorse umane e di valorizzare giovani studiosi competitivi a livello
internazionale.
Un altro segnale
positivo emerge dall’analisi dei prodotti presentati dai dottori di ricerca
formati nelle università italiane. L’introduzione di questo indicatore consente
di osservare indirettamente l’efficacia del sistema di dottorato nazionale. I
risultati mostrano che molte istituzioni riescono non soltanto a produrre
ricerca di qualità, ma anche a formare nuove generazioni di ricercatori in
grado di contribuire significativamente all’avanzamento della conoscenza.
La valutazione
delle attività di valorizzazione delle conoscenze offre ulteriori elementi di
riflessione. L’elevato numero di casi studio presentati testimonia una
crescente attenzione delle università verso l’impatto sociale della ricerca. In
passato il successo scientifico era misurato quasi esclusivamente attraverso
pubblicazioni e citazioni; oggi emerge una visione più ampia, che considera
anche il trasferimento tecnologico, il public engagement, la collaborazione con
le istituzioni pubbliche e il contributo alla soluzione di problemi economici e
sociali.
I risultati
relativi ai progetti competitivi internazionali confermano inoltre il
progressivo inserimento della ricerca italiana nelle reti globali della
conoscenza. La partecipazione ai programmi europei e internazionali rappresenta
infatti uno dei principali indicatori di competitività scientifica. La capacità
di attrarre finanziamenti esteri e di coordinare progetti complessi dimostra
che numerosi gruppi di ricerca italiani sono ormai pienamente integrati nei
circuiti internazionali dell’innovazione.
Nel complesso,
la VQR 2020-2024 restituisce l’immagine di un sistema della ricerca maturo e in
progressivo consolidamento. Permangono differenze tra aree disciplinari,
territori e istituzioni, ma la distanza tra le performance migliori e quelle
mediane tende progressivamente a ridursi. La ricerca italiana appare quindi
caratterizzata da una crescente convergenza verso standard qualitativi elevati,
con una diffusione più ampia delle competenze scientifiche e una maggiore
capacità di competere nei contesti internazionali. Tale evoluzione rappresenta
probabilmente uno dei risultati più significativi emersi dopo oltre quindici
anni di valutazione sistematica della ricerca nel nostro Paese.
|
Aspetto analizzato |
Evidenza emersa |
Significato per il sistema della ricerca |
|
Qualità
media della ricerca |
La qualità
complessiva rimane elevata |
Il sistema
italiano mantiene una buona capacità scientifica |
|
Differenze
tra istituzioni |
Le
distanze tra atenei ed enti tendono a ridursi |
Cresce
l’omogeneità del sistema nazionale |
|
Convergenza
delle performance |
Atenei
medi e piccoli migliorano progressivamente |
La qualità
non è concentrata solo nei grandi poli |
|
Grandi
università |
Mantengono
livelli qualitativi elevati |
Restano
centrali nella produzione scientifica nazionale |
|
Atenei
territoriali |
Mostrano
risultati positivi e crescente competitività |
La ricerca
di qualità è più diffusa sul territorio |
|
Classi di
merito |
Aumenta il
peso delle classi intermedie e superiori |
Si
rafforza la qualità media della produzione scientifica |
|
Prodotti
“Eccezionali” |
Non sono
l’unico indicatore rilevante |
Conta
soprattutto lo spostamento complessivo verso livelli più alti |
|
Reclutamento |
I nuovi
assunti e promossi raggiungono risultati comparabili al personale stabile |
Il sistema
mostra capacità di selezionare risorse qualificate |
|
Formazione
alla ricerca |
I dottori
di ricerca contribuiscono positivamente alla produzione scientifica |
Il
dottorato conferma il proprio ruolo nella formazione di capitale umano |
|
Valorizzazione
delle conoscenze |
Cresce
l’attenzione verso casi studio e impatto sociale |
La ricerca
viene valutata anche per i suoi effetti esterni |
|
Progetti
internazionali |
Aumenta
l’integrazione nelle reti globali della ricerca |
Le
istituzioni italiane rafforzano la propria competitività internazionale |
|
Valutazione
complessiva |
Sistema
maturo, più omogeneo e in consolidamento |
La ricerca
italiana converge verso standard qualitativi più elevati |
5. Efficienza del sistema universitario italiano
Uno degli
aspetti più interessanti che emergono dalla VQR 2020-2024 riguarda il rapporto
tra risultati conseguiti e risorse disponibili. L’analisi dei dati suggerisce
infatti una considerazione apparentemente paradossale: il sistema universitario
e della ricerca italiano continua a produrre risultati scientifici competitivi
a livello internazionale nonostante operi in condizioni finanziarie spesso meno
favorevoli rispetto a quelle di molti Paesi concorrenti. La ricerca italiana
dimostra quindi una notevole capacità di generare output scientifici di
qualità, ma lo fa frequentemente attraverso un utilizzo intensivo delle risorse
umane e organizzative disponibili.
La dimensione
stessa della VQR offre una prima indicazione di questa capacità produttiva. Il
sistema ha coinvolto quasi 76.000 ricercatori, ha valutato circa 200.000
prodotti scientifici e ha registrato oltre 6.800 progetti competitivi
internazionali. Numeri di questa portata testimoniano una notevole vitalità
scientifica e una diffusa partecipazione alla produzione di conoscenza.
Tuttavia, tali risultati devono essere letti alla luce del contesto nel quale
vengono prodotti.
Un elemento
spesso evidenziato dagli studi internazionali riguarda il livello relativamente
contenuto degli investimenti italiani in ricerca e sviluppo rispetto alle
principali economie avanzate. Pur senza entrare nel dettaglio delle statistiche
macroeconomiche, è noto che l’Italia investe una quota del proprio prodotto
interno lordo in ricerca inferiore rispetto a Paesi come Germania, Francia o
Stati Uniti. Di conseguenza, università ed enti di ricerca sono chiamati a
raggiungere standard sempre più elevati in termini di pubblicazioni,
internazionalizzazione, partecipazione a bandi competitivi e trasferimento
tecnologico senza poter contare su una crescita proporzionale delle risorse
disponibili.
Per comprendere
il problema è utile osservare la molteplicità degli obiettivi oggi richiesti
alle università.
Se in passato il
successo di un’università era misurato principalmente attraverso la qualità
della ricerca e dell’insegnamento, oggi le istituzioni devono contemporaneamente
pubblicare, attrarre fondi competitivi, sviluppare brevetti, sostenere
spin-off, partecipare a reti internazionali, promuovere attività di public
engagement e dimostrare impatti sociali misurabili. La VQR 2020-2024 riflette
chiaramente questa trasformazione, ampliando progressivamente gli ambiti
sottoposti a valutazione.
Da questo punto
di vista il sistema universitario italiano mostra un livello di efficienza
elevato. La capacità di produrre una quantità significativa di risultati
scientifici con risorse relativamente limitate suggerisce l’esistenza di un
forte capitale umano e di una notevole resilienza organizzativa. Molti gruppi
di ricerca riescono infatti a competere con successo nei programmi europei, a
pubblicare sulle principali riviste internazionali e a mantenere standard
qualitativi elevati pur operando in contesti finanziariamente meno favorevoli
rispetto ai concorrenti stranieri.
Tuttavia, questa
efficienza presenta anche alcuni elementi di criticità. Un sistema che produce
molto con poche risorse può apparire virtuoso nel breve periodo, ma rischia di
incontrare limiti strutturali nel medio e lungo termine. La pressione crescente
sulla produttività scientifica può generare effetti indesiderati, come
l’aumento del carico amministrativo sui ricercatori, la riduzione del tempo
dedicato alla ricerca di base e una crescente dipendenza dai finanziamenti
competitivi esterni.
Particolarmente
rilevante è il tema del reclutamento. La VQR mostra risultati positivi per
quanto riguarda la qualità dei nuovi ricercatori assunti o promossi, ma ciò non
elimina il problema del ricambio generazionale. In molte discipline il numero
di posizioni disponibili rimane inferiore rispetto al potenziale formativo
prodotto dal sistema universitario. Ne consegue che una parte significativa dei
giovani ricercatori è costretta a percorsi professionali caratterizzati da
elevata precarietà oppure sceglie di trasferirsi all’estero, contribuendo
indirettamente ai sistemi scientifici di altri Paesi.
Anche la
capacità di attrarre finanziamenti competitivi, pur rappresentando un punto di
forza, evidenzia una possibile fragilità. I progetti internazionali consentono
infatti di integrare le risorse disponibili e di sostenere attività di ricerca
avanzata, ma non possono sostituire un finanziamento strutturale adeguato. La
crescente dipendenza dai bandi competitivi rischia di orientare la ricerca
verso temi immediatamente finanziabili, riducendo gli spazi per attività
esplorative e di lungo periodo che storicamente hanno prodotto alcune delle
innovazioni più importanti.
Un ulteriore
elemento critico riguarda il rapporto tra qualità scientifica e trasferimento
tecnologico. La VQR conferma che l’Italia possiede una comunità scientifica
capace di produrre ricerca di livello internazionale. Tuttavia, la
trasformazione di questa conoscenza in innovazione economica rimane meno
efficace rispetto a quanto avviene in altri sistemi avanzati. In molti casi la
ricerca genera pubblicazioni di alto livello ma incontra maggiori difficoltà
nel tradursi in brevetti, start-up tecnologiche o applicazioni industriali.
Questo fenomeno non dipende esclusivamente dalle università, ma riflette anche
la struttura del sistema produttivo nazionale e il livello degli investimenti
privati in ricerca e sviluppo.
La lettura
complessiva dei risultati della VQR suggerisce quindi una valutazione
articolata. Da un lato emerge un sistema universitario che continua a
dimostrare elevata produttività scientifica, capacità di adattamento e
competitività internazionale. Dall’altro lato appare evidente che tali
risultati vengono raggiunti attraverso uno sforzo organizzativo e professionale
molto intenso, spesso non accompagnato da un adeguato rafforzamento delle
risorse disponibili.
La principale
lezione che emerge dall’esercizio valutativo è che la qualità della ricerca
italiana non rappresenta un problema. Il vero nodo riguarda piuttosto la
sostenibilità di lungo periodo di un modello che continua a chiedere risultati
sempre più ambiziosi senza garantire una crescita proporzionale dei
finanziamenti, delle infrastrutture e delle opportunità di reclutamento. In
questo senso, la VQR non fotografa soltanto il successo della ricerca italiana,
ma mette anche in evidenza il rischio che l’elevata efficienza del sistema
possa trasformarsi, nel tempo, in un fattore di vulnerabilità se non
accompagnata da politiche di investimento più robuste e strutturali.
|
Aspetto analizzato |
Evidenza principale |
Lettura critica |
|
Rapporto
risultati/risorse |
Il sistema
produce risultati scientifici competitivi nonostante risorse limitate |
Alta
efficienza, ma sostenibilità incerta nel lungo periodo |
|
Dimensione
della produzione |
Quasi
76.000 ricercatori, circa 200.000 prodotti scientifici e oltre 6.800 progetti
internazionali |
Forte
vitalità scientifica e ampia partecipazione alla produzione di conoscenza |
|
Investimenti
in ricerca |
L’Italia
investe meno in ricerca e sviluppo rispetto a molte economie avanzate |
Le
università devono raggiungere standard elevati con risorse inferiori |
|
Obiettivi
richiesti agli atenei |
Pubblicazioni,
fondi competitivi, brevetti, spin-off, reti internazionali, public engagement
e impatto sociale |
Le
funzioni richieste alle università sono aumentate molto nel tempo |
|
Capitale
umano |
Ricercatori
e strutture accademiche compensano la scarsità di risorse con elevato impegno |
Il sistema
si regge su resilienza organizzativa e intensità del lavoro |
|
Pressione
sulla produttività |
Crescono
carico amministrativo, gestione dei progetti e dipendenza dai bandi |
Rischio di
riduzione del tempo dedicato alla ricerca di base |
|
Reclutamento |
I nuovi
ricercatori mostrano buoni risultati, ma le posizioni disponibili restano
insufficienti |
Il
ricambio generazionale rimane fragile e può alimentare precarietà o fuga
all’estero |
|
Fondi
competitivi |
I progetti
internazionali integrano le risorse disponibili |
Non
possono sostituire un finanziamento strutturale stabile |
|
Trasferimento
tecnologico |
La ricerca
italiana è di qualità, ma fatica a generare brevetti, start-up e applicazioni
industriali |
Il
problema non è la qualità scientifica, ma la trasformazione della conoscenza
in innovazione |
|
Valutazione
complessiva |
Il sistema
è produttivo, adattivo e competitivo |
L’elevata
efficienza può diventare vulnerabilità senza investimenti più robusti |
|
Nodo centrale |
Si
chiedono risultati sempre più ambiziosi senza pari crescita di finanziamenti,
infrastrutture e reclutamento |
La
sostenibilità del sistema è la vera questione strategica |
6. Efficacia della ricerca: dal prodotto scientifico
all’impatto reale
Per molti anni
la valutazione della ricerca universitaria è stata identificata quasi
esclusivamente con la misurazione della produzione scientifica. Pubblicazioni,
citazioni e indicatori bibliometrici rappresentavano i principali strumenti
attraverso cui determinare la qualità di università e centri di ricerca. La VQR
2020-2024 segna invece un ulteriore passaggio verso una concezione più ampia
dell’efficacia della ricerca, distinguendo chiaramente tra la capacità di
produrre conoscenza e la capacità di trasformare tale conoscenza in benefici
concreti per la società, l’economia, le istituzioni e il sistema tecnologico.
Questa
distinzione è fondamentale. Un articolo pubblicato su una rivista scientifica
internazionale rappresenta certamente un risultato importante dal punto di
vista accademico, ma non necessariamente produce effetti immediati sul sistema
produttivo o sul benessere collettivo. Allo stesso modo, una ricerca può
incidere in modo rilevante sulla qualità delle politiche pubbliche, sulla
salute dei cittadini, sull’educazione o sulla sostenibilità ambientale senza
generare un numero elevato di citazioni. L’efficacia della ricerca non coincide
quindi soltanto con la sua visibilità scientifica, ma riguarda la sua capacità
di produrre cambiamenti reali.
La VQR 2020-2024
affronta questo tema attraverso l’introduzione di una valutazione specifica
delle attività di valorizzazione delle conoscenze. Le istituzioni hanno
presentato 858 casi studio, riferiti a diversi ambiti di intervento:
trasferimento tecnologico, produzione e gestione di beni pubblici, public
engagement, scienze della vita e salute, sostenibilità ambientale, inclusione e
contrasto alle diseguaglianze. Questi casi studio non misurano semplicemente la
quantità della ricerca prodotta, ma cercano di valutare il modo in cui essa
viene utilizzata e il tipo di valore che genera all’esterno dell’università.
L’impatto
economico rappresenta una prima dimensione dell’efficacia. La ricerca può
contribuire alla crescita della produttività, alla competitività delle imprese
e alla creazione di nuove attività economiche. Questo avviene, ad esempio,
quando un risultato scientifico si trasforma in un brevetto, in una licenza, in
una collaborazione industriale, in uno spin-off universitario o in un nuovo
processo produttivo. Tuttavia, il passaggio dalla pubblicazione all’innovazione
economica non è automatico. Molte università italiane producono ricerca di
qualità, ma incontrano ancora difficoltà nel trasformare tale conoscenza in
tecnologie commercializzabili o in imprese innovative. Questo limite dipende
sia da fattori interni al sistema accademico, sia dalla struttura del tessuto
produttivo italiano, composto in larga parte da piccole e medie imprese con
capacità di investimento in ricerca spesso limitate.
Una seconda
dimensione è l’impatto sociale. In questo caso il valore della ricerca non si
misura attraverso ricavi economici o brevetti, ma attraverso il miglioramento
delle condizioni di vita delle persone. Le università possono contribuire alla
prevenzione sanitaria, alla lotta contro le diseguaglianze, alla tutela
dell’ambiente, alla qualità dell’educazione, all’inclusione sociale e alla
gestione dei rischi collettivi. La ricerca nelle scienze mediche, sociali,
educative e ambientali produce spesso effetti che non sono immediatamente
monetizzabili, ma che risultano essenziali per la coesione e il benessere della
società.
La terza
dimensione riguarda l’impatto istituzionale. Molte attività di ricerca offrono
strumenti conoscitivi utili alla definizione delle politiche pubbliche e al
miglioramento dell’azione amministrativa. Studi economici, giuridici,
statistici, sociali e territoriali possono orientare decisioni legislative,
regolamenti, programmi pubblici e strategie di intervento. In questi casi la
ricerca agisce come supporto alla qualità delle decisioni collettive. Il suo
valore non consiste nella produzione di un bene commerciale, ma nella capacità
di rendere più informate, efficaci e responsabili le scelte delle istituzioni.
La quarta
dimensione è quella tecnologica. Essa riguarda la capacità di trasformare
conoscenza scientifica in strumenti, dispositivi, piattaforme, infrastrutture e
soluzioni applicative. È l’ambito nel quale il rapporto tra università, imprese
e investitori diventa particolarmente importante. Il trasferimento tecnologico
richiede infatti competenze specifiche, uffici dedicati, capacità brevettuale,
risorse per la prototipazione e collegamenti stabili con il mercato. Senza
questi elementi, anche risultati scientifici di grande qualità rischiano di
rimanere confinati all’interno della letteratura accademica.
Il punto
centrale è che pubblicazione scientifica e impatto reale appartengono a due
fasi diverse del ciclo della conoscenza. La pubblicazione serve a validare e
diffondere i risultati all’interno della comunità scientifica; l’impatto reale
richiede invece ulteriori passaggi, come il trasferimento, l’adattamento,
l’applicazione e l’utilizzo da parte di soggetti esterni. Non tutta la ricerca
deve necessariamente produrre effetti immediati, perché la ricerca di base
conserva un valore essenziale anche quando non ha applicazioni dirette nel
breve periodo. Tuttavia, un sistema universitario efficace deve essere capace
di mantenere insieme entrambe le dimensioni: eccellenza scientifica e capacità
di generare valore pubblico.
In questa
prospettiva, la VQR 2020-2024 mostra un cambiamento importante nel modo di
intendere la qualità della ricerca. Non basta più chiedersi quanto si pubblica
o dove si pubblica; diventa necessario interrogarsi anche su cosa accade dopo la
produzione della conoscenza. La ricerca universitaria è davvero efficace quando
riesce a contribuire contemporaneamente all’avanzamento scientifico,
all’innovazione tecnologica, alla qualità delle politiche pubbliche, alla
crescita economica e al miglioramento della società. Questa è una delle sfide
centrali per il futuro del sistema italiano della ricerca.
|
Dimensione |
Cosa misura |
Esempi concreti |
Criticità principale |
|
Produzione
scientifica |
Capacità
di generare nuova conoscenza |
Articoli,
monografie, citazioni, indicatori bibliometrici |
Non sempre
produce effetti immediati fuori dall’ambito accademico |
|
Valorizzazione
delle conoscenze |
Capacità
di usare la ricerca per generare valore esterno |
858 casi
studio su trasferimento tecnologico, beni pubblici, public engagement, salute
e sostenibilità |
Richiede
criteri diversi rispetto alla semplice valutazione delle pubblicazioni |
|
Impatto
economico |
Contributo
alla crescita, alla produttività e alla competitività delle imprese |
Brevetti,
licenze, spin-off, collaborazioni industriali, nuovi processi produttivi |
Il
passaggio dalla pubblicazione all’innovazione economica non è automatico |
|
Impatto
sociale |
Miglioramento
delle condizioni di vita e del benessere collettivo |
Prevenzione
sanitaria, inclusione sociale, tutela ambientale, educazione, gestione dei
rischi |
Effetti
spesso difficili da monetizzare o misurare con indicatori tradizionali |
|
Impatto
istituzionale |
Supporto
alla qualità delle decisioni pubbliche |
Studi per
politiche pubbliche, regolamenti, programmi territoriali, strategie
amministrative |
Il valore
è indiretto e non sempre visibile nel breve periodo |
|
Impatto
tecnologico |
Trasformazione
della conoscenza in strumenti e soluzioni applicative |
Dispositivi,
piattaforme, infrastrutture, prototipi, tecnologie commercializzabili |
Servono
competenze, brevetti, prototipazione e collegamenti con il mercato |
|
Pubblicazione
scientifica |
Validazione
e diffusione dei risultati nella comunità scientifica |
Riviste
internazionali, peer review, citazioni |
Misura la
qualità accademica, ma non necessariamente l’impatto reale |
|
Impatto
reale |
Utilizzo
della conoscenza da parte di soggetti esterni |
Applicazioni
sociali, economiche, tecnologiche e istituzionali |
Richiede
trasferimento, adattamento e uso concreto dei risultati |
|
Ricerca di
base |
Produzione
di conoscenza senza applicazioni immediate |
Studi
teorici, sperimentazioni di lungo periodo, nuove metodologie |
Può
generare valore solo nel medio-lungo periodo |
|
Sfida
futura |
Tenere
insieme eccellenza scientifica e valore pubblico |
Ricerca di
qualità + innovazione + impatto sociale |
Evitare
che la ricerca resti confinata nella sola produzione accademica |
7. Terza missione e valorizzazione delle conoscenze
Uno degli
aspetti più innovativi della VQR 2020-2024 riguarda il superamento del
tradizionale concetto di “terza missione” e la sua
sostituzione con quello di “valorizzazione delle conoscenze”.
Questa evoluzione terminologica non rappresenta una semplice modifica
lessicale, ma riflette un cambiamento più profondo nel modo di concepire il
ruolo delle università e degli enti di ricerca all’interno della società
contemporanea.
Tradizionalmente,
le università sono state identificate attraverso due funzioni fondamentali: la
didattica e la ricerca. A partire dagli anni Duemila si è progressivamente
affermata l’idea di una terza funzione, definita appunto “terza missione”,
finalizzata a promuovere il trasferimento dei risultati della ricerca verso la
società e il sistema produttivo. In questa prospettiva, l’università non è
soltanto un luogo di produzione e trasmissione della conoscenza, ma anche un
attore capace di contribuire direttamente allo sviluppo economico, sociale e
culturale dei territori.
Con il passare
del tempo, tuttavia, il concetto di terza missione ha mostrato alcuni limiti
interpretativi. Da un lato, il termine suggeriva una separazione netta tra le
attività tradizionali dell’università e quelle rivolte alla società.
Dall’altro, tendeva a privilegiare soprattutto le iniziative di trasferimento
tecnologico, rischiando di sottovalutare altre forme di impatto pubblico della
ricerca. Per questa ragione ANVUR ha scelto di adottare una prospettiva più
ampia, introducendo il concetto di valorizzazione delle conoscenze.
La
valorizzazione delle conoscenze parte da un presupposto diverso: la produzione
scientifica genera valore non soltanto quando produce innovazioni tecnologiche
o ritorni economici, ma anche quando contribuisce alla crescita culturale, alla
qualità delle istituzioni, alla coesione sociale e alla sostenibilità
ambientale. In questa visione, il rapporto tra università e società non
rappresenta una funzione separata rispetto alla ricerca e alla didattica, ma
costituisce una naturale estensione delle attività accademiche.
Nella VQR
2020-2024 le attività di valorizzazione delle conoscenze sono state valutate
attraverso 858 casi studio, distribuiti in cinque grandi aree
tematiche: trasferimento tecnologico, produzione e gestione di beni pubblici,
public engagement, salute e scienze della vita, sostenibilità ambientale e
inclusione sociale. Questa classificazione evidenzia chiaramente la volontà di
superare una visione esclusivamente economica dell’impatto universitario.
Il trasferimento
tecnologico continua a rappresentare una componente centrale della
valorizzazione delle conoscenze. Esso comprende tutte quelle attività che
consentono di trasformare i risultati della ricerca in applicazioni
utilizzabili da imprese, organizzazioni pubbliche e cittadini. Brevetti,
licenze, accordi di collaborazione industriale, spin-off universitari e
progetti di innovazione costituiscono gli strumenti più noti attraverso cui la
ricerca accademica entra nel sistema economico.
Negli ultimi
anni molte università italiane hanno investito significativamente nel
rafforzamento degli uffici di trasferimento tecnologico, nella tutela della
proprietà intellettuale e nella creazione di ecosistemi dell’innovazione.
Tuttavia, rispetto ai principali sistemi universitari internazionali,
permangono margini di miglioramento nella capacità di trasformare la ricerca in
innovazione industriale e crescita economica. La VQR riconosce comunque che il
trasferimento tecnologico rappresenta solo una delle possibili modalità
attraverso cui la conoscenza produce valore.
Un secondo
ambito di particolare rilievo riguarda la produzione e gestione di beni
pubblici. In questa categoria rientrano tutte quelle attività che
contribuiscono al miglioramento del patrimonio collettivo e al funzionamento
delle istituzioni. Le università partecipano frequentemente alla conservazione
del patrimonio culturale, alla tutela dell’ambiente, alla gestione di archivi,
biblioteche, musei e infrastrutture scientifiche. Inoltre, molti gruppi di
ricerca collaborano con amministrazioni pubbliche, enti territoriali e
organismi internazionali per sviluppare strumenti utili alla definizione delle
politiche pubbliche.
Questa
dimensione è particolarmente importante perché evidenzia come il valore
generato dalla ricerca non debba essere necessariamente misurato in termini
economici. In molti casi il contributo delle università consiste nel migliorare
la qualità delle decisioni pubbliche, preservare beni collettivi o accrescere
il capitale culturale di una comunità. Si tratta di benefici difficilmente
quantificabili attraverso indicatori finanziari, ma fondamentali per lo
sviluppo di una società avanzata.
Un terzo
pilastro della valorizzazione delle conoscenze è rappresentato dal public
engagement, cioè dall’insieme delle attività attraverso cui le
università dialogano direttamente con la società. Conferenze pubbliche,
festival scientifici, attività divulgative, citizen science, collaborazioni con
scuole, associazioni e organizzazioni del terzo settore rappresentano esempi
concreti di questo approccio.
Il public
engagement risponde alla crescente esigenza di rendere la conoscenza scientifica
accessibile ai cittadini. In un contesto caratterizzato dalla diffusione di
informazioni non sempre affidabili, la capacità delle università di comunicare
in modo efficace i risultati della ricerca assume una rilevanza strategica. Non
si tratta soltanto di divulgare contenuti scientifici, ma anche di costruire un
rapporto di fiducia tra istituzioni accademiche e società civile.
L’attenzione
attribuita al public engagement nella VQR riflette inoltre una concezione più
partecipativa della produzione della conoscenza. I cittadini non vengono
considerati semplicemente destinatari passivi dell’attività scientifica, ma
possono diventare interlocutori attivi nei processi di ricerca, contribuendo
all’identificazione dei problemi e alla diffusione dei risultati.
Nel complesso,
il passaggio dalla terza missione alla valorizzazione delle conoscenze
rappresenta un cambiamento significativo nella cultura della valutazione
universitaria. L’obiettivo non è più soltanto misurare la capacità delle
università di trasferire tecnologia alle imprese, ma valutare l’insieme dei
benefici che la ricerca genera per la società. Questa prospettiva consente di
riconoscere il valore di attività molto diverse tra loro, accomunate dalla
capacità di trasformare la conoscenza in un bene pubblico.
La VQR 2020-2024
evidenzia quindi una visione dell’università più ampia e moderna. Accanto alla
produzione scientifica e alla formazione, emerge con forza il ruolo delle
istituzioni accademiche come attori dello sviluppo economico, culturale e sociale.
La valorizzazione delle conoscenze diventa così il punto di incontro tra
ricerca, innovazione e responsabilità pubblica, contribuendo a ridefinire il
significato stesso della missione dell’università nel XXI secolo.
|
Elemento |
Terza Missione (approccio tradizionale) |
Valorizzazione delle conoscenze (VQR 2020-2024) |
|
Obiettivo
principale |
Trasferire
risultati della ricerca alla società e alle imprese |
Generare
valore economico, sociale, culturale e istituzionale |
|
Visione
dell’università |
Didattica
+ Ricerca + funzione aggiuntiva |
Sistema
integrato in cui ricerca, didattica e impatto sono interconnessi |
|
Focus
prevalente |
Trasferimento
tecnologico |
Impatto
multidimensionale della conoscenza |
|
Beneficiari
principali |
Imprese e
sistema produttivo |
Imprese,
istituzioni, cittadini, territori e comunità |
|
Logica di
valutazione |
Prevalentemente
economica e tecnologica |
Economica,
sociale, culturale, ambientale e istituzionale |
|
Ruolo
della ricerca |
Produzione
di risultati trasferibili |
Produzione
di valore pubblico in molteplici forme |
8. Brevetti, spin-off e trasferimento tecnologico: il
nodo debole
Se la VQR
2020-2024 restituisce l’immagine di un sistema universitario capace di produrre
ricerca di buona qualità e di mantenere una posizione competitiva nel panorama
scientifico internazionale, emerge tuttavia una criticità che accompagna da
anni il sistema italiano della ricerca: la difficoltà di trasformare la
conoscenza scientifica in innovazione economica e tecnologica. In altre parole,
l’Italia pubblica molto, ma spesso fatica a convertire i risultati della
ricerca in brevetti, nuove imprese, prodotti industriali e tecnologie capaci di
generare valore sul mercato.
Questo problema
non riguarda la qualità della ricerca. Le università italiane partecipano con
successo ai principali programmi internazionali, pubblicano sulle riviste più
prestigiose e contribuiscono in maniera significativa all’avanzamento delle
conoscenze in numerosi settori scientifici. Il nodo critico si colloca invece
nella fase successiva, quella che collega la produzione scientifica al sistema
produttivo e alla capacità di creare innovazione.
Il trasferimento
tecnologico rappresenta il meccanismo attraverso cui una scoperta scientifica
può diventare una tecnologia utilizzabile da imprese, istituzioni o cittadini.
In teoria, il percorso dovrebbe essere relativamente lineare: la ricerca genera
nuove conoscenze, queste vengono protette attraverso brevetti o altre forme di
proprietà intellettuale, successivamente vengono sviluppate applicazioni
industriali e infine vengono introdotte sul mercato sotto forma di prodotti,
servizi o processi innovativi. Nella pratica, tuttavia, questo passaggio
risulta molto più complesso e costituisce uno dei principali punti deboli del
sistema italiano.
Una delle prime
criticità riguarda il numero relativamente contenuto di brevetti prodotti
rispetto al volume complessivo della ricerca. Molti risultati scientifici
restano confinati all’interno della letteratura accademica e non vengono
adeguatamente valorizzati dal punto di vista industriale. In alcuni casi i
ricercatori non possiedono competenze specifiche in materia di proprietà
intellettuale; in altri casi le università non dispongono di strutture
sufficientemente sviluppate per accompagnare il processo di brevettazione e
commercializzazione.
Negli ultimi
anni gli atenei hanno investito nella creazione di Technology Transfer Office
(TTO), incubatori e uffici dedicati alla valorizzazione della ricerca.
Tuttavia, tali strutture risultano spesso sottodimensionate rispetto alle
esigenze di un sistema che produce ogni anno migliaia di risultati scientifici
potenzialmente trasferibili al mercato. La conseguenza è che molte innovazioni
non superano la cosiddetta “valle della morte”, ossia quella fase intermedia
tra la scoperta scientifica e la realizzazione di un prodotto economicamente
sostenibile.
Un secondo
elemento riguarda gli spin-off universitari. Queste imprese rappresentano uno
degli strumenti più efficaci per trasformare i risultati della ricerca in
attività economiche innovative. Negli ultimi anni il loro numero è cresciuto,
segnalando una maggiore attenzione verso l’imprenditorialità accademica.
Tuttavia, il fenomeno rimane ancora limitato rispetto al potenziale espresso
dal sistema universitario italiano.
Molti spin-off
nascono infatti in condizioni di forte fragilità finanziaria. Le università
dispongono raramente di fondi significativi destinati alle fasi iniziali di
sviluppo, mentre il mercato del venture capital italiano resta meno sviluppato
rispetto a quello presente negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in alcuni Paesi
del Nord Europa. Di conseguenza, numerose iniziative imprenditoriali nate dalla
ricerca faticano a trovare le risorse necessarie per trasformarsi in imprese
mature e competitive.
Il problema non
riguarda soltanto il finanziamento. Esiste anche una questione culturale. Per
lungo tempo il sistema universitario italiano ha premiato prevalentemente la
produzione scientifica, mentre attività come la brevettazione, la creazione di
imprese innovative o la collaborazione industriale hanno ricevuto minore
riconoscimento nelle carriere accademiche. Sebbene la situazione stia
progressivamente cambiando, permane una distinzione culturale tra ricerca
accademica e attività imprenditoriale che in altri contesti internazionali
appare molto meno marcata.
Particolarmente
evidente è il confronto con i grandi ecosistemi dell’innovazione
internazionale. Università come Stanford, MIT, Oxford o Cambridge non si
limitano a produrre eccellente ricerca scientifica, ma operano come veri e
propri motori di sviluppo economico. Intorno a queste istituzioni si sono
sviluppati ecosistemi nei quali università, imprese, investitori e
amministrazioni pubbliche collaborano stabilmente. In tali contesti il
passaggio dalla scoperta scientifica al mercato è facilitato dalla presenza di
capitale di rischio, competenze manageriali e infrastrutture dedicate
all’innovazione.
In Italia,
invece, la collaborazione tra università e imprese continua a essere meno
intensa e più frammentata. Molte aziende investono poco in ricerca e sviluppo e
mostrano una limitata capacità di assorbire innovazione proveniente dal mondo
accademico. Ne deriva un paradosso: il sistema universitario produce conoscenza
di qualità, ma il sistema economico non sempre riesce a trasformarla in crescita,
produttività e vantaggio competitivo.
La stessa VQR
2020-2024 riconosce implicitamente questa criticità attraverso la crescente
attenzione dedicata alla valorizzazione delle conoscenze e al trasferimento
tecnologico. L’inclusione dei casi studio relativi all’impatto economico e
sociale della ricerca rappresenta il tentativo di spostare l’attenzione dalla
sola produzione scientifica alla capacità di generare effetti concreti.
Tuttavia, la misurazione dell’impatto non può sostituire la necessità di rafforzare
gli strumenti che consentono di produrlo.
La questione
assume oggi un’importanza ancora maggiore alla luce delle trasformazioni
tecnologiche in corso. Settori come intelligenza artificiale, biotecnologie,
semiconduttori, quantum computing e tecnologie per la transizione energetica
stanno ridefinendo gli equilibri economici globali. In questi ambiti il
vantaggio competitivo dipende sempre più dalla capacità di trasformare
rapidamente la ricerca in innovazione industriale. Un sistema che eccelle nella
produzione scientifica ma non riesce a valorizzarla rischia di contribuire al
progresso tecnologico mondiale senza beneficiare pienamente delle sue ricadute
economiche.
Il nodo dei
brevetti, degli spin-off e del trasferimento tecnologico rappresenta quindi una
delle principali sfide per il futuro dell’università italiana. La VQR dimostra
che il capitale scientifico esiste e che la qualità della ricerca non
costituisce il problema principale. La vera questione riguarda la capacità di
costruire un ecosistema dell’innovazione in grado di collegare in modo più
efficace università, imprese, investitori e istituzioni. Solo attraverso questo
passaggio sarà possibile trasformare il patrimonio di conoscenze prodotto dalla
ricerca italiana in sviluppo economico, competitività tecnologica e crescita
sostenibile.
|
Aspetto |
Situazione attuale |
Criticità |
Possibile intervento |
|
Produzione
scientifica |
Le
università italiane pubblicano molto e mantengono buona qualità scientifica |
La
conoscenza resta spesso confinata nella letteratura accademica |
Collegare
maggiormente ricerca, imprese e applicazioni industriali |
|
Brevetti |
Alcuni
risultati sono potenzialmente brevettabili |
Il numero
di brevetti resta limitato rispetto al volume della ricerca prodotta |
Rafforzare
tutela della proprietà intellettuale e supporto alla brevettazione |
|
Trasferimento
tecnologico |
Esistono
TTO, incubatori e uffici di valorizzazione |
Strutture
spesso sottodimensionate rispetto al potenziale scientifico |
Investire
in uffici specializzati, personale tecnico e competenze commerciali |
|
“Valle
della morte” |
Molte idee
promettenti non arrivano al mercato |
Mancano
risorse per prototipi, proof of concept e sviluppo industriale |
Creare
fondi dedicati alle fasi intermedie dell’innovazione |
|
Spin-off
universitari |
Sono uno
strumento importante per valorizzare la ricerca |
Molti
nascono fragili e con limitata capacità finanziaria |
Favorire
accesso a capitale di rischio, mentorship e reti industriali |
|
Venture
capital |
Può
sostenere start-up e tecnologie ad alto rischio |
In Italia
è meno sviluppato rispetto ad altri ecosistemi internazionali |
Incentivare
fondi VC specializzati in deep tech universitario |
|
Cultura
accademica |
La
carriera universitaria premia soprattutto pubblicazioni e citazioni |
Brevetti,
imprese e collaborazioni industriali sono meno valorizzati |
Integrare
trasferimento tecnologico e impatto nei criteri di carriera |
|
Collaborazione
università-imprese |
Esistono
collaborazioni, ma spesso frammentate |
Le imprese
investono poco in ricerca e assorbono poca innovazione accademica |
Sviluppare
partnership strategiche di lungo periodo |
|
Settori
strategici |
AI,
biotech, semiconduttori, quantum e transizione energetica richiedono
innovazione rapida |
Il rischio
è produrre conoscenza senza trattenere valore economico |
Costruire
ecosistemi nazionali su tecnologie chiave |
|
Nodo
centrale |
La qualità
scientifica non è il problema principale |
Il
problema è trasformare conoscenza in innovazione e crescita |
Creare un
ecosistema stabile tra università, imprese, investitori e istituzioni |
9. Competitività
internazionale e settori strategici
La competitività
internazionale della ricerca italiana rappresenta uno dei punti centrali per
valutare la capacità del sistema universitario di collocarsi nei grandi
processi globali di innovazione. La VQR 2020-2024 mostra un sistema scientifico
capace di partecipare attivamente alla produzione internazionale di conoscenza,
ma evidenzia anche alcune fragilità strutturali, soprattutto nei settori più
strategici e ad alta intensità tecnologica.
Un primo
indicatore rilevante riguarda la capacità di attrarre progetti competitivi
internazionali. Nella VQR sono stati conferiti 6.802 progetti
competitivi, di cui 2.361 con istituzione italiana
nel ruolo di coordinatore e 4.441 come unità locale. Questo
dato mostra che le università e gli enti di ricerca italiani sono presenti
nelle reti europee e internazionali, ma spesso partecipano più come partner che
come soggetti guida. La differenza è importante: coordinare un progetto
significa non solo ottenere finanziamenti, ma anche orientare le agende di
ricerca, costruire reti scientifiche e assumere una posizione di leadership.
Il tema diventa
particolarmente rilevante nei settori strategici come intelligenza
artificiale, deep tech, biotecnologie, tecnologie quantistiche, semiconduttori,
energia, cybersecurity e infrastrutture digitali. In questi ambiti la
competizione non riguarda soltanto la produzione scientifica, ma anche la
capacità di trasformare rapidamente la ricerca in tecnologie applicabili,
brevetti, imprese innovative e soluzioni industriali. L’Italia dispone di
competenze scientifiche significative, ma spesso fatica a costruire ecosistemi
capaci di collegare università, imprese, capitale di rischio e politiche industriali.
L’intelligenza
artificiale rappresenta un esempio emblematico. Le università italiane
producono ricerca di qualità in machine learning, data science, robotica,
linguistica computazionale e applicazioni industriali dell’AI. Tuttavia,
rispetto ai principali poli internazionali, il sistema appare più frammentato e
meno dotato di risorse computazionali, infrastrutture dedicate e investimenti
privati. Il rischio è che la ricerca italiana contribuisca allo sviluppo
scientifico globale senza riuscire a trattenere pienamente il valore economico
e tecnologico generato.
Un discorso
simile vale per il deep tech, cioè quell’insieme di tecnologie
fondate su scoperte scientifiche avanzate e caratterizzate da lunghi tempi di
sviluppo, alto rischio e forte intensità di capitale. In settori come quantum
computing, nuovi materiali, biotecnologie o tecnologie energetiche, la qualità
della ricerca di base non è sufficiente. Servono laboratori avanzati, fondi per
proof of concept, investitori pazienti, competenze manageriali e strumenti di
trasferimento tecnologico capaci di accompagnare le scoperte fino al mercato.
Le infrastrutture
di ricerca costituiscono un altro elemento decisivo della
competitività internazionale. La VQR 2020-2024 ha introdotto una prima
valutazione sperimentale di questo ambito, prendendo in considerazione 11
infrastrutture, distribuite in aree come digitale, ambiente, salute,
fisica, ingegneria e scienze sociali. Le infrastrutture sono fondamentali
perché permettono ai ricercatori di accedere a dati, strumenti, laboratori e
piattaforme tecnologiche che nessuna singola istituzione potrebbe sostenere
autonomamente. Esse rappresentano quindi una condizione essenziale per
competere nei grandi programmi europei e internazionali.
La capacità di
attrarre finanziamenti europei è un ulteriore indicatore della posizione
internazionale del sistema italiano. I progetti competitivi internazionali
valutati dalla VQR dovevano rispettare requisiti precisi: essere finanziati da
soggetti esteri, derivare da bandi aperti a livello internazionale e prevedere
una selezione fondata su peer review. Questo significa che i progetti
considerati non misurano semplicemente la quantità di finanziamenti ottenuti,
ma la capacità delle istituzioni italiane di superare procedure selettive in
contesti altamente competitivi.
Tuttavia, il
buon posizionamento scientifico non elimina alcune criticità. La prima riguarda
la dimensione finanziaria. Competere nei settori strategici richiede
investimenti molto elevati e continui, mentre il sistema italiano opera spesso
con risorse inferiori rispetto ai principali concorrenti europei e globali. La
seconda riguarda la frammentazione: molte eccellenze sono distribuite tra
atenei, enti di ricerca e laboratori, ma non sempre riescono a trasformarsi in piattaforme
nazionali integrate. La terza criticità riguarda il rapporto con l’industria:
senza una domanda tecnologica forte da parte delle imprese, anche la migliore
ricerca rischia di rimanere confinata nell’ambito accademico.
Nel complesso,
la VQR restituisce l’immagine di un sistema capace di competere
scientificamente, ma ancora non pienamente attrezzato per dominare le filiere
tecnologiche emergenti. L’Italia possiede competenze, ricercatori qualificati e
istituzioni riconosciute a livello internazionale; ciò che appare più debole è
la capacità di trasformare questa base scientifica in leadership industriale e
tecnologica. Per rafforzare la competitività internazionale sarà quindi
necessario investire in infrastrutture, capitale umano, trasferimento tecnologico,
fondi competitivi e collaborazione pubblico-privato. Solo in questo modo la
ricerca italiana potrà passare da una partecipazione qualificata ai grandi
programmi internazionali a un ruolo più stabile di guida nei settori strategici
del futuro.
|
Ambito |
Evidenza emersa |
Criticità |
Priorità di intervento |
|
Progetti
competitivi internazionali |
6.802
progetti conferiti nella VQR |
L’Italia
partecipa molto, ma spesso come partner |
Rafforzare
la capacità di coordinare progetti internazionali |
|
Ruolo nei
progetti |
2.361
progetti come coordinatore e 4.441 come unità locale |
Minore
leadership rispetto alla semplice partecipazione |
Incentivare
il ruolo guida delle istituzioni italiane |
|
Reti
europee e internazionali |
Università
ed enti italiani sono presenti nei circuiti globali della ricerca |
Presenza
qualificata, ma non sempre strategicamente dominante |
Costruire
alleanze scientifiche più stabili |
|
Intelligenza
artificiale |
Buona
ricerca in machine learning, data science, robotica e AI applicata |
Sistema
frammentato e con risorse computazionali limitate |
Investire
in infrastrutture digitali, supercalcolo e data center |
|
Deep tech |
Competenze
in quantum, nuovi materiali, biotech ed energia |
Tempi
lunghi, alto rischio e forte bisogno di capitale |
Sostenere
proof of concept, brevetti e fondi pazienti |
|
Infrastrutture
di ricerca |
11
infrastrutture valutate sperimentalmente dalla VQR |
Risorse e
piattaforme non sempre integrate a livello nazionale |
Creare
infrastrutture condivise e accessibili |
|
Finanziamenti
europei |
I progetti
devono derivare da bandi internazionali e peer review |
Forte
competizione con istituzioni europee più finanziate |
Potenziare
uffici grant, progettazione europea e supporto amministrativo |
|
Settori
strategici |
AI,
semiconduttori, cybersecurity, energia, quantum, biotech |
Rischio di
produrre conoscenza senza trattenere valore industriale |
Collegare
ricerca, industria, capitale di rischio e politica industriale |
|
Rapporto
con le imprese |
Collaborazioni
esistenti ma spesso non strutturate |
Domanda
tecnologica privata ancora debole |
Sviluppare
partnership pubblico-private di lungo periodo |
|
Posizionamento
complessivo |
Sistema
scientificamente competitivo |
Non ancora
pienamente attrezzato per guidare filiere tecnologiche emergenti |
Passare da
partecipazione qualificata a leadership strategica |
10. Il problema
delle risorse: alta performance richiesta, basso finanziamento disponibile
La VQR 2020-2024
restituisce l’immagine di un sistema universitario e della ricerca che, nel
complesso, continua a produrre risultati scientifici competitivi a livello
internazionale. Le università italiane pubblicano su riviste di prestigio,
partecipano ai programmi europei di ricerca, formano ricercatori qualificati e
contribuiscono alla crescita della conoscenza in numerosi settori disciplinari.
Tuttavia, dietro questi risultati emerge una questione strutturale che
attraversa da anni il dibattito sulla politica universitaria italiana:
l’elevato livello di performance richiesto alle istituzioni non è stato
accompagnato da un rafforzamento proporzionale delle risorse disponibili.
Questa
rappresenta probabilmente una delle principali contraddizioni del sistema. Da
un lato, università ed enti di ricerca sono chiamati a soddisfare standard
sempre più elevati in termini di qualità delle pubblicazioni, partecipazione ai
bandi competitivi, internazionalizzazione, trasferimento tecnologico,
attrazione di finanziamenti esterni e impatto sociale della ricerca. Dall’altro
lato, il livello delle risorse economiche, infrastrutturali e umane disponibili
cresce con maggiore lentezza rispetto alle aspettative e agli obiettivi fissati
dai sistemi di valutazione.
La VQR stessa
testimonia questa crescente complessità. Le istituzioni non vengono più
valutate soltanto sulla qualità dei prodotti scientifici, ma anche sulla
capacità di attrarre progetti internazionali, valorizzare la conoscenza,
produrre impatto sociale, sviluppare infrastrutture e contribuire alla
competitività del Paese. Si tratta di funzioni sempre più numerose e
sofisticate che richiedono investimenti significativi, personale specializzato
e strutture organizzative adeguate.
Negli ultimi
anni il sistema universitario italiano ha mostrato una notevole capacità di
adattamento. Molti atenei hanno rafforzato i propri uffici per la progettazione
europea, sviluppato strutture dedicate al trasferimento tecnologico, potenziato
le attività di internazionalizzazione e migliorato i sistemi interni di
valutazione della ricerca. Tuttavia, questi progressi sono stati spesso
realizzati attraverso una riallocazione delle risorse esistenti piuttosto che
mediante un effettivo incremento strutturale dei finanziamenti.
Il problema
assume particolare rilevanza se si considera la crescente competizione
internazionale. Oggi le università non competono soltanto a livello nazionale,
ma si confrontano con istituzioni europee, nordamericane e asiatiche che
dispongono frequentemente di risorse finanziarie molto superiori. I principali
atenei internazionali possono contare su grandi dotazioni patrimoniali,
consistenti investimenti pubblici, forti relazioni con il settore privato e
sistemi consolidati di fundraising. Le università italiane, pur ottenendo
risultati spesso comparabili sul piano scientifico, operano generalmente in
condizioni meno favorevoli.
La conseguenza è
che gran parte della competitività del sistema italiano si fonda sull’elevata
qualità del capitale umano. Ricercatori, docenti e personale
tecnico-amministrativo compensano spesso la scarsità relativa delle risorse
attraverso un forte impegno professionale e una notevole capacità
organizzativa. Questo elemento rappresenta certamente un punto di forza, ma
solleva anche interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo del modello.
Un sistema che
produce risultati elevati grazie all’intensificazione degli sforzi individuali
può infatti incontrare progressivamente limiti strutturali. L’aumento delle
attività richieste ai docenti e ai ricercatori genera una crescente pressione
sui tempi di lavoro. Oltre alla ricerca e alla didattica, il personale
universitario deve dedicarsi alla partecipazione a bandi competitivi, alla
gestione di progetti, alle attività di valutazione, alla divulgazione
scientifica, alle collaborazioni internazionali e alle iniziative di
trasferimento tecnologico. Il rischio è che l’ampliamento continuo delle
funzioni richieste non sia accompagnato da un adeguato rafforzamento degli
organici.
Particolarmente
delicata è la questione del reclutamento. La VQR valorizza correttamente la
qualità dei nuovi ricercatori e delle politiche di reclutamento, ma il numero
di posizioni disponibili rimane spesso inferiore rispetto alle esigenze del
sistema. Molti giovani ricercatori affrontano percorsi professionali
caratterizzati da elevata precarietà e da prospettive di carriera incerte.
Questo fenomeno non riguarda soltanto il benessere individuale dei ricercatori,
ma incide direttamente sulla capacità del Paese di trattenere competenze
altamente qualificate.
La situazione
appare ancora più evidente nei settori tecnologicamente più avanzati. Ambiti
come intelligenza artificiale, biotecnologie, quantum computing, semiconduttori
o tecnologie energetiche richiedono investimenti significativi in laboratori,
infrastrutture digitali, supercalcolo e apparecchiature scientifiche. In questi
contesti il capitale umano, per quanto eccellente, non può sostituire
integralmente la disponibilità di risorse materiali. La competizione internazionale
si gioca infatti sempre più sulla capacità di combinare talenti, finanziamenti
e infrastrutture.
Anche il sistema
dei finanziamenti competitivi presenta aspetti ambivalenti. Da un lato, la
partecipazione a programmi europei e internazionali rappresenta un importante
strumento di crescita e di apertura internazionale. Dall’altro lato, il ricorso
crescente ai fondi competitivi rischia di trasformarsi in una compensazione
della carenza di finanziamenti strutturali. I progetti di ricerca sono per definizione
temporanei e orientati a specifici obiettivi; difficilmente possono sostituire
il ruolo di un finanziamento stabile destinato al funzionamento ordinario delle
istituzioni.
In questo
contesto emerge una questione di fondo: la qualità della ricerca italiana non
sembra essere il principale problema del sistema. I risultati della VQR
mostrano infatti una ricerca competitiva, diffusa e in molti casi eccellente.
La vera criticità riguarda piuttosto il rapporto tra aspettative e risorse.
Negli ultimi anni gli obiettivi assegnati alle università sono aumentati più
rapidamente delle capacità finanziarie messe a loro disposizione.
La tesi centrale
che emerge dall’analisi della VQR è quindi chiara: il sistema universitario
italiano continua a ottenere risultati significativi, ma lo fa operando vicino
ai propri limiti strutturali. Se il Paese intende mantenere e rafforzare la
propria competitività scientifica, non sarà sufficiente chiedere maggiore
produttività o introdurre nuovi meccanismi di valutazione. Sarà necessario
accompagnare le richieste di eccellenza con un rafforzamento stabile degli
investimenti, delle infrastrutture e delle opportunità di reclutamento. In
assenza di questo riequilibrio, il rischio è che la qualità oggi osservata
nella ricerca italiana venga progressivamente erosa da una crescente pressione
sulle risorse disponibili.
|
Aspetto |
Evidenza principale |
Criticità |
Implicazione per il sistema |
|
Performance
scientifica |
Le
università italiane producono ricerca competitiva e partecipano a programmi
europei |
I
risultati elevati non sono accompagnati da risorse proporzionate |
Il sistema
regge, ma sotto pressione |
|
Standard
richiesti |
Pubblicazioni
di qualità, bandi competitivi, internazionalizzazione, impatto sociale e
trasferimento tecnologico |
Le
aspettative crescono più rapidamente dei finanziamenti |
Aumenta il
divario tra obiettivi e mezzi disponibili |
|
Funzioni
valutate dalla VQR |
Prodotti
scientifici, progetti internazionali, valorizzazione delle conoscenze,
infrastrutture e impatto |
Le
attività richieste diventano sempre più numerose e complesse |
Servono
strutture organizzative e personale specializzato |
|
Adattamento
degli atenei |
Molte università
rafforzano uffici europei, TTO e sistemi interni di valutazione |
Spesso si
tratta di riallocazione di risorse già esistenti |
Il
miglioramento non sempre corrisponde a nuovi investimenti |
|
Competizione
internazionale |
Gli atenei
italiani competono con università europee, americane e asiatiche più
finanziate |
Risorse
finanziarie e infrastrutturali inferiori |
Rischio di
svantaggio strutturale nella competizione globale |
|
Capitale
umano |
Ricercatori
e personale compensano la scarsità di risorse con elevato impegno |
Il sistema
dipende molto dall’intensificazione del lavoro individuale |
Possibile
affaticamento e minore sostenibilità nel lungo periodo |
|
Carico di
lavoro |
Ricerca,
didattica, bandi, gestione progetti, valutazione, divulgazione e
trasferimento tecnologico |
Aumento
delle attività senza adeguato rafforzamento degli organici |
Riduzione
del tempo per ricerca di base e innovazione di lungo periodo |
|
Reclutamento |
La VQR
valorizza nuovi ricercatori e qualità del reclutamento |
Posizioni
spesso insufficienti e carriere precarie |
Difficoltà
nel trattenere giovani talenti |
|
Settori
avanzati |
AI,
biotech, quantum, semiconduttori ed energia richiedono infrastrutture costose |
Il capitale
umano non basta senza laboratori, supercalcolo e apparecchiature |
Necessità
di investimenti materiali e tecnologici |
|
Fondi
competitivi |
Programmi
europei e internazionali aprono opportunità importanti |
Sono
temporanei e non sostituiscono il finanziamento ordinario |
Rischio di
dipendenza da bandi esterni |
|
Nodo
centrale |
La qualità
della ricerca non è il problema principale |
Il
problema è il rapporto squilibrato tra aspettative e risorse |
Serve un
rafforzamento stabile di finanziamenti, infrastrutture e reclutamento |
|
Rischio
futuro |
Il sistema
continua a ottenere risultati significativi |
Opera
vicino ai propri limiti strutturali |
La qualità
potrebbe erodersi senza investimenti più robusti |
11. Riformare il finanziamento universitario
Se la VQR
2020-2024 evidenzia la buona qualità della ricerca italiana e, al tempo stesso,
i limiti derivanti dalla scarsità relativa delle risorse disponibili, emerge
con forza la necessità di ripensare il modello di finanziamento del sistema
universitario. La questione non riguarda soltanto l’aumento delle risorse
complessive, ma soprattutto la costruzione di un sistema più equilibrato,
capace di sostenere contemporaneamente ricerca di base, innovazione
tecnologica, competitività internazionale e sviluppo territoriale.
Negli ultimi
anni il finanziamento delle università italiane si è basato principalmente sul Fondo
di Finanziamento Ordinario (FFO), integrato da quote premiali
distribuite sulla base dei risultati ottenuti nei diversi esercizi di
valutazione. Questo modello ha avuto il merito di introdurre meccanismi di
responsabilizzazione e di incentivare il miglioramento delle performance.
Tuttavia, presenta anche alcuni limiti. In particolare, la crescente enfasi
sulla competizione rischia di accentuare le differenze tra istituzioni già
forti e istituzioni con minori capacità finanziarie, generando un circolo
cumulativo che tende a concentrare risorse e opportunità.
Per questo
motivo appare opportuno adottare un modello di finanziamento più articolato,
fondato sulla combinazione di diverse fonti e strumenti. Il primo pilastro
dovrebbe continuare a essere rappresentato dal FFO, che svolge
una funzione essenziale di stabilizzazione del sistema. La ricerca
universitaria produce risultati spesso nel lungo periodo e necessita quindi di
una base finanziaria prevedibile e stabile. Senza un adeguato finanziamento
ordinario, le università rischiano di dipendere eccessivamente dai fondi
competitivi, con effetti negativi sulla programmazione strategica e sulla
sostenibilità delle attività di ricerca.
Accanto al
finanziamento ordinario, la quota premiale dovrebbe essere
mantenuta, ma con una funzione diversa da quella attuale. Più che rappresentare
uno strumento di redistribuzione delle risorse esistenti, dovrebbe diventare un
meccanismo di incentivo aggiuntivo. In altre parole, la valutazione della
qualità della ricerca dovrebbe premiare l’eccellenza senza compromettere la
capacità delle istituzioni di svolgere le proprie funzioni fondamentali. La
logica non dovrebbe essere quella di finanziare i vincitori penalizzando gli
altri, ma di sostenere il miglioramento complessivo del sistema.
Un terzo
elemento fondamentale è rappresentato dai fondi competitivi nazionali e
internazionali. Programmi europei come Horizon Europe hanno dimostrato
l’efficacia della competizione scientifica nell’indirizzare risorse verso
progetti innovativi e ad alto impatto. Tuttavia, questi strumenti dovrebbero
essere considerati complementari e non sostitutivi del finanziamento ordinario.
La capacità di ottenere fondi competitivi dipende infatti dall’esistenza di una
solida base di ricerca già finanziata a livello istituzionale.
Particolarmente
interessante appare l’introduzione di meccanismi di matching funds,
ampiamente utilizzati nei principali sistemi universitari internazionali. In
questo modello, i finanziamenti ottenuti da imprese, fondazioni o investitori
privati vengono integrati da risorse pubbliche secondo una proporzione
prestabilita. Ad esempio, per ogni euro investito da un soggetto privato in un
progetto di ricerca universitario, lo Stato potrebbe contribuire con un
ulteriore euro o con una quota percentuale definita. Questo sistema
consentirebbe di mobilitare capitali aggiuntivi senza ridurre il ruolo pubblico
nel finanziamento della ricerca.
Le fondazioni
universitarie e filantropiche rappresentano un’altra fonte di
finanziamento ancora relativamente poco sviluppata nel contesto italiano. In
molti Paesi, una quota significativa delle attività di ricerca viene sostenuta
da grandi fondazioni private interessate a finanziare progetti scientifici,
infrastrutture e programmi di formazione avanzata. Favorire la crescita di
questo settore potrebbe contribuire ad ampliare la diversificazione delle fonti
di finanziamento, riducendo la dipendenza esclusiva dai fondi pubblici.
Un ruolo
crescente dovrebbe essere attribuito anche alle imprese. La
collaborazione tra università e sistema produttivo non dovrebbe limitarsi ai
contratti di ricerca o alle consulenze occasionali, ma evolvere verso
partenariati strategici di lungo periodo. Le imprese possono contribuire non
soltanto attraverso finanziamenti diretti, ma anche partecipando alla
definizione di programmi di ricerca, allo sviluppo di laboratori congiunti e
alla formazione di competenze avanzate. Questo approccio risulta
particolarmente importante nei settori tecnologici ad alta intensità di
innovazione.
In tale prospettiva
assume rilievo il tema del venture capital. Molte delle
innovazioni prodotte nelle università non raggiungono il mercato perché mancano
risorse nelle fasi iniziali di sviluppo. Il venture capital può colmare questo
vuoto finanziando spin-off universitari, proof of concept e progetti ad alto
rischio tecnologico. Nei principali ecosistemi internazionali dell’innovazione,
il collegamento tra ricerca accademica e capitale di rischio rappresenta uno
degli elementi decisivi per la trasformazione della conoscenza in crescita
economica.
Un’evoluzione
ancora più interessante riguarda il corporate venture capital,
cioè i fondi di investimento creati direttamente dalle grandi imprese per
sostenere tecnologie emergenti e start-up innovative. Attraverso questi strumenti,
le aziende possono investire precocemente nelle innovazioni sviluppate dalle
università, contribuendo a ridurre la distanza tra ricerca e mercato. Per il
sistema italiano ciò potrebbe rappresentare un’opportunità particolarmente
rilevante, soprattutto nei settori dell’intelligenza artificiale, delle
biotecnologie, della sostenibilità energetica e delle tecnologie digitali
avanzate.
La riforma del
finanziamento universitario dovrebbe quindi basarsi su una logica di pluralità
delle fonti. Nessun singolo strumento è in grado di rispondere da solo alle
esigenze di un sistema complesso come quello universitario. Il finanziamento
ordinario garantisce stabilità; la quota premiale incentiva la qualità; i fondi
competitivi favoriscono l’innovazione; i matching funds mobilitano investimenti
privati; fondazioni e imprese ampliano le opportunità di collaborazione;
venture capital e corporate venture capital sostengono la trasformazione della
ricerca in innovazione.
L’obiettivo
finale non dovrebbe essere soltanto aumentare le risorse disponibili, ma
costruire un ecosistema finanziario più equilibrato e resiliente. In un
contesto caratterizzato da rapidi cambiamenti tecnologici e crescente
competizione internazionale, la sostenibilità del sistema universitario dipenderà
sempre più dalla capacità di integrare finanziamento pubblico, investimenti
privati e strumenti innovativi di supporto alla ricerca. Una riforma in questa
direzione consentirebbe non solo di preservare la qualità scientifica
evidenziata dalla VQR, ma anche di rafforzare il contributo delle università
allo sviluppo economico e sociale del Paese.
|
Strumento |
Funzione principale |
Vantaggi |
Criticità da evitare |
|
Fondo di
Finanziamento Ordinario (FFO) |
Garantire
stabilità al sistema universitario |
Permette
programmazione di lungo periodo e continuità della ricerca |
Non deve
essere insufficiente rispetto alle funzioni richieste |
|
Quota
premiale |
Incentivare
qualità, efficienza e risultati |
Premia le
istituzioni più performanti |
Non deve
penalizzare eccessivamente gli atenei con minori risorse iniziali |
|
Fondi
competitivi nazionali e internazionali |
Finanziare
progetti innovativi e ad alto impatto |
Stimolano
eccellenza, collaborazione e internazionalizzazione |
Non devono
sostituire il finanziamento ordinario |
|
Matching
funds |
Integrare
fondi privati con risorse pubbliche |
Mobilitano
capitali aggiuntivi mantenendo il ruolo pubblico |
Richiedono
regole chiare e trasparenti |
|
Fondazioni
universitarie e filantropiche |
Sostenere
ricerca, infrastrutture e formazione avanzata |
Diversificano
le fonti di finanziamento |
In Italia
sono ancora poco sviluppate |
|
Imprese |
Creare
partenariati strategici con il sistema produttivo |
Favoriscono
ricerca applicata, laboratori congiunti e competenze avanzate |
Collaborazioni
occasionali rischiano di avere impatto limitato |
|
Venture
capital |
Finanziare
spin-off, proof of concept e progetti ad alto rischio |
Aiuta a
trasformare ricerca universitaria in innovazione di mercato |
Serve un
ecosistema maturo e specializzato |
|
Corporate
venture capital |
Collegare
grandi imprese e tecnologie universitarie emergenti |
Riduce la
distanza tra ricerca e applicazione industriale |
Rischio di
concentrare l’interesse solo su settori immediatamente redditizi |
|
Modello
misto |
Integrare
finanziamento pubblico, privato e competitivo |
Rende il
sistema più resiliente, flessibile e orientato all’innovazione |
Nessuna
fonte deve sostituire completamente le altre |
|
Obiettivo
finale |
Costruire
un ecosistema finanziario equilibrato |
Preserva
la qualità scientifica e rafforza lo sviluppo economico-sociale |
Richiede
coordinamento tra Stato, università, imprese e investitori |
12. Venture Capital e ricerca universitaria
Tra le
principali debolezze emerse nell’analisi del sistema italiano della ricerca vi
è la difficoltà di trasformare i risultati scientifici in innovazione
economica. Le università producono pubblicazioni di qualità, partecipano a
progetti internazionali e formano capitale umano altamente qualificato, ma
incontrano ancora ostacoli significativi nel passaggio dalla scoperta
scientifica al mercato. In questo contesto, il venture capital può
rappresentare uno degli strumenti più efficaci per colmare il divario esistente
tra ricerca e innovazione.
Tradizionalmente,
il finanziamento della ricerca universitaria si basa su fondi pubblici,
finanziamenti competitivi e collaborazioni con imprese. Tuttavia, questi
strumenti non sempre riescono a sostenere le fasi più delicate del processo di
innovazione. Esiste infatti una zona intermedia, spesso definita “valle della
morte” dell’innovazione, nella quale molte idee promettenti non riescono a
trasformarsi in applicazioni concrete a causa della mancanza di risorse
finanziarie e competenze imprenditoriali. È proprio in questa fase che il
venture capital può svolgere un ruolo decisivo.
I fondi di
venture capital sono investitori specializzati nel finanziamento di progetti ad
alto rischio ma con elevato potenziale di crescita. A differenza delle banche
tradizionali, essi non richiedono garanzie patrimoniali immediate, ma investono
sulla possibilità che una tecnologia innovativa possa generare valore economico
nel medio e lungo periodo. Questa caratteristica li rende particolarmente
adatti a sostenere le innovazioni provenienti dal mondo universitario, dove i
risultati scientifici spesso richiedono anni di sviluppo prima di raggiungere
il mercato.
Uno dei
principali ambiti nei quali il venture capital potrebbe contribuire in maniera
significativa riguarda il finanziamento delle attività di proof of
concept. Molte scoperte scientifiche possiedono un potenziale
applicativo evidente, ma necessitano di ulteriori sperimentazioni per
dimostrare la loro fattibilità tecnica e commerciale. In questa fase, i
finanziamenti pubblici risultano spesso insufficienti, mentre le imprese
private tendono a considerare l’investimento troppo rischioso. Fondi
specializzati potrebbero invece sostenere la trasformazione delle scoperte
scientifiche in prototipi, accelerando il trasferimento tecnologico e
aumentando le probabilità di successo commerciale.
Un secondo
ambito riguarda la valorizzazione della proprietà intellettuale. Le università
italiane producono numerosi risultati scientifici potenzialmente brevettabili,
ma non sempre dispongono delle risorse necessarie per svilupparli. Il venture
capital potrebbe intervenire non solo finanziando i costi di protezione
brevettuale, ma anche contribuendo alla costruzione di strategie di
commercializzazione, licensing e sviluppo industriale. In questo modo il
brevetto cesserebbe di essere un semplice risultato amministrativo per
diventare uno strumento effettivo di creazione di valore.
Particolarmente
importante è il ruolo che il venture capital può svolgere nella nascita e nella
crescita degli spin-off universitari. Molte innovazioni sviluppate
nei laboratori accademici trovano la loro forma più efficace di valorizzazione
attraverso la creazione di nuove imprese. Tuttavia, gli spin-off affrontano
frequentemente difficoltà legate all’accesso al capitale, alle competenze
manageriali e alla costruzione di reti commerciali. L’ingresso di investitori
specializzati può fornire non soltanto risorse finanziarie, ma anche competenze
strategiche, relazioni industriali e supporto nella definizione del modello di
business.
La rilevanza di
questi strumenti aumenta ulteriormente nei settori caratterizzati da elevata
intensità tecnologica. Ambiti come l’intelligenza artificiale, il quantum
computing, le biotecnologie, la robotica avanzata e le tecnologie per la
transizione energetica richiedono investimenti significativi e tempi lunghi di
sviluppo. In tali contesti, il capitale pubblico da solo difficilmente può
sostenere l’intero processo di innovazione. La collaborazione tra università e
investitori privati diventa quindi una componente essenziale per trasformare la
ricerca in vantaggio competitivo.
L’intelligenza
artificiale rappresenta probabilmente il caso più emblematico. Le
università italiane producono ricerca di qualità in machine learning, data
science, computer vision e sistemi intelligenti. Tuttavia, la capacità di
trasformare tali competenze in imprese globalmente competitive rimane limitata.
Nei principali ecosistemi internazionali dell’innovazione, come Silicon Valley,
Boston, Londra o Tel Aviv, la crescita delle imprese AI è stata sostenuta da un
forte coinvolgimento del venture capital. Gli investitori hanno finanziato non
soltanto le aziende mature, ma soprattutto le fasi iniziali di sviluppo,
consentendo alle tecnologie emergenti di raggiungere rapidamente il mercato.
Accanto al
venture capital tradizionale assume crescente importanza il corporate
venture capital, ovvero i fondi di investimento creati direttamente
dalle grandi imprese. Questo modello consente alle aziende di investire
precocemente nelle tecnologie sviluppate dalle università, riducendo la
distanza tra ricerca e applicazione industriale. Per il sistema italiano tale
strumento potrebbe risultare particolarmente utile nei settori manifatturieri
avanzati, nei quali molte imprese dispongono di competenze tecnologiche elevate
ma investono ancora poco nella ricerca universitaria.
Naturalmente, il
venture capital non può sostituire il finanziamento pubblico della ricerca. La
ricerca di base continua a rappresentare un bene pubblico che richiede
investimenti stabili e di lungo periodo. Tuttavia, il capitale di rischio può
svolgere una funzione complementare, intervenendo nelle fasi di sviluppo
applicativo e contribuendo a trasformare la conoscenza scientifica in
innovazione economica.
La sfida per il
futuro consiste quindi nella costruzione di un ecosistema nel quale università,
investitori, imprese e istituzioni pubbliche collaborino in modo più efficace.
Le università dovrebbero essere incentivate a sviluppare competenze
imprenditoriali e strumenti di trasferimento tecnologico; gli investitori
dovrebbero essere incoraggiati a finanziare innovazioni ad alta intensità
scientifica; le imprese dovrebbero assumere un ruolo più attivo
nell’assorbimento dei risultati della ricerca. Solo attraverso questa
integrazione sarà possibile sfruttare pienamente il potenziale della ricerca
italiana e trasformare il capitale scientifico accumulato in crescita
economica, competitività tecnologica e sviluppo sostenibile.
|
Ambito |
Problema attuale |
Ruolo del venture capital |
Effetto atteso |
|
Passaggio
ricerca-mercato |
Le
università producono ricerca di qualità, ma faticano a trasformarla in
innovazione |
Finanziare
tecnologie promettenti ad alto rischio |
Ridurre il
divario tra scoperta scientifica e applicazione economica |
|
“Valle
della morte” |
Molte idee
non superano la fase intermedia tra laboratorio e mercato |
Sostenere
sviluppo, sperimentazione e validazione commerciale |
Aumentare
le probabilità che le innovazioni arrivino al mercato |
|
Proof of
concept |
Mancano
risorse per dimostrare fattibilità tecnica e commerciale |
Finanziare
prototipi, test e prime applicazioni |
Rendere le
tecnologie più mature e investibili |
|
Proprietà
intellettuale |
Brevetti e
risultati scientifici non sempre vengono valorizzati |
Coprire
costi di brevettazione, licensing e commercializzazione |
Trasformare
il brevetto in strumento di creazione di valore |
|
Spin-off
universitari |
Le nuove
imprese accademiche nascono spesso fragili |
Fornire
capitale, mentorship e relazioni industriali |
Favorire
crescita e consolidamento delle start-up universitarie |
|
Settori
deep tech |
AI,
biotech, quantum, robotica ed energia richiedono investimenti lunghi e
rischiosi |
Investire
in tecnologie ad alta intensità scientifica |
Rafforzare
la competitività tecnologica del Paese |
|
Intelligenza
artificiale |
Buona
ricerca accademica, ma limitata trasformazione in imprese globali |
Finanziare
fasi iniziali e scaling delle start-up AI |
Accelerare
la creazione di imprese innovative competitive |
|
Corporate
venture capital |
Le imprese
investono ancora poco nella ricerca universitaria |
Coinvolgere
grandi aziende come investitori in tecnologie emergenti |
Ridurre la
distanza tra università e industria |
|
Finanziamento
pubblico |
Da solo
non basta a sostenere l’intero ciclo dell’innovazione |
Agire come
strumento complementare, non sostitutivo |
Integrare
ricerca di base pubblica e sviluppo applicativo privato |
|
Ecosistema
dell’innovazione |
Collaborazione
tra università, imprese e investitori ancora debole |
Creare
reti stabili tra capitale, ricerca e mercato |
Trasformare
capitale scientifico in crescita economica e sviluppo sostenibile |
13. Proposta di policy: università come piattaforme di
innovazione
Le evidenze
emerse dalla VQR 2020-2024 suggeriscono che il sistema universitario italiano
possiede una base scientifica solida, una buona capacità di produrre ricerca di
qualità e una crescente partecipazione ai circuiti internazionali della
conoscenza. Tuttavia, il rapporto evidenzia anche alcune criticità strutturali:
difficoltà nel trasferimento tecnologico, limitata capacità di trasformare la
ricerca in innovazione economica, insufficienza delle risorse disponibili e
forte dipendenza da meccanismi di valutazione ex post. In questo contesto
appare necessario immaginare una riforma che sposti progressivamente
l’attenzione dalla sola misurazione dei risultati alla creazione delle
condizioni necessarie per produrli.
La proposta che
emerge da questa analisi è quella di considerare le università non soltanto
come luoghi di formazione e ricerca, ma come vere e proprie piattaforme
di innovazione. Con questa espressione si intende un sistema capace di
mettere in relazione ricercatori, studenti, imprese, investitori,
amministrazioni pubbliche e società civile all’interno di un ecosistema
orientato alla produzione e alla diffusione della conoscenza.
Negli ultimi
anni il sistema universitario italiano ha sviluppato una forte cultura della
valutazione. La VQR, l’ASN, gli indicatori bibliometrici e i meccanismi
premiali hanno contribuito a migliorare la qualità della ricerca e a rafforzare
la responsabilizzazione delle istituzioni. Tuttavia, il rischio di un sistema
fortemente orientato alla valutazione ex post è quello di concentrarsi prevalentemente
sulla misurazione dei risultati già ottenuti, dedicando minore attenzione ai
fattori che consentono di produrre risultati futuri.
Una politica
dell’innovazione realmente efficace dovrebbe quindi integrare la valutazione
con strumenti di incentivo ex ante. In altre parole, accanto alla misurazione
delle performance sarebbe necessario rafforzare i meccanismi che favoriscono la
nascita di nuova ricerca, l’assunzione di rischi scientifici e la
sperimentazione di nuove forme di collaborazione tra università e società.
Il primo
intervento dovrebbe riguardare il rafforzamento degli investimenti nella
ricerca di base. La storia dell’innovazione dimostra che molte delle tecnologie
che oggi generano enormi benefici economici sono nate da attività di ricerca
prive di applicazioni immediate. Internet, il GPS, i semiconduttori, le
biotecnologie e l’intelligenza artificiale sono il risultato di investimenti
pubblici realizzati molti anni prima della loro diffusione commerciale. Una
politica orientata esclusivamente ai risultati di breve periodo rischia quindi
di penalizzare proprio quelle attività che potrebbero produrre le innovazioni
più significative nel lungo termine.
Un secondo
elemento riguarda la costruzione di ecosistemi territoriali dell’innovazione.
Le università dovrebbero essere incentivate a sviluppare relazioni strutturate
con imprese, enti locali, centri di ricerca e investitori. In questo modello,
l’ateneo non è un soggetto isolato, ma il nodo centrale di una rete nella quale
circolano conoscenze, competenze e opportunità di sviluppo. Il successo di
molti distretti tecnologici internazionali dimostra che l’innovazione nasce
spesso dall’interazione continua tra attori diversi piuttosto che dall’azione
di singole organizzazioni.
Particolare
attenzione dovrebbe essere dedicata al trasferimento tecnologico. Gli uffici di
valorizzazione della ricerca, gli incubatori universitari e i programmi di
supporto agli spin-off dovrebbero essere considerati infrastrutture strategiche
e non semplici attività accessorie. La capacità di trasformare la conoscenza in
innovazione rappresenta infatti uno degli elementi che maggiormente distinguono
i sistemi universitari più competitivi a livello internazionale.
Un ulteriore
ambito di intervento riguarda il capitale umano. Le università italiane formano
ogni anno migliaia di giovani altamente qualificati, ma spesso incontrano
difficoltà nel trattenere i talenti migliori. Una politica orientata
all’innovazione dovrebbe prevedere programmi di reclutamento più flessibili, percorsi
di carriera maggiormente meritocratici e strumenti capaci di attrarre
ricercatori internazionali. La competitività scientifica dipende infatti in
misura crescente dalla capacità di attrarre e trattenere persone altamente
qualificate.
Anche il
rapporto con il settore privato dovrebbe essere ripensato. Le collaborazioni
con le imprese non dovrebbero essere considerate una semplice fonte aggiuntiva
di finanziamento, ma uno strumento per accelerare la diffusione della
conoscenza e favorire la nascita di nuove tecnologie. In questa prospettiva
assumono particolare rilevanza strumenti come i matching funds, il venture
capital universitario e i programmi di corporate venture capital, che
consentono di condividere rischi e opportunità tra università e imprese.
Infine, la
valutazione stessa potrebbe evolvere verso una logica più orientata allo
sviluppo. Piuttosto che limitarsi a misurare la qualità della ricerca prodotta,
i sistemi valutativi potrebbero considerare in misura crescente la capacità
delle istituzioni di costruire ecosistemi innovativi, attrarre investimenti,
generare collaborazioni e sviluppare nuove opportunità di crescita. La
valutazione continuerebbe a svolgere una funzione importante, ma diventerebbe
parte di una strategia più ampia orientata alla costruzione delle condizioni
necessarie per l’innovazione.
In questa
prospettiva, l’università del futuro non può essere interpretata esclusivamente
come un centro di produzione scientifica. Essa deve diventare una piattaforma
capace di integrare ricerca, formazione, innovazione e sviluppo territoriale.
Le evidenze della VQR mostrano che il sistema italiano dispone delle competenze
scientifiche necessarie per affrontare questa trasformazione. La sfida
principale consiste ora nel costruire strumenti finanziari, organizzativi e
normativi in grado di valorizzare pienamente questo potenziale. Una politica
orientata all’innovazione non dovrebbe quindi limitarsi a premiare i risultati
ottenuti, ma investire nella creazione delle condizioni che consentano alla conoscenza
di generare crescita economica, progresso tecnologico e benessere sociale.
|
Ambito di riforma |
Situazione attuale |
Proposta |
Obiettivo atteso |
|
Modello
universitario |
Università
prevalentemente orientate a ricerca e didattica |
Università
come piattaforme di innovazione |
Integrare
ricerca, formazione, impatto e sviluppo territoriale |
|
Sistema di
valutazione |
Forte
attenzione alla misurazione ex post dei risultati |
Rafforzare
incentivi ex ante alla ricerca e all’innovazione |
Creare
condizioni favorevoli alla produzione di nuovi risultati |
|
Ricerca di
base |
Spesso
sotto pressione per esigenze di breve periodo |
Aumentare
investimenti stabili e di lungo termine |
Generare
innovazioni radicali future |
|
Ecosistemi
territoriali |
Collaborazioni
spesso frammentate |
Costruire
reti stabili tra università, imprese, enti locali e investitori |
Favorire
circolazione di conoscenze e opportunità |
|
Trasferimento
tecnologico |
Attività
spesso considerate accessorie |
Considerare
TTO, incubatori e spin-off infrastrutture strategiche |
Accelerare
il passaggio dalla ricerca al mercato |
|
Capitale
umano |
Difficoltà
nel trattenere e attrarre talenti |
Reclutamento
più flessibile e percorsi meritocratici |
Rafforzare
competitività e attrattività internazionale |
|
Internazionalizzazione |
Buona
partecipazione ai programmi globali |
Maggiore
capacità di attrarre ricercatori e competenze estere |
Migliorare
il posizionamento internazionale |
|
Collaborazione
con le imprese |
Spesso
limitata a progetti e contratti specifici |
Partnership
strategiche di lungo periodo |
Favorire
innovazione e trasferimento delle conoscenze |
|
Strumenti
finanziari innovativi |
Utilizzo
ancora limitato |
Matching
funds, venture capital universitario e corporate venture capital |
Condividere
rischi e moltiplicare gli investimenti |
|
Valutazione
della ricerca |
Focus su
pubblicazioni e risultati scientifici |
Valutare
anche ecosistemi innovativi, collaborazioni e attrazione di investimenti |
Misurare
la capacità di generare sviluppo |
|
Obiettivo
finale |
Premiare
risultati già ottenuti |
Costruire
condizioni per produrre innovazione futura |
Crescita
economica, progresso tecnologico e benessere sociale |
14. Conclusioni
L’analisi della
VQR 2020-2024 restituisce un quadro complesso ma sostanzialmente positivo del
sistema universitario e della ricerca italiana. I risultati mostrano un sistema
scientificamente solido, caratterizzato da una produzione di ricerca diffusa,
da una crescente capacità di partecipazione ai circuiti internazionali della
conoscenza e da una qualità complessiva che, nel corso degli ultimi esercizi
valutativi, ha evidenziato segnali di consolidamento e progressiva convergenza
tra le istituzioni.
Le università
italiane e gli enti di ricerca continuano a svolgere un ruolo centrale nella
produzione di conoscenza, nella formazione di capitale umano qualificato e
nella partecipazione ai grandi programmi internazionali di ricerca. La capacità
di coinvolgere quasi 76.000 ricercatori, valutare circa 200.000 prodotti
scientifici e partecipare a migliaia di progetti competitivi internazionali
dimostra l’esistenza di una comunità scientifica ampia, dinamica e pienamente
inserita nel contesto globale della ricerca.
Particolarmente
significativo appare il progressivo ampliamento del concetto stesso di qualità
della ricerca. La VQR non si limita più a misurare la produzione scientifica
attraverso pubblicazioni e citazioni, ma considera anche la capacità delle
istituzioni di attrarre finanziamenti competitivi, valorizzare le conoscenze,
generare impatto sociale e contribuire allo sviluppo economico e tecnologico
del Paese. Questo approccio multidimensionale consente di cogliere aspetti
della ricerca che per lungo tempo sono rimasti ai margini dei sistemi di
valutazione tradizionali.
Allo stesso
tempo, però, l’esercizio valutativo mette in evidenza alcune criticità che non
possono essere ignorate. La prima riguarda il rapporto tra risultati e risorse.
Il sistema universitario italiano continua a raggiungere standard scientifici
elevati pur operando in un contesto caratterizzato da risorse finanziarie
spesso inferiori rispetto a quelle disponibili nei principali Paesi
concorrenti. Questo dato testimonia una notevole efficienza del capitale umano
e delle strutture accademiche, ma solleva interrogativi sulla sostenibilità di
lungo periodo di un modello che richiede performance sempre più elevate senza
un corrispondente rafforzamento strutturale degli investimenti.
Una seconda
criticità riguarda la trasformazione della conoscenza in innovazione. La VQR
mostra chiaramente come l’Italia disponga di una buona capacità di produrre
ricerca di qualità, ma evidenzia anche la difficoltà di convertire tale
patrimonio scientifico in brevetti, tecnologie, imprese innovative e vantaggi
competitivi per il sistema economico. Il trasferimento tecnologico, pur essendo
cresciuto negli ultimi anni, continua a rappresentare uno dei punti più deboli
del sistema. Molte università eccellono nella produzione scientifica ma
incontrano ancora ostacoli significativi nel percorso che conduce dalla
scoperta scientifica al mercato.
Questo limite
assume una rilevanza particolare nei settori tecnologicamente più avanzati.
Ambiti come intelligenza artificiale, biotecnologie, quantum computing, nuovi
materiali e tecnologie energetiche richiedono non soltanto eccellenza
scientifica, ma anche investimenti consistenti, infrastrutture adeguate,
capitale di rischio e forti connessioni con il sistema produttivo. In assenza
di tali condizioni, il rischio è che una parte significativa del valore
generato dalla ricerca italiana venga assorbita da ecosistemi dell’innovazione localizzati
in altri Paesi.
Le evidenze
emerse suggeriscono quindi la necessità di una nuova fase delle politiche
universitarie e della ricerca. Dopo anni nei quali l’attenzione si è
concentrata prevalentemente sulla valutazione e sulla misurazione delle
performance, appare sempre più importante investire nella costruzione delle
condizioni che rendono possibile l’innovazione. Ciò significa rafforzare il
finanziamento ordinario, sostenere il reclutamento di giovani ricercatori,
investire nelle infrastrutture scientifiche, favorire la collaborazione con le
imprese e sviluppare strumenti finanziari innovativi in grado di accompagnare
il trasferimento tecnologico.
In questa
prospettiva, le università dovrebbero essere considerate non soltanto come
luoghi di formazione e produzione della conoscenza, ma come infrastrutture
strategiche per lo sviluppo del Paese. La ricerca non rappresenta infatti un
costo da sostenere, bensì un investimento destinato a generare crescita
economica, progresso tecnologico, qualità istituzionale e benessere sociale.
La lezione più
importante che emerge dalla VQR 2020-2024 può essere sintetizzata in una
considerazione fondamentale: il problema principale dell’università italiana
non è la qualità della ricerca. I risultati mostrano un sistema
scientificamente competitivo e capace di produrre conoscenza di valore. La vera
sfida consiste nel creare le condizioni affinché tale conoscenza possa tradursi
più efficacemente in innovazione, sviluppo economico e vantaggi competitivi per
il Paese.
In conclusione,
il sistema universitario italiano appare oggi come una realtà scientificamente
robusta, caratterizzata da elevata qualità e forte capacità di adattamento.
Tuttavia, esso continua a operare in condizioni di relativo sottofinanziamento
e manifesta ancora difficoltà nel trasformare pienamente il proprio capitale
scientifico in innovazione tecnologica ed economica. Il futuro della ricerca
italiana dipenderà quindi dalla capacità di affrontare queste due questioni in
modo integrato: investire maggiormente nella produzione della conoscenza e,
allo stesso tempo, costruire strumenti più efficaci per valorizzarne i
risultati. Solo così sarà possibile trasformare la qualità scientifica già
esistente in un motore stabile di sviluppo e competitività per l’intero sistema
Paese.
Angelo Leogrande è economista, commercialista, professore
a contratto all'Università LUM e giornalista pubblicista; si occupa di finanza
d'impresa, innovazione ed economia regionale.
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