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IL PUNTO DELLA SITUAZIONE : Il G7 di Evian dal 15 al 17 Giugno

 

  • Cina esportatrice, Stati Uniti consumatori, Europa risparmiatrice: gli squilibri globali alimentano instabilità economica crescente.
  • I dazi non correggono le cause profonde degli squilibri macroeconomici e commerciali mondiali.
  • L’Europa deve trasformare risparmio e mercato unico in investimenti, innovazione e autonomia strategica.


L’economia mondiale sta attraversando una fase di trasformazione profonda caratterizzata dall’emergere di nuovi squilibri macroeconomici che coinvolgono le tre principali aree economiche del pianeta: Cina, Stati Uniti e Unione Europea. Al centro del dibattito internazionale, rilanciato dal G7 di Evian e dal successivo Consiglio Europeo di Bruxelles, vi è la consapevolezza che le tensioni commerciali, l’uso crescente dei dazi, la competizione tecnologica e le divergenze nei modelli di crescita non rappresentano fenomeni isolati, ma l’espressione di una crisi strutturale dell’economia globale. Le analisi del professor Paolo Guerrieri (Sciences Po Parigi), le riflessioni di Emmanuel Macron e i contributi pubblicati da Il Sole 24 Ore convergono su una stessa conclusione: il sistema economico internazionale è diventato sempre più fragile e necessita di nuove forme di cooperazione, coordinamento e governance.

Il triangolo degli squilibri globali
Uno dei concetti più efficaci emersi nel dibattito recente è quello del "triangolo degli squilibri", una rappresentazione che individua nelle relazioni tra Cina, Stati Uniti ed Europa il cuore delle tensioni economiche contemporanee.Secondo la lettura proposta da Macron e approfondita da Paolo Guerrieri, ciascuno dei tre grandi poli economici presenta un modello di crescita che genera effetti destabilizzanti sugli altri attori internazionali. La Cina continua a fondare il proprio sviluppo su una straordinaria capacità produttiva e su una forte propensione all’export. Gli investimenti industriali rimangono elevati mentre i consumi interni crescono più lentamente. Questo determina un eccesso di produzione che viene riversato sui mercati internazionali attraverso le esportazioni. Gli Stati Uniti rappresentano il fenomeno opposto. L’economia americana continua a sostenere la domanda globale grazie a consumi elevati, finanziati da deficit pubblici e commerciali crescenti. Washington assorbe beni e capitali provenienti dal resto del mondo, alimentando uno squilibrio che dura ormai da decenni. L’Europa, invece, occupa una posizione intermedia ma non meno problematica. Il continente dispone di un enorme stock di risparmio privato ma investe meno di quanto potrebbe nella propria economia. Il risultato è una crescita strutturalmente più debole e una dipendenza crescente da investimenti realizzati in altre aree del mondo.
Questi tre modelli, anziché compensarsi reciprocamente, finiscono per amplificare le rispettive fragilità.

Perché gli squilibri sono un problema sistemico
Il punto centrale evidenziato dagli economisti non riguarda semplicemente il commercio internazionale. Gli squilibri commerciali sono soltanto il sintomo di problemi più profondi.La storia economica insegna che quando gli squilibri tra risparmio, investimenti, consumi e produzione si accumulano per troppo tempo, finiscono per tradursi in instabilità finanziaria. Secondo Guerrieri, la crisi del 2008 rappresenta un esempio emblematico di questo meccanismo, una situazione in cui anni di squilibri globali sfociarono improvvisamente in una crisi finanziaria sistemica. Il rischio oggi è analogo. Da una parte troviamo una Cina che continua ad accumulare surplus commerciali; dall’altra gli Stati Uniti che accumulano deficit; nel mezzo un’Europa incapace di utilizzare pienamente il proprio potenziale economico.In assenza di correttivi, queste tensioni potrebbero tradursi in crisi finanziarie ,guerre commerciali,frammentazione tecnologica, riduzione della crescita mondiale,aumento delle tensioni geopolitiche.Come osserva Giuliano Noci sul Sole24Ore, il problema non è più un’anomalia del sistema economico globale ma è diventato il sistema stesso.

La Cina e il modello della sovracapacità produttiva
Uno degli aspetti più controversi del dibattito internazionale riguarda il modello economico cinese.
Negli ultimi vent’anni Pechino ha costruito una straordinaria infrastruttura industriale capace di dominare numerose filiere strategiche: batterie, veicoli elettrici, energie rinnovabili, elettronica avanzata e tecnologie digitali. Secondo le analisi richiamate nel dibattito europeo, il governo cinese continua a privilegiare la crescita della capacità produttiva rispetto all’espansione della domanda interna. Ciò comporta una forte dipendenza dalle esportazioni e la generazione di surplus commerciali crescenti.
Un elemento particolarmente critico riguarda il ruolo dei sussidi pubblici. Bruxelles ha evidenziato come il sostegno statale alle imprese cinesi sia stato, negli ultimi vent’anni, da tre a otto volte superiore alla media OCSE. A ciò si aggiunge una persistente sottovalutazione dello yuan stimata tra il 20% e il 30%, che rafforza ulteriormente la competitività delle esportazioni cinesi. Per l’Europa il problema non è soltanto commerciale. La crescente presenza di prodotti cinesi a prezzi estremamente competitivi rischia infatti di comprimere margini, investimenti e occupazione in numerosi comparti industriali europei.

Trump, i dazi e la strategia americana
Se la Cina rappresenta il lato dell’offerta globale, gli Stati Uniti incarnano il lato della domanda. L’amministrazione Trump interpreta gli squilibri commerciali come il risultato di pratiche scorrette da parte dei partner commerciali e propone i dazi come principale strumento di riequilibrio. Questa impostazione è emersa chiaramente anche alla vigilia del G7 di Evian, quando il presidente americano ha minacciato dazi fino al 100% sui vini francesi in risposta alla digital tax adottata da Parigi. Tuttavia, numerosi economisti sottolineano che i dazi non intervengono sulle cause strutturali degli squilibri. Come osserva Noci, i dazi possono generare consenso politico immediato, ma non modificano la struttura della domanda globale né ricostruiscono automaticamente capacità industriale. Al contrario, rischiano di aumentare i prezzi, frammentare le catene del valore e provocare ritorsioni commerciali. Anche Guerrieri evidenzia come le tariffe non possano aumentare il risparmio americano né ridurre automaticamente il surplus cinese. Il problema, prima ancora che commerciale, è macroeconomico.

L’Europa tra vulnerabilità e opportunità                                                                                             Tra i tre attori globali, l’Unione Europea appare oggi il soggetto più esposto agli effetti degli squilibri mondiali.Da una parte deve confrontarsi con l’aggressività commerciale cinese , dall’altra con le tensioni protezionistiche provenienti dagli Stati Uniti. In questo contesto il deficit commerciale europeo nei confronti della Cina ha raggiunto livelli record.Secondo quanto ricordato dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, nel 2025 l’Unione Europea ha registrato un deficit commerciale verso la Cina pari a circa 360 miliardi di euro, il più elevato mai registrato. Bruxelles considera questa situazione insostenibile.Per questo motivo negli ultimi anni sono stati introdotti nuovi strumenti di difesa commerciale, tra cui: misure antisussidio ,controlli sugli investimenti strategici, strumenti anti-coercizione,meccanismi di monitoraggio delle catene di approvvigionamento. Tuttavia, come osserva Guerrieri, il problema non è l’assenza di strumenti, ma la difficoltà politica nel loro utilizzo.

Le divisioni interne all’Europa
Uno dei principali limiti dell’azione europea è rappresentato dalle divergenze tra gli Stati membri.
La Francia sostiene una linea più assertiva verso Pechino e chiede maggiore reciprocità commerciale. La Germania mantiene un atteggiamento più prudente a causa della forte esposizione delle proprie imprese sul mercato cinese. La Spagna teme ripercussioni sugli investimenti ricevuti nei settori industriali emergenti, in particolare nell’automobile elettrica. Queste differenze rendono difficile la definizione di una strategia comune.Pechino conosce bene tali divisioni e tende a negoziare direttamente con i singoli governi nazionali piuttosto che con le istituzioni europee, indebolendo così la capacità negoziale dell’Unione. La questione centrale non è avviare una guerra commerciale con la Cina, ma costruire condizioni di reciprocità che consentano alle imprese europee di competere in condizioni più equilibrate.

De-risking, non decoupling
La strategia europea può essere sintetizzata in una formula diventata ormai centrale nel lessico comunitario: "de-risking, not decoupling".L’obiettivo non è interrompere le relazioni economiche con la Cina, ma ridurre le dipendenze eccessive nei settori strategici. Come sottolineato da Ursula von der Leyen, ciò richiede sia il rafforzamento della capacità produttiva interna sia la diversificazione delle catene di approvvigionamento attraverso nuovi accordi commerciali internazionali. Si tratta di una strategia che cerca di conciliare apertura economica e sicurezza strategica. In altre parole, l’Europa punta a rimanere aperta al commercio internazionale senza diventare vulnerabile a shock geopolitici o dipendenze critiche.

Il limite del G7 e la necessità di una nuova governance globale
Un altro tema emerso con forza nel dibattito riguarda il ruolo del G7.Secondo Giuliano Noci, il G7 mantiene un’importante funzione simbolica e politica, ma non dispone più della capacità necessaria per governare da solo gli squilibri dell’economia mondiale.Rispetto agli anni Ottanta, quando fu possibile raggiungere accordi come il Plaza Accord del 1985, il sistema economico internazionale è oggi molto più complesso, multipolare e frammentato.La gestione degli squilibri richiede il coinvolgimento di attori che oggi non fanno parte stabilmente del G7 ovvero India ,Brasile ,Paesi del Golfo, economie emergenti asiatiche,istituzioni multilaterali.
In un mondo caratterizzato da molteplici centri di potere economico, nessun Paese può più svolgere il ruolo di unico timoniere dell’economia globale.

La vera sfida europea: investire nel futuro
Al di là delle tensioni commerciali, la questione decisiva riguarda la capacità dell’Europa di rafforzare se stessa. La ricetta richiamata sia da Macron sia dagli economisti internazionali è relativamente chiara ovvero la Cina dovrebbe aumentare consumi e welfare; gli Stati Uniti dovrebbero ridurre deficit e squilibri fiscali; l’Europa dovrebbe trasformare il proprio risparmio in investimenti produttivi.
Questo significa completare il mercato unico, accelerare la transizione tecnologica, sostenere innovazione e ricerca, rafforzare le infrastrutture strategiche e costruire una vera politica industriale europea. In assenza di questi interventi, il rischio è che il continente continui a perdere terreno nella competizione globale, rimanendo schiacciato tra la potenza produttiva cinese e la capacità innovativa americana.

Conclusioni
Le discussioni che hanno accompagnato il G7 di Evian e il successivo Consiglio Europeo evidenziano una realtà ormai difficilmente contestabile e cioè che gli squilibri macroeconomici rappresentano il principale fattore di rischio per la stabilità dell’economia mondiale. Cina, Stati Uniti ed Europa non sono semplicemente tre grandi attori economici, ma tre modelli di crescita profondamente diversi e interdipendenti. La Cina continua a puntare sulla produzione e sulle esportazioni; gli Stati Uniti sulla domanda e sul debito; l’Europa sul risparmio e sulla regolazione. La coesistenza di questi modelli ha consentito per anni una crescita relativamente equilibrata, ma oggi mostra limiti sempre più evidenti.
L’illusione che i dazi possano risolvere problemi strutturali appare sempre meno credibile. Allo stesso modo, la convinzione che il mercato possa correggere automaticamente gli squilibri si è rivelata insufficiente. Le crisi degli ultimi vent’anni dimostrano che l’accumulo di distorsioni macroeconomiche genera inevitabilmente tensioni finanziarie, commerciali e geopolitiche.
Per l’Europa la sfida è particolarmente complessa. Non basta difendersi dalla concorrenza cinese né negoziare con gli Stati Uniti. Occorre costruire una strategia autonoma fondata su investimenti, innovazione, capacità industriale e integrazione del mercato unico. La competitività europea non dipenderà soltanto dalle regole commerciali, ma dalla capacità di trasformare il grande risparmio disponibile in crescita produttiva, ricerca e sviluppo tecnologico.
Come efficacemente osservato da Giuliano Noci, la nave dell’economia globale sta imbarcando acqua da più punti contemporaneamente. La domanda decisiva non è chi abbia causato la falla, ma se le grandi potenze saranno capaci di collaborare per ripararla. Se ciò non accadrà, gli squilibri continueranno ad accumularsi, alimentando nuove crisi. Se invece emergerà una nuova forma di cooperazione internazionale, il riequilibrio dell’economia mondiale potrà trasformarsi in una grande opportunità di crescita condivisa.




Angelo Capriati - CEO Finanza&Servizi 


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