- Il PIL cresce solo dello 0,5%, mentre persistono debolezze strutturali e produttività stagnante nazionale.
- Il PNRR sostiene investimenti e crescita, ma il suo impulso diminuirà progressivamente entro 2030.
- Debito al 137,1% del PIL, con rischi legati a privatizzazioni e shock energetici.
Il Rapporto sulla Politica di Bilancio 2026 dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), chiuso con le informazioni disponibili al 3 giugno 2026, è un documento di 264 pagine che fotografa lo stato dell'economia italiana e la traiettoria delle finanze pubbliche in un contesto internazionale profondamente perturbato da nuove tensioni geopolitiche, segnatamente il conflitto in Medio Oriente scoppiato a fine febbraio 2026 con l'attacco di Stati Uniti e Israele all'Iran. Il Rapporto si articola in due parti principali: la Parte 1 analizza il 2025 e le prospettive future attraverso il quadro macroeconomico, le previsioni e la finanza pubblica; la Parte 2 propone approfondimenti tematici sulle previsioni del Governo e il mercato dei titoli pubblici, nonché sul PNRR come fattore di miglioramento della capacità amministrativa dei Comuni.
I principali risultati del
Rapporto possono essere così sintetizzati:
• Il PIL italiano è cresciuto dello 0,5%
nel 2025, al di sotto della media dell'area euro (1,4%), con un contributo
negativo per la prima volta dal 2022 delle esportazioni nette.
• Il deficit si è attestato al 3,1% del
PIL nel 2025, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, grazie al saldo
primario positivo (0,8% del PIL).
• Il debito pubblico ha raggiunto il
137,1% del PIL a fine 2025, in aumento di 2,4 punti, principalmente per effetti
stock-flussi legati al Superbonus.
• Il quadro macroeconomico tendenziale
del DFP 2026 è stato validato dall'UPB, pur con significative riserve sui
rischi al ribasso, soprattutto energetici e geopolitici.
• Il PNRR fornisce un contributo stimato
all'1,8% del PIL nel 2026 (anno di picco), con effetti che si attenuano a circa
l'1,1% entro il 2030.
• Permangono criticità strutturali:
bassa produttività, declino demografico, divari territoriali persistenti.
1. Il Contesto Internazionale: Instabilità
Geopolitica e Commerciale
1.1 Il nuovo shock in Medio Oriente
Il quadro internazionale
analizzato nel Rapporto è dominato dall'escalation militare in Medio Oriente
avviata il 28 febbraio 2026, quando le forze statunitensi e israeliane hanno
attaccato l'Iran, colpendo siti nucleari e infrastrutture energetiche strategiche.
Il conflitto ha prodotto conseguenze immediate e durature sull'economia
mondiale, in particolare attraverso:
• Il blocco quasi totale dello Stretto
di Hormuz: da oltre 93 transiti navali al giorno a febbraio 2026, si è crollati
a poche unità giornaliere da marzo. Il traffico petrolifero (oltre il 50% dei
transiti) è sceso da circa 2.400 passaggi nel periodo aprile-maggio 2025 a soli
98 nello stesso periodo del 2026.
• Un consistente rialzo dei prezzi delle
materie prime energetiche: il prezzo del petrolio, stimato dal DFP 2026 a 92,6
dollari/barile nel 2026, è salito di quasi 18 dollari rispetto alle previsioni
del DPFP 2025. Il gas naturale ha raggiunto i 45,1 euro/MWh nel 2026 (contro
una previsione pre-conflitto di circa 30 euro).
• Nuove pressioni inflazionistiche:
l'inflazione nell'area euro ha ripreso a salire, raggiungendo il 3,2% in maggio
2026, invertendo il processo di disinflazione degli anni precedenti.
A questi elementi si
sommano le tensioni commerciali derivanti dalle politiche protezionistiche
statunitensi. Dopo la sentenza della Corte Suprema USA che ha dichiarato
illegittimi diversi dazi del 2025, l'Amministrazione americana ha varato nuove
misure tariffarie temporanee, siglando con l'UE un accordo su una tariffa media
al 15%, con numerose eccezioni. L'effetto netto sul commercio internazionale è
una crescita stimata all'1,9% nel 2026 (dal 4,4% del 2025 e dal 5,1% previsto
dal FMI prima del conflitto).
1.2 Le variabili esogene di riferimento
Il Rapporto documenta come
le principali variabili esogene assunte nei tre documenti di programmazione MEF
(DFP 2025, DPFP 2025 e DFP 2026) abbiano subito revisioni significative:
Prezzo petrolio 2026: ~92,6
$/barile (era 75 nel DPFP 2025)
Prezzo gas 2026: 45,1
€/MWh (era 30 nel DPFP 2025)
Tasso di cambio USD/EUR: 1,16
dollari per euro (stabile dall'autunno 2025)
Commercio mondiale 2026: +1,9%
(dal +4,4% del 2025)
Tassi di interesse lunghi: In
moderata crescita (verso il 4,1-4,5% nel quadriennio)
L'UPB ha richiesto
esplicitamente al MEF di aggiornare le variabili esogene energetiche nel corso
della procedura di validazione, ottenendo una revisione al rialzo rispetto alla
prima versione del DFP. Ciò testimonia un approccio prudente da parte
dell'organismo di controllo, che ha evitato di convalidare previsioni costruite
su ipotesi obsolete rispetto all'evoluzione rapidissima del conflitto.
1.3 Crescita globale e rischi al ribasso
Il FMI nelle previsioni di
aprile 2026 delinea uno scenario di relativa resilienza globale (crescita
mondiale sostenuta), ma con rischi qualificati come fortemente al ribasso. In
Europa, le previsioni di primavera della Commissione europea hanno ridotto la
stima di crescita dell'area euro di 3 decimi per il 2026 (allo 0,9%) e di 2
decimi per il 2027 (all'1,2%), imputando il peggioramento principalmente al
conflitto mediorientale. La Spagna rimane l'economia più dinamica tra i grandi
paesi dell'area, mentre la Germania ha mostrato solo un moderato recupero dalla
debolezza strutturale manifatturiera.
Valutazione
critica: Il contesto internazionale descritto dall'UPB appare credibile e
coerente con i dati disponibili. Il Rapporto evidenzia onestamente i limiti
delle previsioni in un contesto di altissima volatilità geopolitica e segnala
che le ipotesi del DFP sulla breve durata del conflitto rappresentano il
rischio principale di ottimismo nelle proiezioni ufficiali.
2. Gli Andamenti dell'Economia Italiana nel
2025
2.1 Crescita, domanda e offerta
Nel 2025 il PIL
dell'Italia è cresciuto dello 0,5%, in rallentamento rispetto allo 0,8% del
2024, un ritmo comunque superiore a quello della Germania (0,2%) e analogo a
quello della Francia, ma nettamente inferiore alla Spagna (2,8%) e alla media
dell'area euro (1,4%). Il differenziale negativo con l'area euro si è ampliato
a nove decimi di punto.
La struttura della
crescita presenta caratteristiche specifiche rilevanti per valutare la solidità
del ciclo economico:
• Domanda interna: contributo positivo pari
a 1,5 punti percentuali, equamente diviso tra consumi (+1,0% i consumi delle
famiglie) e investimenti (+3,5% la crescita degli investimenti, trainati
dall'edilizia +3,3% e dai macchinari +2,2%).
• Domanda estera netta: contributo
negativo (-0,7 punti), per la prima volta dal 2022, con importazioni cresciute
tre volte più delle esportazioni (+1,2%).
• Lato offerta: crescita delle
costruzioni (+4% circa) e stabilità dei servizi (+0,3%), a fronte di flessioni
dell'agricoltura (-0,1%) e della manifattura (-0,3%, in continuazione del trend
negativo avviato nel 2022).
Nel primo trimestre 2026
il PIL è cresciuto dello 0,3% in termini congiunturali (dato rivisto al rialzo
dalla stima preliminare dello 0,2%), con la variazione acquisita per il 2026
pari a 0,6 punti. La crescita è stata trainata dai servizi (+0,4%) mentre le
costruzioni hanno segnato una flessione (-0,3%) e la manifattura ha quasi
ristagnato (+0,1%).
2.2 Il mercato del lavoro
Il mercato del lavoro ha
continuato a espandersi nel 2025, pur mostrando segnali di rallentamento. Gli
occupati sono aumentati dell'1,1% (circa 180.000 unità in più secondo la
Rilevazione sulle Forze di Lavoro), con la crescita concentrata tra i
lavoratori over 50 e più marcata per le donne.
Tasso di disoccupazione
2025: 6,1% (media annua; 5,5% nel quarto trimestre)
Tasso di inattività: 33,3%
(ancora superiore alla media europea)
Retribuzioni contrattuali: +3,1%
(recupero reale del potere d'acquisto per il 2° anno)
Retribuzioni orarie reali di
fatto: -8% rispetto al 2020 (persistente gap
rispetto agli altri paesi OCSE)
Questo dato sulle
retribuzioni reali è particolarmente allarmante nel contesto di una nuova
fiammata inflazionistica: il potere d'acquisto delle famiglie rischia di subire
un ulteriore deterioramento nel 2026, comprimendo i consumi privati al di là di
quanto previsto nel quadro di base.
2.3 Inflazione e prezzi
Nel 2025 l'inflazione
italiana (indice NIC) si è attestata all'1,5%, in modesto aumento dall'1,0% del
2024, rimanendo però al di sotto della media dell'area euro. A partire da marzo
2026, gli effetti del conflitto in Medio Oriente hanno tuttavia cambiato radicalmente
lo scenario: l'inflazione italiana ha raggiunto il 2,7% in aprile e il 3,2% in
maggio, con la componente energetica passata da -2,1% di marzo a +12,0% di
maggio. L'inflazione di fondo rimane per ora più contenuta (1,8% in maggio), ma
mostra segnali di accelerazione.
2.4 Tendenze strutturali di lungo periodo
Il Rapporto dedica
attenzione a diverse tendenze strutturali che incidono sul potenziale di
crescita italiano a lungo termine:
• Demografica: il tasso di fecondità è
sceso all'1,14 figli per donna nel 2025 (contro la media UE di 1,34). Il saldo
naturale negativo è compensato solo parzialmente dalle migrazioni. Il
Mezzogiorno continua a perdere giovani laureati: tra il 2002 e il 2024 ha perso
270.000 laureati nella fascia 25-34 anni.
• Manifattura in difficoltà: la
produzione industriale si è ridotta dello 0,3% nel 2025, dopo anni di cali.
L'indice PMI manifatturiero è rimasto per la maggior parte dello scorso anno al
di sotto della soglia di 50.
• Divari territoriali: il PIL per
abitante del Nord-Ovest è quasi il doppio di quello del Mezzogiorno. Nel 2025,
il PNRR avrebbe sostenuto la crescita del Sud rispetto al Centro-Nord, ma per
il 2026 il Centro-Nord tornerà a essere lievemente più dinamico secondo le
previsioni SVIMEZ.
• Transizione green: le emissioni di CO2
si sono stabilizzate nel 2025 dopo le riduzioni del biennio precedente.
L'estate 2025 è stata tra le più calde dal 1800, con un'anomalia di +1,5°C
rispetto alla media 1991-2020.
Valutazione
critica: Il quadro macroeconomico italiano descritto dall'UPB evidenzia una
crescita stagnante (0,5% nel 2025), strutturalmente inferiore alla media
europea e condizionata da problemi strutturali profondi — produttività
stagnante, manifattura in crisi, declino demografico. I dati sulle retribuzioni
reali, ancora inferiori dell'8% ai livelli del 2020, segnalano un impoverimento
reale dei lavoratori che rischia di aggravarsi con il ritorno dell'inflazione.
3. Le Previsioni Macroeconomiche: Governo,
UPB e Panel
3.1 Le previsioni del DFP 2026
Il Documento di Finanza
Pubblica (DFP) 2026, presentato il 22 aprile, formula un quadro macroeconomico
tendenziale (QMT) per il quadriennio 2026-2029. Le previsioni mostrano una
crescita modesta ma stabile:
PIL reale 2026: +0,6%
PIL reale 2027: +0,6%
PIL reale 2028: +0,8%
PIL reale 2029: +0,8%
Deflatore consumi privati
2026: +2,8% (forte accelerazione dall'1,4% del 2025)
PIL nominale cumulato
2026-2029: +10,6% (revisione al ribasso di circa 1 p.p.
rispetto al PSB)
Rispetto al DPFP 2025, il
DFP 2026 ha rivisto al ribasso il PIL in tutti gli anni di previsione: di un
decimo nel 2026 e nel 2028, di due decimi nel 2027. La revisione complessiva
sul 2026-28 è di quattro decimi di punto, attribuibile principalmente al deterioramento
delle esogene energetiche e alle ripercussioni del conflitto in Medio Oriente.
3.2 La validazione dell'UPB
L'8 aprile 2026, l'UPB ha
trasmesso al MEF la lettera di validazione del QMT del DFP 2026, dopo aver
richiesto e ottenuto una revisione delle variabili esogene energetiche. L'UPB
ha dichiarato accettabile il quadro macroeconomico sulla base di:
• Proiezioni annuali di PIL reale
contenute nell'intervallo di previsione del panel UPB (composto da CER, Oxford
Economics, Prometeia, REF.ricerche e UPB stesso).
• Previsioni di PIL nominale
complessivamente più caute di quelle dell'UPB e della mediana del panel,
caratteristica inusuale che segnala prudenza da parte del MEF rispetto agli
scenari inflazionistici.
• Incrementi cumulati del PIL reale e
nominale sostanzialmente coerenti con i valori mediani del panel.
Tuttavia, l'UPB segnala
alcune criticità specifiche: le proiezioni del MEF sugli investimenti in
costruzioni eccedono il valore più elevato delle attese del panel nel 2026 e
nei due anni finali. Si tratta di un elemento di ottimismo relativo che, se non
si materializza, ridurrebbe la crescita complessiva.
3.3 Le previsioni UPB a confronto
Le previsioni elaborate
dall'UPB per la validazione del DFP 2026 delineano uno scenario di crescita moderata:
PIL reale 2026 (UPB): +0,5%
(lievemente inferiore al MEF)
PIL reale 2027 (UPB): +0,6%
(allineato al MEF)
Deflatore consumi 2026
(UPB): +3,0% (lievemente superiore al MEF, +2,8%)
Crescita cumulata PIL reale
2026-28 (UPB): +1,7% (vs +2,0% del MEF)
Tasso disoccupazione 2029
(UPB): 5,5% (in riduzione da 5,8% nel 2026)
La principale differenza
tra le previsioni MEF e UPB risiede nella componente degli investimenti: l'UPB
prevede investimenti in costruzioni in flessione nel 2028 e stazionari nel 2029,
mentre il MEF mantiene un profilo più ottimistico. Questa differenza riflette
il dibattito sull'entità del freno derivante dall'esaurimento del PNRR nella
componente edilizia.
3.4 I fattori di rischio
L'UPB qualifica i rischi
per l'economia italiana come prevalentemente orientati al ribasso:
• Geopolitica e conflitti: anche se la
tregua in Medio Oriente dovesse sfociare in pace, le ripercussioni sui mercati
energetici dureranno a lungo (siti estrattivi danneggiati, catene di
distribuzione lente a normalizzarsi).
• Commercio internazionale: le tensioni
protezionistiche rischiano di diventare strutturali nel medio-lungo periodo,
con conseguenze sulla domanda estera.
• Incertezza finanziaria: un repentino
incremento dell'avversione al rischio metterebbe rapidamente in tensione i
titoli sovrani, soprattutto quelli di paesi con debiti elevati come l'Italia.
• Rischi climatici: l'estate 2025 ha già
segnato record di temperatura. Le conseguenze economiche nell'area mediterranea
si prospettano significative anche su orizzonti di medio termine.
Valutazione
critica: L'approccio dell'UPB alla validazione appare rigoroso e
metodologicamente solido. La procedura interattiva con il MEF (richiesta di
revisione delle esogene) ha garantito che il quadro convalidato riflettesse
condizioni reali e non ipotesi eccessivamente ottimistiche. I rischi al ribasso
segnalati dall'UPB appaiono concreti e materiali, non puramente retorici.
4. La Finanza Pubblica nel 2025: Risultati e
Confronto con gli Obiettivi
4.1 Il quadro d'insieme
Il 2025 si chiude con un
miglioramento del deficit rispetto all'anno precedente, anche se il risultato
finale è leggermente peggiore dell'ultimo obiettivo programmato (DPFP 2025). I
principali indicatori sono:
Indebitamento netto
(deficit): 3,1% del PIL (dal 3,4% nel 2024)
Saldo primario: +0,8%
del PIL (dal +0,5% nel 2024)
Spesa per interessi: 3,9%
del PIL (stabile rispetto al 2024)
Debito pubblico: 137,1%
del PIL (dal 134,7% nel 2024, +2,4 p.p.)
Pressione fiscale: 43,1%
del PIL (dal 42,4% nel 2024)
Entrate totali: 48,1%
del PIL (dal 47,0% nel 2024)
Uscite primarie: 47,3%
del PIL (dal 46,5% nel 2024)
Il deficit si è attestato
al 3,1% del PIL, un decimo sopra l'obiettivo del DPFP 2025 (3,0%) ma un decimo
sotto quello del PSB (3,2%). In valore assoluto, l'indebitamento netto è sceso
da 73,8 miliardi nel 2024 a 69,4 nel 2025.
4.2 Le determinanti del risultato
Il miglioramento del saldo
primario è stato il principale motore del consolidamento fiscale. L'aumento
delle entrate (+4,8% rispetto al 2024, con la componente contributiva in
crescita del 10%) ha più che compensato l'aumento delle uscite primarie
(+4,3%), trainate principalmente dalla componente in conto capitale (+13,6%).
Le principali soprese
rispetto alle previsioni della NTI allegata alla Legge di Bilancio 2026-28
sono:
• Uscite superiori alle previsioni per
11,3 miliardi: principalmente per contributi agli investimenti da bonus edilizi
(Superbonus, +6,1 miliardi rispetto alle attese), investimenti pubblici
accelerati dal PNRR (+3,5 miliardi) e altri fattori PNRR (+2 miliardi).
• Entrate superiori per 10,7 miliardi:
imposte dirette più elevate (+3,8 miliardi, trainati da IRES e imposte su
redditi finanziari), contributi sociali (+1,3 miliardi), entrate in conto
capitale (+4,8 miliardi per effetti di riclassificazione PNRR).
Il problema del Superbonus
emerge con forza: i crediti di imposta edilizi hanno pesato per 8,4 miliardi di
spese inattese nel solo 2025, confermando la natura strutturalmente
imprevedibile e potenzialmente destabilizzante di misure fiscali senza tetto massimo
di spesa. L'UPB ha richiamato esplicitamente la necessità di sistemi di
monitoraggio più efficaci per questo tipo di misure.
4.3 L'evoluzione del debito pubblico
Il rapporto debito/PIL ha
raggiunto il 137,1% a fine 2025, superiore di 0,9 punti rispetto all'obiettivo
del DPFP (136,2%) e di 0,2 punti rispetto al PSB (136,9%). La scomposizione
della variazione rivela le cause:
• Effetto snow-ball: contributo negativo
di 0,5 punti percentuali di PIL (costo del debito superiore alla crescita
nominale).
• Aggiustamento stock-flussi: contributo
negativo di 2,6 punti percentuali, riflettendo gli effetti di cassa dei crediti
fiscali edilizi e l'aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (strategia
di gestione prudenziale della liquidità).
• Saldo primario: contributo positivo di
0,8 punti percentuali, insufficiente a compensare i fattori negativi.
In termini nominali, lo
stock di debito ha raggiunto i 3.095,9 miliardi di euro a fine 2025 (+129
miliardi rispetto al 2024). La vita media residua del debito delle
Amministrazioni Pubbliche si è mantenuta a 7,9 anni, sui massimi degli ultimi
20 anni, testimoniando un'efficace politica di allungamento delle scadenze da
parte del Tesoro.
La struttura del debito
mostra alcune caratteristiche rilevanti: il 79,6% dei titoli domestici è a
tasso fisso a medio-lungo termine, il 10,6% è indicizzato all'inflazione
(vulnerabilità rilevante nel contesto di riaccelerazione dell'inflazione), il
5,1% è a breve termine e il 4,7% a tasso variabile. Continua il processo di
ricomposizione dei detentori: la quota detenuta da investitori esteri è salita
al 34,3% (+3,4 p.p.), mentre quella della Banca d'Italia è scesa al 18,5% (-3,1
p.p.) per l'esaurimento del QE.
4.4 Valutazione ex-post delle previsioni 2022-2025
Il Rapporto conduce un'analisi
sistematica degli errori di previsione del MEF nel quadriennio 2022-25, come
richiesto dalla direttiva europea 2011/85/UE. I risultati mostrano:
• Biennio 2022-23: errori grandi e
sistematici, con forte sottostima del deficit. Nel 2022 lo scarto è stato di
2,4 punti di PIL (dovuto principalmente alla sottostima della spesa per
interessi legata all'inflazione sui titoli indicizzati). Nel 2023 lo scarto è
stato di 2,7 punti (dovuto principalmente al Superbonus).
• Biennio 2024-25: errori molto ridotti
e di segno opposto (previsioni prudenziali). Nel 2024 il deficit è risultato
0,9 punti di PIL migliore del previsto; nel 2025, il risultato è stato 0,2
punti migliore del PSB.
• Conclusione UPB: non vi è evidenza di
un errore sistematico nel quadriennio complessivo. Gli errori del 2022-23
riflettono eventi straordinari (shock energetico, Superbonus) che si sono
manifestati dopo la formulazione delle previsioni.
Valutazione
critica: L'analisi ex-post appare onesta e metodologicamente corretta. Il caso
del Superbonus rimane una lezione importante per la governance fiscale
italiana: misure senza tetto di spesa e con meccanismi di fruizione complessi e
non lineari rappresentano un rischio sistemico per la prevedibilità del
bilancio pubblico.
5. La Finanza Pubblica nel 2026-2029:
Prospettive e Rischi
5.1 Il quadro tendenziale del DFP 2026
Il DFP 2026 delinea per il
periodo 2026-2029 un sentiero di graduale ma lento consolidamento fiscale, in
presenza di un contesto macroeconomico deteriorato:
Deficit 2026: 2,9%
del PIL (obiettivo PSB: 2,8%)
Deficit 2027: 2,8%
del PIL (obiettivo PSB: 2,6%)
Deficit 2028: 2,5%
del PIL (obiettivo PSB: 2,3%)
Deficit 2029: 2,1%
del PIL (obiettivo PSB: 1,8%)
Saldo primario 2026: +1,2%
del PIL
Saldo primario 2029: +2,4%
del PIL
Spesa per interessi 2026: 4,1%
del PIL (in aumento)
Spesa per interessi 2029: 4,5%
del PIL (picco previsto)
I disavanzi tendenziali
del DFP per il periodo 2026-29 risultano in tutti gli anni superiori agli
obiettivi del PSB approvato dal Consiglio UE nel gennaio 2025, risentendo del
deterioramento del quadro macroeconomico. Pur confermando un percorso di
graduale riduzione, il deficit si attesterà su livelli più alti del
programmato. Il deficit tornerà tuttavia sotto la soglia del 3% nel 2026,
ponendo le condizioni per l'uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi nel
2027.
5.2 L'evoluzione del debito nel quadriennio
La traiettoria del debito
prevista nel DFP 2026 è meno favorevole di quella del PSB lungo tutto
l'orizzonte di previsione:
Debito 2026: 138,6%
del PIL (+1,5 p.p. rispetto al 2025)
Debito 2027: 138,5%
del PIL (stabilizzazione, richiede privatizzazioni)
Debito 2028: 137,9%
del PIL (-0,6 p.p.)
Debito 2029: 136,3%
del PIL (-1,6 p.p.)
L'UPB evidenzia che il
previsto ritorno del rapporto debito/PIL su un sentiero discendente nel 2027 è
subordinato alla realizzazione degli obiettivi delle privatizzazioni, stimati
dallo stesso DFP in circa 19 miliardi nel periodo 2026-2028 (0,5% del PIL nel
2027). In un'ottica prudenziale, lo scenario 'UPB senza privatizzazioni' mostra
che, in assenza di introiti da dismissioni, il debito non si stabilizzerebbe
nel 2027 ma aumenterebbe al 139,2%, tornando a scendere solo dal 2028 e
attestandosi al 137,2% nel 2029 (+0,8 p.p. rispetto al DFP).
L'analisi probabilistica
conferma l'elevata incertezza: la probabilità di riduzione del debito è solo
del 30% nel 2026, risale al 50% nel 2027 e aumenta sensibilmente nel biennio
successivo (80% nel 2028, 90% nel 2029). Il DFP 2026 si colloca nel 50°
percentile della distribuzione degli scenari simulati, implicando che circa la
metà delle simulazioni genera traiettorie del debito meno favorevoli.
5.3 La spesa netta e la governance europea
La spesa netta —
l'indicatore introdotto dalla nuova governance europea per il monitoraggio
fiscale — presenta alcune criticità nel quadro del DFP 2026:
• 2025: crescita stimata all'1,9%,
superiore al limite raccomandato dell'1,3%. La deviazione annuale è di 0,3
punti di PIL, al limite della soglia di 'strong presumption' di non conformità.
La Commissione europea ha tuttavia stimato una crescita inferiore (1,5%) e ha
concluso che l'Italia ha dato seguito effettivo alle raccomandazioni ('put in
abeyance'), sospendendo formalmente la procedura.
• 2026: crescita stimata all'1,6%, in
linea con il limite raccomandato.
• 2027: crescita stimata al 2,2%,
superiore al limite dell'1,9%. Il DFP attribuisce lo scostamento principalmente
all'indicizzazione all'inflazione delle prestazioni sociali. Il documento
rinvia all'autunno 2026 la definizione delle misure correttive, senza
specificarle anticipatamente.
L'UPB critica
esplicitamente questa scelta, osservando che la definizione degli interventi
correttivi avrebbe beneficiato di una fase di analisi e confronto più estesa
nel tempo, anziché concentrata a ridosso della manovra di bilancio. Si tratta
di un punto importante: la governance del rischio fiscale richiede
anticipazione, non reazione.
5.4 La manovra di bilancio 2026
La Legge di Bilancio per
il 2026 ha comportato un peggioramento dell'indebitamento netto rispetto al
quadro tendenziale di 0,03 punti di PIL nel 2026 (0,8 miliardi), 0,2 nel 2027
(5,7 miliardi) e 0,3 nel 2028 (6,8 miliardi). L'impatto netto è stato
favorevole per le famiglie (beneficio cumulato di 20,1 miliardi nel triennio
2026-28), in particolare per i lavoratori dipendenti, mentre le misure a carico
di imprese e lavoratori autonomi sono state complessivamente restrittive.
L'UPB segnala che alcune
misure di anticipo delle entrate produrranno effetti sfavorevoli negli anni
successivi al 2028 (oltre l'orizzonte programmatico), e che gli oneri per misure
temporanee non dotate di specifica copertura ammontano a 7,6 miliardi nel 2026,
6,8 nel 2027 e 4,1 nel 2028. Ciò rappresenta un rischio per la sostenibilità
del percorso di consolidamento.
Valutazione
critica: Il percorso di riduzione del deficit è credibile nel breve termine
(uscita dalla PDE nel 2027) ma fragile nel medio periodo. La dipendenza dalla
realizzazione delle privatizzazioni per la stabilizzazione del debito, la
struttura temporanea di parte significativa delle coperture della manovra 2026,
il rinvio delle misure correttive per il 2027 e i rischi al ribasso
sull'inflazione delle materie prime energetiche rappresentano elementi di
vulnerabilità che l'UPB non manca di sottolineare.
6. Il PNRR: Impatto Macroeconomico,
Attuazione e Capacità Amministrativa
6.1 Impatto macroeconomico aggiornato
Il Riquadro 1.1 del
Rapporto aggiorna la valutazione dell'UPB sull'impatto macroeconomico del PNRR,
includendo per la prima volta anche le simulazioni relative alle sovvenzioni
RRF e adottando un orizzonte temporale esteso fino al 2030. L'impulso di spesa
complessivo considerato nelle simulazioni ammonta a 192,8 miliardi di euro nel
periodo 2020-2030, articolati tra:
• 136,2 miliardi dal Dispositivo per la
Ripresa e la Resilienza (RRF)
• 13 miliardi dal programma REACT-EU
• 14,8 miliardi dal Fondo Sviluppo e
Coesione (FSC)
• 28,7 miliardi dal Fondo Complementare
(FC)
Secondo le simulazioni
condotte con il modello macroeconomico MeMo-It, l'impatto del PNRR sul PIL
raggiunge il picco dell'1,8% nel 2026 (anno di massima concentrazione degli
esborsi), per poi attenuarsi fino all'1,1% entro il 2030. Il confronto con la
precedente valutazione UPB del 2024 mostra un effetto più contenuto di circa un
punto percentuale nel 2026, a causa della rimodulazione dei flussi di spesa e
dell'allargamento dell'orizzonte temporale (stesso ammontare totale,
distribuito su più anni).
Le simulazioni con il
modello QUEST III R&D della Commissione europea (che, diversamente da
MeMo-It, cattura anche gli effetti sul potenziale di lungo periodo grazie alla
complementarità tra capitale pubblico e privato) mostrano un impatto superiore,
pari al 2,1% del PIL nel 2026 nello scenario a media efficienza, crescente nel
tempo fino al 2,0% nel 2030. Nello scenario ad alta efficienza degli
investimenti, l'impatto sale al 2,3% nel 2026 e al 2,6% nel 2030.
Il confronto tra le stime
UPB e quelle governative (MEF nel DPFP 2025: +2,1% del PIL nel 2026) mostra una
differenza ridotta rispetto al passato, con l'UPB leggermente al di sotto. In
assenza di PNRR, la crescita del PIL nel 2026 sarebbe stata sostanzialmente
stagnante.
6.2 Il PNRR e la capacità amministrativa dei Comuni
La Parte 2 del Rapporto
dedica un approfondimento analitico al PNRR come fattore di miglioramento della
capacità amministrativa dei Comuni italiani, attraverso un'analisi del
procurement pubblico comunale nel periodo 2021-2025. I principali risultati
dell'analisi empirica indicano:
• Partecipazione dei Comuni al PNRR: si
osserva una partecipazione diffusa ma differenziata per dimensione del Comune.
I Comuni di maggiori dimensioni mostrano una capacità di accesso alle risorse
superiore.
• Dinamiche di congestione:
l'accelerazione degli appalti pubblici connessa al PNRR ha generato fenomeni di
congestione del mercato (ribasso medio di gara inferiore, tempi di affidamento
più lunghi) soprattutto nei Comuni con minore capacità amministrativa.
• Effetti di apprendimento: i Comuni che
hanno partecipato intensamente al PNRR mostrano segnali di miglioramento della
capacità di procurement nelle procedure successive, anche non-PNRR. Questo
'effetto eredità' è particolarmente pronunciato per la Missione M1C1.
• Efficienza variabile: le procedure
PNRR mostrano mediamente un differenziale di efficienza negativo rispetto alle
procedure ordinarie, ma tale differenziale si riduce significativamente con
l'aumentare dell'esperienza della stazione appaltante.
Questi risultati hanno
implicazioni importanti per la politica industriale e di sviluppo territoriale:
il PNRR non è solo uno strumento di finanziamento degli investimenti, ma anche
un percorso di capacity building per le amministrazioni locali, con effetti
potenzialmente persistenti sulla qualità della spesa pubblica.
Valutazione
critica: L'analisi dell'impatto macroeconomico del PNRR appare
metodologicamente solida e bilanciata, con l'utilizzo di due modelli distinti
(MeMo-It e QUEST) che catturano rispettivamente gli effetti di breve termine
(domanda aggregata) e quelli di lungo periodo (accumulazione di capitale e
produttività). La riduzione dello scarto tra le stime UPB e quelle governative
rispetto alle valutazioni precedenti è un segnale positivo di convergenza
metodologica.
7. Le Previsioni del Governo e il Mercato
dei Titoli Pubblici
7.1 Valutazione ex-post delle previsioni macroeconomiche ufficiali
La Parte 2 del Rapporto
include un'analisi approfondita della qualità delle previsioni macroeconomiche
ufficiali nel periodo 2000-2025 e delle loro ripercussioni sul mercato dei BTP.
Questa analisi combina strumenti econometrici sofisticati con dati storici per
quantificare i legami tra errori previsionali (sia macro che fiscali) e
variazioni dei rendimenti obbligazionari.
I risultati principali
mostrano che:
• Le previsioni macroeconomiche italiane
hanno mostrato una distorsione sistematica verso l'ottimismo nel periodo
pre-2022, che si è ridotta nel biennio 2022-25 per l'UPB ma persiste in misura
moderata per il MEF.
• Gli errori di previsione sulle
variabili fiscali (deficit, saldo primario) hanno un impatto significativo e
statisticamente robusto sui differenziali di rendimento dei BTP rispetto ai
Bund tedeschi.
• Le 'sorprese fiscali negative'
(deficit maggiore del previsto) aumentano lo spread in media di 15-25 punti
base, con effetti amplificati in fasi di stress finanziario.
• La comunicazione delle aspettative di
policy da parte del Governo (forward guidance fiscale) ha un impatto sui
mercati indipendente e incrementale rispetto ai dati di consuntivo.
7.2 Lo spread e i fondamentali
L'analisi empirica mostra
che il differenziale di rendimento BTP-Bund a 10 anni si è attestato a circa 65
punti base a fine 2025 — su livelli tra i più bassi dalla crisi finanziaria
globale — riflettendo:
• Il miglioramento del rating di credito
italiano da parte delle principali agenzie internazionali nel corso del 2025.
• Il percorso di consolidamento fiscale
credibile e la riduzione del deficit verso il 3% del PIL.
• La diversificazione dei detentori
verso investitori esteri (34,3% a fine 2025) e famiglie italiane, riducendo la
dipendenza dall'Eurosistema.
Tuttavia, la ripresa delle
tensioni inflazionistiche nel 2026 e l'aumento atteso dei tassi di interesse da
parte della BCE rappresentano un rischio concreto per il costo del debito
futuro. Il DFP stesso prevede una spesa per interessi in aumento dal 3,9% del
PIL nel 2025 al 4,5% nel 2029, con emissioni lorde di titoli di Stato stimate a
528 miliardi nel 2026 (+7 miliardi rispetto al 2025).
Valutazione
critica: La parte del Rapporto dedicata ai mercati finanziari e alla
credibilità delle previsioni rappresenta un contributo metodologico rilevante.
Il messaggio implicito è che la trasparenza e l'accuratezza delle previsioni
fiscali hanno un valore economico diretto: previsioni più credibili si
traducono in spread più bassi e quindi in minori costi di finanziamento del
debito.
8. Valutazione Complessiva: Credibilità,
Rischi e Sfide Strutturali
8.1 Credibilità delle proposte governative
Il Rapporto dell'UPB offre
un quadro complessivamente critico ma costruttivo delle politiche di bilancio
del Governo. La valutazione di credibilità si articola su tre livelli:
8.1.1 Credibilità macroeconomica
Le previsioni
macroeconomiche del DFP 2026 sono state validate dall'UPB come accettabili, ma
con diverse riserve:
• Le proiezioni sul PIL risultano
nell'intervallo del panel UPB, ma si collocano nella parte alta in alcuni anni.
• Le proiezioni sugli investimenti in
costruzioni eccedono le stime del panel nel 2026 e nel 2028-29, segnalando un
ottimismo sull'impatto del PNRR edilizia che potrebbe non materializzarsi.
• Le previsioni inflazionistiche sono
esposte a forte incertezza sia al rialzo (se il conflitto si prolungasse) che
al ribasso (se la tregua portasse a una rapida normalizzazione energetica).
• La validazione è avvenuta in aprile,
su dati disponibili fino a inizio aprile. L'evoluzione successiva
(maggio-giugno) del contesto geopolitico potrebbe aver già reso alcune ipotesi
obsolete.
8.1.2 Credibilità fiscale
Il percorso di
consolidamento fiscale è credibile nel breve termine (riduzione del deficit al
2,9% nel 2026, uscita dalla PDE prevista nel 2027) ma presenta elementi di
fragilità nel medio periodo:
• Privatizzazioni: il percorso di
riduzione del debito dal 2027 dipende dalla realizzazione di circa 19 miliardi
di dismissioni nel triennio 2026-28. L'esperienza storica italiana in materia
di privatizzazioni è caratterizzata da frequenti slittamenti e mancate
realizzazioni (nel DFP 2025 si prevedevano 0,1% del PIL di introiti nel 2025,
risultati nulli).
• Misure temporanee: oneri non coperti
strutturalmente per 7,6 miliardi nel 2026, 6,8 nel 2027 e 4,1 nel 2028. La loro
eventuale stabilizzazione implica nuove coperture o ulteriore indebitamento.
• Spesa netta nel 2027: la previsione di
crescita al 2,2% (vs limite del 1,9%) rinvia le misure correttive all'autunno,
in tensione con le regole del nuovo PSC.
• Spesa per interessi crescente:
l'impatto del rialzo dei tassi si materializza progressivamente, aumentando di
quasi mezzo punto di PIL nell'arco del quadriennio.
8.1.3 Credibilità strutturale
Il Rapporto segnala, più
in profondità, che la traiettoria di crescita italiana rimane strutturalmente
insufficiente per garantire la sostenibilità del debito nel lungo periodo. La
proiezione di medio termine dell'UPB (fino al 2041) mostra che il rapporto
debito/PIL, pur scendendo, si manterrebbe al 123,8% nel 2041 nello scenario UPB
— circa 10 punti di PIL al di sopra della proiezione del PSB, riflettendo
ipotesi più prudenti sulla crescita reale (0,7% in media contro lo 0,8% del
PSB) e nominale.
8.2 Rischi principali
Sintetizzando l'analisi
dell'UPB, i principali rischi che incombono sullo scenario macroeconomico e
fiscale italiano possono essere così classificati:
Rischi a breve termine (2026-2027)
• Evoluzione del conflitto in Medio
Oriente: uno scenario di prolungamento delle ostilità e/o deterioramento della
tregua potrebbe portare il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari/barile e il
gas naturale oltre i 60 euro/MWh, con perdite aggiuntive di PIL di 3-5 decimi
di punto e un aumento del deficit di 0,3-0,5 punti di PIL.
• Tensioni sui mercati finanziari: un
rialzo repentino dell'avversione al rischio potrebbe allargare lo spread
BTP-Bund, aumentando il costo delle emissioni e la spesa per interessi oltre le
previsioni del DFP.
• Mancata realizzazione delle
privatizzazioni: come già accaduto nel 2025, i proventi da dismissioni
potrebbero essere inferiori al programmato, compromettendo la stabilizzazione
del debito nel 2027.
Rischi a medio termine (2028-2030)
• Effetti recessivi del consolidamento
fiscale: un aggiustamento strutturale eccessivamente rapido in una fase di
bassa crescita potrebbe innescare un circolo vizioso tra recessione e aumento
del rapporto debito/PIL.
• Pressioni demografiche: la spesa
pensionistica è destinata ad aumentare per effetto dell'indicizzazione
(particolarmente rilevante nel 2027 per gli effetti inflazionistici del 2026) e
delle pressioni di lungo periodo legate all'invecchiamento.
• Esaurimento dell'impulso PNRR: dopo il
picco del 2026, il PNRR fornisce uno stimolo decrescente; la crescita dipenderà
dalla capacità dell'economia di sostituire con investimenti privati quelli
pubblici che vengono meno.
8.3 Le sfide strutturali irrisolte
Oltre alle questioni di
breve-medio periodo, il Rapporto evidenzia una serie di sfide strutturali che
condizionano la capacità di crescita dell'Italia nel lungo periodo e che le
politiche di bilancio non hanno ancora affrontato con sufficiente
determinazione:
• Produttività del lavoro: nonostante la
buona performance occupazionale, il contributo della produttività alla crescita
del PIL è rimasto negativo in tutti i trimestri del 2025. Il divario di
produttività con gli altri paesi OCSE si è ampliato ulteriormente.
• Digitalizzazione e innovazione: il
PNRR include investimenti significativi in questi ambiti, ma la loro traduzione
in aumento di produttività richiede tempo e dipende dalla qualità
dell'implementazione.
• Transizione energetica: l'Italia
rimane vulnerabile agli shock energetici per la sua elevata dipendenza dal gas
naturale nella produzione elettrica. Il conflitto in Medio Oriente ha
drammaticamente riportato all'attenzione questo punto di debolezza strutturale.
• Divari territoriali: la persistenza
dei divari Nord-Sud — nonostante i fondi europei e il PNRR — segnala
l'inadeguatezza delle attuali politiche di coesione a colmare gap strutturali
decennali.
La
credibilità complessiva delle proposte del Governo appare sufficiente nel breve
termine per conseguire l'uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi, ma
insufficiente — secondo l'analisi dell'UPB — per garantire una riduzione solida
e duratura del rapporto debito/PIL nel medio-lungo periodo. I margini di
bilancio sono esauriti, la politica fiscale ha limitata capacità di reagire a
shock avversi, e le sfide strutturali irrisolte minacciano il potenziale di
crescita nel lungo periodo.
9. Conclusioni
Il Rapporto sulla Politica
di Bilancio 2026 dell'UPB è un documento di alto valore analitico, che offre
una valutazione equilibrata e tecnicamente rigorosa della situazione economica
e finanziaria dell'Italia in un contesto eccezionalmente incerto. L'irruzione
del conflitto in Medio Oriente nelle settimane che hanno preceduto la
pubblicazione del DFP 2026 ha reso necessario un aggiornamento delle ipotesi di
base e ha amplificato tutti i rischi già presenti.
L'economia italiana si
presenta al 2026 con basi relativamente solide — il mercato del lavoro tiene,
il deficit si sta correggendo, il PNRR fornisce un significativo stimolo agli
investimenti — ma con fragilità strutturali profonde. La crescita del PIL (0,5%
nel 2025, 0,6% previsto nel 2026) rimane cronicamente inferiore alla media
europea, la produttività ristagna, le retribuzioni reali sono ancora inferiori
ai livelli del 2020, il debito pubblico ha raggiunto il 137,1% del PIL.
Le proposte del Governo
incorporate nel DFP 2026 puntano a:
• Conseguire il rientro del deficit
sotto il 3% del PIL nel 2026, prerequisito per l'uscita dalla procedura per
disavanzi eccessivi nel 2027.
• Stabilizzare e poi ridurre
gradualmente il rapporto debito/PIL a partire dal 2027, con l'aiuto di un
programma di privatizzazioni da 19 miliardi nel triennio 2026-2028.
• Sostenere la domanda interna (consumi
delle famiglie e investimenti pubblici) attraverso misure fiscali in favore dei
lavoratori dipendenti e il mantenimento degli investimenti pubblici a livelli
elevati anche dopo il picco PNRR.
L'UPB valuta questo
percorso come accettabile e in linea con gli impegni europei nel breve termine,
ma segnala rischi rilevanti nel medio-lungo periodo. In particolare:
• Il programma di privatizzazioni è un
elemento critico di rischio: senza questi introiti, il debito non si
stabilizzerebbe nel 2027 ma continuerebbe a salire, raggiungendo il 139,2% del
PIL.
• Le misure temporanee della manovra
2026 richiedono rifinanziamento, in assenza del quale si aprirebbe un buco di
bilancio di diversi miliardi a partire dal 2028.
• La spesa netta nel 2027 è prevista
superiore al limite europeo, con misure correttive rinviate all'autunno: questo
rinvio non è neutro e comprime la capacità di risposta alla crisi geopolitica
in corso.
• La proiezione di medio termine mostra
un debito ancora superiore al 123% del PIL nel 2041 nello scenario UPB, 10
punti sopra il PSB: la riduzione è troppo lenta per costituire un vero
'cuscinetto' di sicurezza macrofinanziaria.
Il Rapporto dell'UPB
compie un servizio pubblico fondamentale: offre al Parlamento e ai cittadini
uno strumento di verifica indipendente delle analisi e delle previsioni del
Governo, contribuendo a una cultura della trasparenza e della responsabilità
fiscale. La coincidenza metodologica crescente tra le stime UPB e quelle
governative (e il fatto che le previsioni del 2024-25 siano risultate
prudenziali) segnala un miglioramento della qualità complessiva della
programmazione di bilancio italiana. Permangono, tuttavia, ampi margini di
miglioramento nel monitoraggio delle misure fiscali complesse (come il
Superbonus), nella gestione anticipatoria dei rischi e nella comunicazione
delle strategie di lungo periodo per la riduzione del debito.
L'Italia ha
le risorse per crescere e ridurre il debito. Ciò che serve è la costanza nel
perseguire le riforme strutturali, la prudenza nella gestione del rischio
fiscale e la credibilità nelle previsioni. Su questi tre fronti, il Rapporto
UPB 2026 offre un giudizio positivo ma condizionato.
Note Metodologiche e Fonti
Il presente documento è
un'analisi e commento del Rapporto sulla Politica di Bilancio 2026 dell'Ufficio
Parlamentare di Bilancio (UPB), chiuso con le informazioni disponibili al 3
giugno 2026. Tutti i dati quantitativi citati sono tratti direttamente dal
Rapporto originale, elaborato dall'UPB su dati MEF, Istat, Banca d'Italia, BCE,
FMI e Commissione europea.
Principali documenti di
riferimento citati nel Rapporto UPB:
• Documento di Finanza Pubblica (DFP)
2026, MEF, aprile 2026
• Documento Programmatico di Finanza
Pubblica (DPFP) 2025, MEF, ottobre 2025
• Piano Strutturale di Bilancio (PSB)
2025-2029, MEF, settembre 2024
• Nota tecnico-illustrativa (NTI)
allegata alla Legge di Bilancio 2026-28
• Previsioni di primavera 2026 della
Commissione europea
• World Economic Outlook, FMI, aprile
2026
• Proiezioni macroeconomiche, BCE, marzo
2026
• Bollettino economico, Banca d'Italia,
aprile 2026
• Lettera di validazione UPB del QMT del
DFP 2026, 8 aprile 2026
I modelli macroeconomici
utilizzati dall'UPB nelle proprie analisi e stime sono: il modello MeMo-It
(sviluppato con Istat, approccio neo-keynesiano) per gli effetti di breve
termine, e il modello QUEST III R&D (Commissione europea, versione 2020)
per gli effetti di lungo periodo e i canali di offerta. Le proiezioni
stocastiche del debito si basano sulla metodologia Berti (2013) con 5.000
simulazioni Monte Carlo.
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