Per oltre un secolo la pianificazione urbanistica europea è stata orientata prevalentemente verso l'espansione delle città, la realizzazione di nuove infrastrutture e la trasformazione del territorio quale principale indicatore di sviluppo economico. Questo paradigma, che ha accompagnato la crescita industriale e demografica del Novecento, ha prodotto importanti benefici in termini di sviluppo economico, ma ha anche determinato un progressivo consumo di suolo, la frammentazione degli habitat naturali, la perdita di biodiversità e un crescente aumento della vulnerabilità climatica delle aree urbane.
Negli ultimi anni tale modello è stato profondamente rimesso in discussione. L'approvazione del Regolamento (UE) 2024/1991 sul Ripristino della Natura (Nature Restoration Law) segna infatti una svolta nella politica ambientale europea: non è più sufficiente conservare ciò che resta degli ecosistemi naturali, ma occorre ripristinare quelli già degradati, ricostruendo il capitale naturale quale infrastruttura essenziale per la resilienza climatica, la sicurezza idrogeologica, la salute pubblica e la competitività economica. Questo cambio di paradigma è stato recepito in Italia con il Decreto Legislativo 8 aprile 2026, n. 80, che disciplina la governance nazionale del Piano di Ripristino e attribuisce ai Comuni un ruolo operativo nella rigenerazione degli ecosistemi urbani. Parallelamente, il dibattito culturale e scientifico ha sviluppato nuove riflessioni sul rapporto tra città e natura. Tra queste assume particolare rilievo il contributo di Paolo Pileri, che con il concetto di urbanistica del togliere propone di superare la tradizionale logica espansiva della pianificazione urbana, sostituendola con una cultura della sottrazione: togliere asfalto, cemento e superfici impermeabili per restituire spazio al suolo, alla vegetazione e ai processi ecologici. Questa visione dialoga in modo significativo con l'ecologia integrale proposta da Papa Francesco nella Laudato si', dove la città viene interpretata come parte della "casa comune" e la qualità dell'ambiente urbano diventa elemento essenziale della dignità umana. Papa Francesco richiama infatti la responsabilità verso il pianeta, denunciando città congestionate, prive di verde e dominate da cemento e asfalto, nelle quali il degrado ambientale si intreccia con quello sociale.
Il presente report intende analizzare questa convergenza tra riflessione urbanistica, etica ambientale e nuova disciplina europea, mettendo in evidenza il ruolo strategico che i Comuni sono chiamati a svolgere nella costruzione di città più resilienti, verdi e capaci di rigenerare il proprio capitale naturale.
1. La crisi ecologica come crisi del modello urbanistico
La crisi climatica viene spesso descritta come una questione energetica, industriale o atmosferica. In realtà essa rappresenta anche una profonda crisi del modello con cui abbiamo progettato e trasformato il territorio negli ultimi decenni. Le città contemporanee sono diventate sistemi altamente artificializzati, caratterizzati da un'elevata impermeabilizzazione del suolo, da una crescente frammentazione degli habitat naturali e da un progressivo allontanamento dei cittadini dai processi ecologici che sostengono la vita. Secondo l'ISPRA, il consumo di suolo continua a rappresentare una delle principali criticità ambientali italiane. Ogni nuova superficie impermeabilizzata riduce la capacità del terreno di assorbire acqua, immagazzinare carbonio, sostenere la biodiversità e mitigare gli effetti delle ondate di calore. Il suolo non è semplicemente uno spazio edificabile, ma un ecosistema complesso che svolge funzioni essenziali per il benessere collettivo, dalla regolazione del ciclo idrologico alla produzione di biomassa, fino alla conservazione della biodiversità. Per molti decenni la pianificazione urbanistica ha privilegiato la quantità rispetto alla qualità delle trasformazioni territoriali. L'indicatore del progresso coincideva frequentemente con il numero di nuovi edifici, strade o aree produttive realizzate. In questo contesto il suolo veniva considerato prevalentemente come una risorsa economica da valorizzare attraverso la trasformazione edilizia, mentre le sue funzioni ecologiche rimanevano sostanzialmente invisibili.
Oggi questa impostazione mostra tutti i suoi limiti. Le conseguenze sono evidenti: aumento delle temperature urbane, maggiore esposizione al rischio idraulico, perdita di habitat per impollinatori e fauna selvatica, riduzione della qualità dell'aria e crescente vulnerabilità delle città agli eventi meteorologici estremi. Il cambiamento climatico amplifica tali criticità, rendendo sempre più urgente un ripensamento della pianificazione territoriale. La risposta europea non consiste semplicemente nel limitare nuovi consumi di suolo, ma nel promuovere una vera e propria strategia di ripristino ecologico. Il Regolamento (UE) 2024/1991 introduce obiettivi vincolanti per il recupero degli ecosistemi terrestri, marini, agricoli, forestali e urbani, riconoscendo che la natura costituisce una vera infrastruttura strategica per la sicurezza e lo sviluppo del continente. Tra i benefici attesi figurano una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici, un incremento della produttività agricola, la riduzione del rischio di alluvioni e siccità e il miglioramento della biodiversità. In questo quadro emerge una nuova idea di sviluppo: non più fondata sulla continua espansione delle superfici urbanizzate, ma sulla capacità di migliorare la qualità ecologica dei territori già costruiti.
2. L'urbanistica del togliere: una nuova cultura della pianificazione
È proprio all'interno di questo cambiamento culturale che si inserisce il contributo di Paolo Pileri, tra i maggiori studiosi italiani del consumo di suolo. La sua proposta dell'urbanistica del togliere rappresenta una delle riflessioni più innovative nel panorama contemporaneo della pianificazione territoriale.
L'idea di fondo è tanto semplice quanto rivoluzionaria: la sostenibilità urbana non dipende soltanto da ciò che costruiamo, ma soprattutto da ciò che siamo disposti a rimuovere. Per oltre un secolo l'urbanistica si è concentrata sull'aggiungere nuove funzioni, nuove infrastrutture e nuovi edifici. Oggi, invece, la sfida consiste nel restituire spazio alla natura, recuperando superfici impermeabilizzate e ricostruendo i processi ecologici compromessi. L'urbanistica del togliere non propone una rinuncia allo sviluppo, bensì una diversa concezione dello sviluppo stesso. La crescita qualitativa della città passa attraverso la rigenerazione del patrimonio esistente, la riduzione delle superfici asfaltate, la creazione di corridoi ecologici, l'incremento del verde urbano e la valorizzazione del suolo come infrastruttura naturale. Questa prospettiva dialoga direttamente con le più recenti esperienze internazionali di Nature-Based Solutions, di Sponge Cities e di infrastrutture verdi e blu. In tutti questi casi il principio fondamentale è identico: aumentare la capacità della città di lavorare insieme ai processi naturali anziché sostituirli. Le azioni proposte da Pileri – deimpermeabilizzazione, depavimentazione, decementificazione e riduzione degli spazi dedicati esclusivamente all'automobile – non costituiscono soltanto interventi paesaggistici, ma vere strategie di adattamento climatico. Un parcheggio trasformato in parco urbano, una piazza permeabile o un corridoio verde lungo un corso d'acqua contribuiscono contemporaneamente ad assorbire acqua piovana, ridurre le temperature, incrementare la biodiversità e migliorare la qualità della vita dei cittadini. È significativo osservare come molte di queste intuizioni trovino oggi un riscontro nel quadro normativo europeo. La Nature Restoration Law individua infatti gli ecosistemi urbani tra gli ambiti prioritari di intervento, chiedendo agli Stati membri di arrestare la perdita di verde urbano e incrementare progressivamente la copertura arborea, mentre il decreto legislativo italiano assegna ai Comuni la responsabilità dell'attuazione di tali obiettivi nell'ambito delle proprie competenze di pianificazione urbanistica. Ne deriva una trasformazione profonda del ruolo dell'urbanista e dell'amministrazione comunale. Se nel Novecento la pianificazione era principalmente orientata alla gestione dell'espansione urbana, nel XXI secolo essa è chiamata a diventare uno strumento di ricostruzione del capitale naturale. Il territorio non è più soltanto il luogo dove localizzare nuove funzioni economiche, ma diventa il supporto di processi ecologici che garantiscono sicurezza idrogeologica, salute pubblica, qualità ambientale e resilienza climatica. L'urbanistica del togliere assume così un significato che va oltre la dimensione tecnica. Essa propone una diversa idea di città, nella quale il benessere collettivo non deriva dall'aumento continuo delle superfici costruite, ma dalla capacità di ristabilire un equilibrio tra insediamenti umani e natura. È questo il terreno sul quale si incontrano la riflessione di Paolo Pileri, l'ecologia integrale della Laudato si' e la nuova politica europea del ripristino della natura, aprendo una stagione in cui la pianificazione urbana è chiamata non solo a progettare il futuro delle città, ma anche a ricostruire gli ecosistemi da cui dipende la qualità della vita delle comunità.
3. La Laudato si' e l'ecologia integrale: una nuova visione della città
Se il Regolamento europeo sul ripristino della natura rappresenta la traduzione normativa della nuova politica ambientale europea, la Lettera Enciclica Laudato si' di Papa Francesco costituisce uno dei più autorevoli riferimenti culturali e antropologici che hanno contribuito ad alimentare il dibattito internazionale sulla sostenibilità, sulla tutela del capitale naturale e sulla responsabilità delle istituzioni verso le generazioni future. Pubblicata nel 2015, l'enciclica non affronta esclusivamente questioni religiose o morali, ma propone una riflessione ampia sul rapporto tra economia, società, ambiente e sviluppo umano. L'idea centrale è quella della "casa comune", intesa come patrimonio condiviso dell'umanità, la cui salvaguardia richiede un cambiamento profondo dei modelli economici, culturali e istituzionali. Papa Francesco osserva come il deterioramento ambientale sia il risultato di un utilizzo irresponsabile delle risorse naturali e ricorda che l'essere umano non è proprietario assoluto della Terra, bensì custode di un patrimonio da trasmettere integro alle generazioni future. Questa impostazione si avvicina sorprendentemente ai principi oggi recepiti dalla Nature Restoration Law approvato dall'UE il 18/08/2024. Entrambi i documenti, pur appartenendo a contesti differenti – uno etico e pastorale, l'altro giuridico e istituzionale – condividono la convinzione che il degrado degli ecosistemi non rappresenti soltanto un problema ambientale, ma una questione economica, sociale e culturale.
3.1 Dalla conservazione al ripristino
Uno degli aspetti più innovativi della Laudato si' consiste nell'abbandono di una concezione esclusivamente conservativa dell'ambiente. Papa Francesco invita infatti a superare una visione nella quale la natura viene considerata semplicemente come un insieme di beni da utilizzare o proteggere, proponendo invece una prospettiva relazionale fondata sull'interdipendenza tra tutte le forme di vita.
L'enciclica sottolinea come nessuna creatura possa essere compresa isolatamente, ma soltanto all'interno della rete di relazioni che caratterizza l'intero ecosistema. La natura non è una somma di elementi indipendenti, bensì un sistema complesso nel quale ogni componente contribuisce all'equilibrio generale. Questo principio costituisce anche uno dei pilastri scientifici della Nature Restoration Law, che non interviene su singole specie o habitat isolati, ma mira a ricostruire la funzionalità complessiva degli ecosistemi attraverso il miglioramento della connettività ecologica, della biodiversità e dei servizi ecosistemici.
3.2 La critica al paradigma tecnocratico
Un secondo elemento di grande attualità riguarda la critica al cosiddetto paradigma tecnocratico.
Papa Francesco osserva come lo sviluppo contemporaneo abbia spesso identificato il progresso con la capacità di dominare la natura attraverso la tecnologia, trascurando i limiti ecologici del pianeta. Secondo questa impostazione, ogni problema ambientale potrebbe essere risolto esclusivamente mediante innovazioni tecnologiche, senza modificare i modelli di produzione e consumo. L'urbanistica del Novecento rappresenta uno degli esempi più evidenti di questo paradigma. Per decenni le città sono state progettate privilegiando l'automobile, il cemento, l'impermeabilizzazione, l'espansione edilizia,
la separazione funzionale degli spazi. L'idea dominante era che ogni criticità urbana potesse essere affrontata costruendo nuove infrastrutture. Oggi sappiamo che tale impostazione ha generato effetti collaterali rilevanti in termini di aumento delle isole di calore, riduzione della biodiversità, incremento del rischio idraulico, consumo irreversibile di suolo, perdita dei servizi ecosistemici.
È proprio contro questa logica che si sviluppa l'urbanistica del togliere di Paolo Pileri. La soluzione non consiste nel costruire ancora, ma nel restituire spazio ai processi naturali.
3.3 Le città come ecosistemi
Uno dei passaggi più significativi della Laudato si' riguarda proprio la riflessione sulle città. Papa Francesco osserva che molte aree urbane sono diventate luoghi congestionati, caratterizzati da elevati consumi di energia e acqua, scarsità di spazi verdi, inquinamento e perdita della qualità della vita. Egli denuncia città dominate da cemento, asfalto, vetro e metalli, nelle quali il contatto diretto con la natura è progressivamente scomparso. Queste osservazioni anticipano molte delle criticità oggi affrontate dalla pianificazione urbana europea. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha infatti dimostrato come gli ecosistemi urbani possono svolgere funzioni fondamentali in termini di riduzione delle temperature,
assorbimento delle acque meteoriche, miglioramento della qualità dell'aria, incremento della biodiversità, benefici psicologici e sanitari. Le Nature Based Solutions, le infrastrutture verdi e le Sponge Cities nascono proprio da questa nuova consapevolezza ovvero la città non deve sostituire la natura, ma integrarla.
4. La Nature Restoration Law: il passaggio dalla tutela al ripristino
L'approvazione del Regolamento (UE) 2024/1991 rappresenta probabilmente il più importante cambiamento della politica ambientale europea degli ultimi decenni. Per oltre quarant'anni la normativa comunitaria si è concentrata prevalentemente sulla conservazione degli habitat esistenti. Con la Nature Restoration Law l'obiettivo cambia radicalmente .Non basta più proteggere ciò che è rimasto. Occorre ricostruire ciò che è stato degradato. Il regolamento nasce anche sulla base degli impegni assunti durante la COP15 sulla biodiversità, nella quale la comunità internazionale ha riconosciuto che la perdita di biodiversità costituisce una minaccia economica oltre che ambientale. Tra i benefici attesi figurano un incremento della produttività agricola, una maggiore resilienza climatica, la riduzione del rischio di alluvioni e siccità e il miglioramento della biodiversità. Il principio fondamentale è semplice.
Una società resiliente non può esistere senza ecosistemi resilienti. Per questo motivo il Regolamento interviene contemporaneamente su ecosistemi terrestri, ecosistemi marini, ecosistemi agricoli, foreste,
fiumi, ecosistemi urbani, impollinatori. Si tratta di un approccio sistemico che riconosce il valore del capitale naturale come infrastruttura essenziale dello sviluppo economico.
4.1 Perché gli ecosistemi urbani sono centrali
Una delle innovazioni più rilevanti riguarda proprio le città. Per la prima volta una normativa europea attribuisce agli ecosistemi urbani un ruolo strategico nella lotta ai cambiamenti climatici. Il regolamento prevede che gli Stati membri arrestino la perdita di spazi verdi urbani e incrementino progressivamente la copertura arborea, favorendo interventi di rinaturalizzazione e miglioramento della qualità ecologica degli insediamenti urbani. Questo significa che piazze, parchi, corsi d'acqua, filari alberati, giardini scolastici e aree industriali dismesse non rappresentano più semplicemente elementi dell'arredo urbano.
Diventano componenti essenziali della resilienza climatica.
5. Il nuovo ruolo dei Comuni: dalla pianificazione urbanistica alla rigenerazione ecologica
L'entrata in vigore del Decreto Legislativo 8 aprile 2026, n. 80, attuativo del Regolamento (UE) 2024/1991, segna un passaggio storico nell'evoluzione delle politiche territoriali italiane. Per la prima volta il legislatore attribuisce ai Comuni, alle Città metropolitane e alle Province una responsabilità diretta nell'attuazione del Piano Nazionale di Ripristino con riferimento agli ecosistemi urbani. Non si tratta di un semplice adempimento amministrativo, ma di una trasformazione della missione stessa dell'ente locale, che da soggetto prevalentemente deputato alla gestione dell'espansione urbana diviene protagonista della ricostruzione del capitale naturale. Il decreto individua inoltre i Comuni come soggetti responsabili dell'attuazione delle misure relative agli ecosistemi urbani, del monitoraggio e della trasmissione dei dati necessari alla Commissione europea, nel quadro del Piano nazionale di ripristino. Questa evoluzione si inserisce in una prospettiva più ampia, nella quale la pianificazione urbanistica non può più limitarsi alla regolazione dell'edificabilità, ma deve diventare uno strumento di adattamento climatico, tutela della biodiversità e miglioramento della qualità della vita.
5.1 La rigenerazione degli ecosistemi urbani
Il primo ambito di intervento riguarda il ripristino degli ecosistemi urbani, che rappresenta uno degli obiettivi centrali della Nature Restoration Law . Gli ecosistemi urbani comprendono non soltanto i parchi pubblici, ma l'intero mosaico ecologico della città e quindi parliamo di parchi urbani, ville storiche, giardini pubblici, alberature stradali, fasce fluviali, zone umide urbane, aree agricole periurbane, corridoi ecologici, tetti verdi, pareti vegetali, aree industriali dismesse, piazze e superfici pavimentate suscettibili di rinaturalizzazione. In questo contesto il Comune può promuovere una vera strategia di urbanistica ecologica, intervenendo attraverso azioni come depavimentazione di piazze e parcheggi, sostituzione dell'asfalto con superfici drenanti, recupero delle aree impermeabilizzate, rinaturalizzazione delle sponde fluviali urbane, recupero di cave dismesse, riqualificazione di aree industriali abbandonate, realizzazione di infrastrutture verdi e blu, incremento della permeabilità dei suoli. Questi interventi consentono di aumentare la capacità della città di assorbire le acque meteoriche, ridurre le isole di calore, migliorare la qualità dell'aria e ricostruire habitat favorevoli alla fauna e alla flora urbana. È proprio in questa prospettiva che trova concreta applicazione il concetto di urbanistica del togliere elaborato da Paolo Pileri che consiste non nel costruire nuovi spazi, ma nel liberare spazio per restituire funzionalità ecologica al territorio.
5.2 Incrementare la biodiversità urbana
La biodiversità rappresenta oggi una vera infrastruttura urbana. Per molti decenni la presenza di specie vegetali e animali è stata considerata un elemento accessorio dell'arredo urbano. La Nature Restoration Law ribalta completamente questa impostazione. Gli ecosistemi urbani devono diventare habitat capaci di sostenere la biodiversità. Per i Comuni questo significa elaborare Piani comunali della biodiversità, integrati con gli strumenti urbanistici e con i Piani del Verde. Tra le principali azioni figurano l'incremento delle specie vegetali autoctone, l'eliminazione progressiva delle specie invasive la creazione di prati permanenti, la realizzazione di fasce fiorite, il recupero delle siepi, la tutela degli alberi monumentali, la connessione ecologica tra parchi urbani ed il recupero delle aree agricole periurbane. Una particolare attenzione dovrà essere dedicata agli impollinatori, la cui diminuzione costituisce una delle maggiori criticità ambientali europee. I Comuni potranno realizzare giardini per impollinatori, prati melliferi, corridoi ecologici, riduzione dell'uso di fitofarmaci, programmi di sfalcio differenziato, installazione di rifugi per insetti utili. La biodiversità urbana diventa così uno degli indicatori della qualità della città.
5.3 Forestazione urbana e infrastrutture verdi
Uno degli strumenti più efficaci di adattamento climatico è rappresentato dalla forestazione urbana.
Il Regolamento europeo e il decreto nazionale collegano il ripristino degli ecosistemi all'obiettivo europeo della piantumazione di nuovi alberi, coinvolgendo tutte le amministrazioni competenti.
Per i Comuni la forestazione non può ridursi a campagne occasionali di piantumazione. Occorre sviluppare un vero Piano comunale della copertura arborea. Esso dovrebbe prevedere un censimento del patrimonio arboreo, la valutazione dello stato fitosanitario, l'incremento della copertura arborea, l'individuazione delle aree prioritarie, la sostituzione delle specie vulnerabili ai cambiamenti climatici, l'incremento della biodiversità forestale, la gestione sostenibile delle alberature.
Parallelamente occorre sviluppare una rete di infrastrutture verdi, comprendente parchi urbani, boschi periurbani, greenways, corridoi ecologici, tetti verdi, giardini della pioggia, fasce boscate e sistemi di drenaggio urbano sostenibile. Tali infrastrutture svolgono funzioni fondamentali in termini di riduzione delle temperature, cattura della CO₂, riduzione dell'inquinamento atmosferico, incremento della biodiversità, miglioramento della salute pubblica e riduzione del rischio idraulico.
5.4 Monitoraggio ambientale: dalla gestione del verde alla gestione degli ecosistemi
Il decreto attribuisce ai Comuni una responsabilità molto più ampia rispetto al passato. Non si tratta soltanto di mantenere il verde esistente ma cccorre misurare lo stato degli ecosistemi. Ciò richiede l'introduzione di un vero sistema di monitoraggio ambientale comunale. Ogni amministrazione dovrebbe predisporre un cruscotto di indicatori, comprendente almeno i seguenti indicatori :
Indicatori ecologici
• superficie di verde urbano;
• copertura arborea;
• indice di permeabilità;
• frammentazione ecologica;
• presenza di impollinatori;
• qualità degli habitat.
Indicatori climatici
• temperatura superficiale;
• estensione delle isole di calore;
• capacità di infiltrazione delle acque;
• frequenza degli allagamenti;
• resilienza agli eventi estremi.
Indicatori ambientali
• qualità dell'aria;
• qualità delle acque urbane;
• assorbimento di carbonio;
• consumo di suolo;
• superfici depavimentate.
Le moderne tecnologie consentono oggi di utilizzare GIS, immagini satellitari, sensori IoT, droni, telerilevamento, intelligenza artificiale. Il monitoraggio diventa quindi uno strumento permanente di governo del territorio.
5.5 Raccolta dei dati e rapporti con la Commissione europea
Uno degli aspetti meno conosciuti del decreto riguarda il sistema di reporting ambientale. Le amministrazioni territoriali devono infatti garantire la raccolta delle informazioni necessarie per consentire allo Stato italiano di adempiere agli obblighi di comunicazione verso la Commissione europea, come previsto dagli articoli 20 e 21 del Regolamento (UE) 2024/1991. Ciò implica la costruzione di un'infrastruttura informativa stabile. Ogni Comune dovrà raccogliere dati riguardanti l'andamento della copertura vegetale, le nuove piantumazioni, lo stato degli habitat, gli interventi di rinaturalizzazione, la biodiversità, la qualità ecologica dei corsi d'acqua urbani, il consumo di suolo e le superfici impermeabilizzate recuperate. Queste informazioni confluiranno nel sistema nazionale di monitoraggio e costituiranno la base delle relazioni periodiche che il Governo italiano trasmetterà alla Commissione europea.
5.6 Pianificazione urbanistica e Piano Nazionale di Ripristino
L'aspetto probabilmente più innovativo consiste nella progressiva integrazione tra strumenti urbanistici e politiche di ripristino ecologico. I nuovi Piani Urbanistici Generali (PUG), i Piani di Governo del Territorio (PGT) e gli altri strumenti di pianificazione dovranno essere sempre più coerenti con gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripristino. Ciò significa introdurre nei piani comunali strumenti come mappe della rete ecologica, inventario del capitale naturale, bilancio ecologico del consumo di suolo, strategie di deimpermeabilizzazione, criteri per la compensazione ecologica, obiettivi di incremento della biodiversità e indicatori di resilienza climatica. La pianificazione urbanistica sarà quindi chiamata a valutare non solo gli effetti economici o edilizi delle trasformazioni territoriali, ma anche il loro impatto sugli ecosistemi e sui servizi ecosistemici.
5.7 Una nuova amministrazione ecologica
Il D.Lgs. 80/2026 non modifica soltanto la distribuzione delle competenze amministrative ma introduce una nuova idea di governo locale. Il Comune del XXI secolo è chiamato a diventare un amministratore del capitale naturale, capace di integrare pianificazione urbanistica, adattamento climatico, tutela della biodiversità e innovazione digitale. In questa prospettiva, il successo delle politiche di ripristino non dipenderà esclusivamente dalle risorse economiche disponibili, ma soprattutto dalla capacità delle amministrazioni comunali di sviluppare competenze tecniche, strumenti di monitoraggio e processi partecipativi che coinvolgano cittadini, imprese, università e associazioni. È proprio a livello comunale che la Nature Restoration Law potrà trasformarsi da obbligo normativo europeo a concreta occasione di rigenerazione urbana, rendendo le città italiane più resilienti, più verdi e più vivibili per le generazioni presenti e future.
6. Dalla normativa all'azione: come i Comuni possono guidare la rigenerazione ecologica
L'efficacia della Nature Restoration Law e del Piano Nazionale di Ripristino dipenderà in larga misura dalla capacità delle amministrazioni comunali di tradurre gli obiettivi europei in interventi concreti sul territorio. Il D.Lgs. n. 80/2026 non attribuisce infatti ai Comuni un ruolo meramente esecutivo, ma li individua come soggetti responsabili dell'attuazione delle misure riguardanti gli ecosistemi urbani, nel rispetto delle competenze in materia di pianificazione urbanistica, oltre che del monitoraggio e della trasmissione delle informazioni necessarie al sistema nazionale e alla Commissione europea.
Si tratta di un cambiamento destinato a incidere profondamente sull'organizzazione delle politiche locali. Il Comune del futuro dovrà diventare un laboratorio permanente di rigenerazione ecologica, nel quale urbanistica, ambiente, lavori pubblici, mobilità, protezione civile, gestione del verde e innovazione digitale operino secondo una strategia unitaria. La vera sfida consiste nel passare da una gestione settoriale del territorio ad una governance ecosistemica, nella quale ogni scelta urbanistica sia valutata anche per il suo contributo alla resilienza climatica, alla biodiversità e alla qualità ambientale.
6.1 Una nuova pianificazione urbanistica
Il primo cambiamento riguarda gli strumenti urbanistici. Per oltre cinquant'anni il Piano Regolatore Generale ha avuto come funzione prevalente quella di disciplinare l'espansione urbana, gli indici edificatori, le destinazioni d'uso e la localizzazione delle infrastrutture.
Oggi questo approccio appare insufficiente. Il nuovo Piano Urbanistico dovrà diventare anche un Piano Ecologico della Città. Ciò significa introdurre una nuova generazione di elaborati tecnici come i seguenti :
Carta del Capitale Naturale Comunale contenente:
• habitat naturali;
• ecosistemi urbani;
• boschi;
• corsi d'acqua;
• aree agricole;
• alberature;
• rete ecologica.
Carta delle superfici impermeabili con individuazione di:
• parcheggi asfaltati;
• piazzali industriali;
• aree commerciali;
• superfici da depavimentare;
• aree prioritarie per la rinaturalizzazione.
Carta delle isole di calore realizzata mediante:
• immagini satellitari;
• rilievi termici;
• GIS;
• droni.
Carta della resilienza climatica nella quale valutare:
• vulnerabilità idraulica;
• rischio climatico;
• permeabilità del territorio;
• capacità di drenaggio.
Questi strumenti permetterebbero di programmare gli interventi sulla base di dati scientifici piuttosto che esclusivamente su esigenze edilizie.
6.2 Rigenerare anziché espandere
Uno dei principi cardine della Nature Restoration Law consiste nel recupero degli ecosistemi degradati.
Per un Comune questo significa modificare profondamente la logica degli investimenti. Le priorità non dovrebbero essere esclusivamente nuove urbanizzazioni, nuovi parcheggi, nuove strade.
Diventano invece prioritarie l'eventuale depavimentazione delle piazze, il recupero dei corsi d'acqua tombati, la rinaturalizzazione delle periferie, il recupero delle aree industriali dismesse, l'ampliamento dei parchi urbani e la connessione ecologica tra quartieri.
Questa impostazione coincide con il paradigma proposto da Paolo Pileri che possiamo sintetizzare con la seguente tesi ovvero la città cresce non quando occupa nuovo territorio ma quando migliora la qualità ecologica di quello esistente.
6.3 Il Comune come gestore del capitale naturale
Uno degli aspetti più innovativi della nuova disciplina consiste nel riconoscimento del capitale naturale quale infrastruttura pubblica. Tradizionalmente il patrimonio comunale comprendeva edifici, scuole, strade, reti idriche e impianti sportivi.
Nel nuovo paradigma alberi, boschi urbani, zone umide, prati, siepi, filari, suolo permeabile, habitat ed ecosistemi fluviali diventano beni strategici dell'amministrazione.
Essi richiedono manutenzione, investimenti, monitoraggio e valutazione economica.
In altre parole, il capitale naturale entra progressivamente nella contabilità strategica dell'ente locale.
6.4 La partecipazione dei cittadini
Un altro elemento fondamentale riguarda la partecipazione dei cittadini a questa nuova visione dell'ente locale . Il Regolamento europeo prevede processi di concertazione e consultazione nella predisposizione e nell'aggiornamento del Piano Nazionale di Ripristino. Il decreto legislativo richiama espressamente tali attività di collaborazione e divulgazione, evidenziando che la costruzione del Piano richiede il coinvolgimento dei soggetti interessati. Per i Comuni questo significa promuovere forum cittadini sulla biodiversità, consulte ambientali, laboratori di quartiere, bilanci ecologici partecipati, programmi di educazione ambientale, patti di collaborazione per la cura del verde e iniziative di citizen science per il monitoraggio di flora e fauna. La rigenerazione ecologica non può infatti essere affidata esclusivamente agli uffici tecnici. Essa richiede una vera alleanza tra istituzioni e comunità.
6.5 Innovazione digitale e Smart Green City
Le nuove tecnologie rappresentano uno straordinario alleato delle amministrazioni locali.
L'utilizzo di sensori IoT, immagini satellitari, telerilevamento, droni, intelligenza artificiale, GIS, Digital Twin urbani consente oggi di monitorare in tempo reale lo stato degli ecosistemi. Attraverso tali strumenti è possibile misurare la crescita della copertura arborea, individuare nuove impermeabilizzazioni, controllare la qualità ecologica dei corsi d'acqua, valutare gli effetti delle ondate di calore, monitorare la biodiversità urbana.
La Smart City evolve così verso il modello di Smart Green City, nel quale la digitalizzazione non è fine a sé stessa, ma supporta la gestione sostenibile del capitale naturale.
6.6 Le opportunità finanziarie
L'attuazione della Nature Restoration Law richiederà importanti investimenti pubblici. I Comuni potranno progressivamente integrare diverse fonti di finanziamento. Tra le principali:
• fondi della Politica di Coesione;
• Programmi LIFE;
• Horizon Europe;
• Fondi strutturali europei;
• Programmi regionali FESR;
• Politica Agricola Comune per le aree periurbane;
• eventuali misure nazionali collegate al Piano Nazionale di Ripristino.
In prospettiva, la capacità progettuale delle amministrazioni locali diventerà un fattore determinante per attrarre risorse e trasformare gli obblighi normativi in opportunità di sviluppo.
6.7 Esemplificazione del processo di attivazione di un piano ecologico della città
La Tabella 1 sintetizza i principali ambiti nei quali le amministrazioni comunali saranno chiamate ad operare, evidenziando come le nuove responsabilità si estendano dalla gestione degli ecosistemi urbani alla pianificazione territoriale, dalla tutela della biodiversità alla forestazione urbana, dalla rigenerazione del suolo alla rinaturalizzazione dei corsi d'acqua, fino alle attività di monitoraggio, reporting e partecipazione pubblica. Nel loro insieme, tali funzioni delineano un modello di amministrazione locale orientato non solo alla conservazione del capitale naturale, ma anche alla costruzione di città più resilienti, sostenibili e capaci di contribuire al raggiungimento degli obiettivi ambientali fissati dall'Unione europea. La centralità di questo nuovo ruolo appare coerente anche con l'evoluzione delle politiche ambientali nazionali, che attribuiscono crescente importanza alla disponibilità di dati ambientali affidabili, al monitoraggio degli ecosistemi e alla definizione di interventi basati su evidenze scientifiche, elementi considerati essenziali per orientare le decisioni pubbliche e valutare l'efficacia delle azioni di ripristino.
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Ambito
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Attività operative
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Ecosistemi urbani
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Ripristino di parchi, aree verdi, habitat urbani e corridoi ecologici
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Pianificazione
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Integrazione degli obiettivi del Piano Nazionale di Ripristino nei
PUG/PGT e negli strumenti urbanistici
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Biodiversità
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Incremento di specie autoctone, tutela degli impollinatori, gestione
ecologica del verde
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Forestazione urbana
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Piani di piantumazione, incremento della copertura arborea, gestione del
patrimonio arboreo
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Suolo
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Depavimentazione, deimpermeabilizzazione e recupero di superfici
degradate
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Acque urbane
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Rinaturalizzazione di corsi d'acqua, fasce ripariali e sistemi di
drenaggio sostenibile
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Monitoraggio
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Raccolta di indicatori ambientali e verifica dello stato degli ecosistemi
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Reporting
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Trasmissione dei dati alle autorità nazionali competenti per gli
adempimenti verso la Commissione europea
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Partecipazione
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Coinvolgimento di cittadini, scuole, imprese e associazioni nelle azioni
di rigenerazione
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Tabella 1 – Le nuove responsabilità dei Comuni
La Tabella 2 sintetizza, in forma schematica, le quattro fasi della roadmap operativa che un Comune può adottare per programmare l'attuazione del Piano Nazionale di Ripristino della Natura, evidenziando la successione temporale delle attività, gli obiettivi operativi e gli strumenti necessari per accompagnare il territorio verso il raggiungimento dei target europei previsti al 2050.
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Fase 1 – Analisi (2026–2027)
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Mappatura degli ecosistemi urbani.
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Censimento del patrimonio arboreo.
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Analisi delle superfici impermeabili.
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Valutazione della biodiversità.
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Fase 2 – Pianificazione (2027–2028)
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Aggiornamento del Piano Urbanistico.
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Definizione della rete ecologica comunale.
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Piano comunale della biodiversità.
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Piano della forestazione urbana.
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Fase 3 – Attuazione (2028–2035)
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Depavimentazione di aree pubbliche.
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Realizzazione di infrastrutture verdi e blu.
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Rinaturalizzazione di aree degradate.
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Incremento della copertura arborea.
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Tutela degli impollinatori.
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Fase 4 – Monitoraggio continuo (2030–2050)
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Aggiornamento degli indicatori.
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Rendicontazione periodica.
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Verifica dei risultati.
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Adeguamento delle strategie.
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Tabella 2 – le fasi della roadmap operativa per l'attuazione del PNR
Conclusioni
La Nature Restoration Law e il D.Lgs. n. 80/2026 inaugurano una nuova fase delle politiche territoriali europee e italiane. Il centro dell'azione pubblica non è più soltanto la conservazione della natura, ma il ripristino attivo degli ecosistemi, riconosciuti come infrastrutture fondamentali per la resilienza climatica, la salute pubblica e la competitività economica. In questo scenario, i Comuni assumono un ruolo inedito. Da amministrazioni chiamate prevalentemente a governare l'espansione urbana, diventano amministrazioni del capitale naturale, responsabili di integrare biodiversità, adattamento climatico e pianificazione del territorio in una strategia unitaria. È in questa prospettiva che il pensiero di Paolo Pileri sull'urbanistica del togliere acquista particolare attualità. Restituire spazio al suolo, ridurre le superfici impermeabili, ricostruire corridoi ecologici e incrementare il verde urbano non rappresentano soltanto interventi di riqualificazione paesaggistica, ma costituiscono strumenti di politica pubblica coerenti con gli obiettivi europei di ripristino della natura. La riflessione si intreccia anche con l'ecologia integrale della Laudato si', che invita a considerare la città come parte della "casa comune" e richiama la responsabilità collettiva verso il patrimonio naturale e le generazioni future. L'incontro tra questi tre livelli – visione culturale, innovazione urbanistica e disciplina giuridica – apre la strada a un nuovo modello di governo locale nel quale la qualità ecologica del territorio diventa un indicatore essenziale della qualità dello sviluppo. Il successo del Piano Nazionale di Ripristino dipenderà quindi non solo dall'azione dello Stato e delle Regioni, ma soprattutto dalla capacità dei Comuni di trasformare gli obblighi normativi in progetti concreti, misurabili e partecipati, capaci di rendere le città italiane più resilienti, più verdi e più vivibili. È a livello locale che la rigenerazione ecologica può diventare una pratica quotidiana di amministrazione pubblica, contribuendo a costruire un modello di sviluppo fondato sulla tutela del capitale naturale come bene comune e risorsa strategica per il futuro.
"Riferimenti bibliografici e documentali"
• Commissione europea (2024). Nature Restoration Regulation.
• Consiglio dell'Unione europea. Regolamento sul Ripristino della Natura.
• ISPRA. Ambiente in Italia: uno sguardo d'insieme. Annuario dei dati ambientali 2025.
• ISPRA. Strategia Nazionale per la Biodiversità 2030.
• ISPRA. Presentazione Piano Nazionale di Ripristino della Natura.
• ISPRA. Parchi e Impollinatori.
• Pileri, P. (2015). Che cosa c'è sotto. Altreconomia.
• Pileri, P. (2020). L'intelligenza del suolo. Altreconomia.
• Pileri, P. (2022). Dalla parte del suolo. Laterza.
• IPBES (2019). Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services.
• European Environment Agency (EEA). State of Nature in the EU.
• UNEP. Global Environment Outlook.
Angelo Capriati CEO Finanza&Servizi
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